“Chi diavolo vuole difendere un contratto di licenza o di leasing?” Non è forse questa la frase più importante del lungo discorso di Trump a Davos, oggi 21 gennaio, ma forse è tra le più indicative. L’ha pronunciata riferendosi alla Groenlandia e rivela che per lui è tutto riconducibile a una compravendita. È arrivato in Svizzera con un elenco di buoni e cattivi, sciorinandolo non sempre con congruenze logiche.

I buoni sono i clienti che lo accontentano, e in questa lista ha menzionato pochi nomi, mentre quella dei cattivi è folta: la Danimarca, irriconoscente; l’Europa, che si sta perdendo e spende troppi soldi nelle politiche green; l’arcinemico Powell, presidente della FED, che avrebbe le ore contate (in quel ruolo, s‘intende); Macron preso in giro per i suoi occhiali da sole (“ma che sta succedendo?”, ha detto rivolgendosi ipoteticamente a lui mentre l’affollatissima sala rideva); perfino la Somalia, che “non è un paese” e dove “la gente ha un quoziente intellettivo basso”.

È il giorno del Trump Show oggi a Davos. Il presidente statunitense è arrivato con due ore di ritardo a causa di un guasto (“minore”, si affretta a spiegare il suo staff) all’Air Force One, che lo ha costretto al rientro e alla ripartenza con l’Air Force Two. All’aeroporto lo aspettava il suo elicottero, con gli altri della sicurezza e per il resto della delegazione, e poi la sua auto (la blindatissima “The Beast”). Durante la discesa, il convoglio di elicotteri presidenziali ha sorvolato un messaggio scritto sulla neve su una collina vicina che recitava: “Stop alle guerre adesso”.

L’autocelebrazione economica

Trump ha parlato per oltre un’ora e mezza, iniziando con una dichiarazione di intenti il saluto iniziale: “Sono lieto di tornare qui, nella bella Davos, per incontrare tanti amici e qualche nemico”. Poi, il punto primo, su cui si è soffermato a lungo e che ha infilato anche in altri momenti del discorso: “L’economia statunitense non è mai stata così florida”. Per l’esattezza ha detto che “sta esplodendo”. “Dopo un anno della mia presidenza l’economia USA è in pieno boom” e “i confini sono impenetrabili”. Anzi, ha poi ribadito, “c’è una migrazione al contrario, stiamo mandando a casa persone con condanne, con problemi psichici”. E poi: “Un anno fa, con la sinistra radicale [ma intende Biden, ndr], eravamo un paese morto, oggi siamo il paese più forte con un’economia che esplode. Se avessero continuato a governare i democratici saremmo morti.”

Secondo il presidente gli statunitensi sono felici: “Abbiamo cancellato le file alle mense, stiamo aiutando i proprietari di immobili con mutui che sono meno cari, i salari sono aumentati”. Ed è tutto merito delle sue scelte draconiane: “Abbiamo tagliato i burocrati, i regolamenti inutili, 129 regolamenti tagliati per ogni regolamento nuovo”. E, insomma, la sua prima presidenza è stata quella “con il maggior successo finanziario di sempre” nella storia degli USA e con il secondo mandato le cose stanno andando ancora meglio.

Trump ha rivendicato una lunga serie di “successi” economici, dall’abbassamento dell’inflazione all’aver attratto in un anno “investimenti per 18 migliaia di miliardi”, da una produzione di gas naturale “ai massimi storici” a una riduzione del deficit pari “al 27% in un anno” con la “spesa federale ridotta di 100 miliardi di dollari”. Non solo: “Stiamo guidano il mondo nell’AI”, vantando un presunto primato USA sulla Cina nel settore.

Le critiche all’Europa

Quando invece guarda fuori dall’ombelico degli USA, sono solo rimbrotti e facce “stile sad” per chi lo delude, riservando riconoscenza a chi si è dimostrato collaborativo, come i venezuelani: “Il Venezuela guadagnerà più soldi nei prossimi sei mesi di quanti ne abbia guadagnati negli ultimi vent’anni. […] Apprezziamo molto la collaborazione” con la nuova leadership del Venezuela “e vediamo che c’è grande cooperazione con loro. Alla fine dell’attacco loro hanno detto ‘Ok, adesso cerchiamo di raggiungere un accordo’. Ci sono altre persone che dovrebbero fare lo stesso”.

Poi si rivolge all’Europa: “Alcune aree d’Europa non sono più riconoscibili, in modo negativo. Adoro l’Europa e vorrei andasse bene ma non sta andando nella direzione giusta. Ci sono migrazioni di massa incontrollate”. Cita poi, senza rivelarne il nome, suoi amici che ritornando da viaggi in Europa sostengono che stia peggiorando e ne parlano in senso negativo.

Sotto accusa anche le scelte di transizione energetica: “I dollari spesi in campi eolici sono persi”, mentre negli USA “abbiamo chiuso i programmi di energia eolica e non ne approveremo di nuovi”. Lui ha evitato agli Stati Uniti la “catastrofe energetica avvenuta in Europa” a causa della “grande truffa green, la più grande truffa della storia”.

“Ho fermato politiche energetiche distruttive che stavano facendo aumentare i prezzi e spingendo posti di lavoro e fabbriche verso i peggiori inquinatori del mondo”, ha affermato Trump nel suo intervento, puntando il dito per l’ennesima volta contro l’amministrazione Biden.

Trump a Davos sulla Groenlandia

E infine arriva all’elefante nella stanza, la Groenlandia: “Ho tremendo rispetto per il popolo della Danimarca e della Groenlandia ma nessuno è in grado di assicurarne la sicurezza se non gli Stati Uniti. Ogni alleato NATO ha l’obbligo di difendere i propri territori, quindi, anche se ho rispetto dei groenlandesi, solo gli Stati Uniti possono difendere quei territori”, ha dichiarato in una sala ammutolita. Ma, aggiunge, “non voglio usare la forza e non la userò”. La via prescelta però sembra essere per ora quella negoziale: “La Groenlandia è un’isola indifesa in un’area strategica e per questo cerco negoziati immediati per discuterne l’acquisizione da parte degli Stati Uniti come abbiamo fatto in passato e come hanno fatto in passato anche alcuni paesi europei”. Quindi acquisizione, proprietà, non leasing.

“La Groenlandia è nel mezzo di tre giganti, ossia Stati Uniti, Russia e Cina”, ha dichiarato Trump, specificando che “non aveva il medesimo valore” di adesso quando “l’abbiamo data ai danesi” e ora “Copenaghen è ingrata”. E come per chiarire un concetto, o per rispondere alle domande che in molti si fanno, ribadisce che “non c’è niente di male a voler acquisire i territori”.

Gli interessa evidentemente meno l’Ucraina perché sostiene che devono essere l’Europa e la NATO a risolvere quella guerra, mentre lui ne ha risolte altre otto: “Lavoro sulla guerra in Ucraina da un anno, ho risolto nello stesso periodo otto guerre. Putin mi ha chiamato per dirmi che non riusciva a credere che avessi risolto il conflitto tra Armenia e Azerbaigian in un giorno, mentre lui ci stava lavorando da dieci anni”. Conflitto che tra l’altro, sostiene, “non sarebbe iniziato se le elezioni USA non fossero state truccate”.

Ma è sicuramente la Groenlandia che tiene il fiato sospeso. Perché mette in discussione anche i rapporti all’interno della NATO: “Non so se possiamo contare sul supporto degli alleati”, confida Trump. “Nella NATO noi ci saremo al 100% ma non so se la NATO ci sarà per noi, è una sorta di sveglia”. Vuole quella terra, lo dice più volte nel discorso: “Tutto ciò che vogliamo dalla Danimarca è questa terra su cui costruiremo il più grande Golden Dome mai costruito”. Golden Dome che “difenderà il Canada. Il Canada riceve molti regali da noi, tra l'altro. Dovrebbero esserci grati, ma non lo sono. Ieri ho visto il loro primo ministro. Non era molto grato, ma dovrebbe esserlo”. Anche il Canada è nella lista dei cattivi. Insomma, gli USA vogliono “questo grosso pezzo di ghiaccio chiamato Groenlandia” e “se gli europei diranno di sì, lo apprezzeremo molto” e “se diranno di no, ce lo ricorderemo”.

“È fredda e mal posizionata, ma può giocare un ruolo vitale nella pace e nella protezione del mondo”, ha detto Trump. Tra l’altro per cinque volte ha detto Islanda invece che Groenlandia, forse perché ripetendo spesso “ice” (ghiaccio) si è confuso e l’ha chiamata “Iceland” (Islanda, appunto). Fatto sta che immediatamente sono stati prodotti nel web migliaia di meme. Lui non si è corretto, ma è stata la NBC ad accorgersene per prima. Trump è andato avanti dicendo: “È una richiesta molto piccola. Voglio solo un pezzo di ghiaccio per la pace nel mondo”. Riferendosi, senza dubbio, alla Groenlandia, quindi gli islandesi si saranno tranquillizzati.

La fine della diplomazia transatlantica

La sala contava più di 5.000 persone, con due assenze eccellenti, von der Leyen e Macron, ai quali è arrivato il sarcasmo di Trump: “Vedo che alcuni preferiscono restare a casa a guardare il declino dalle loro finestre, piuttosto che sedersi al tavolo dove si scrive il futuro”. Venendo al silenzio dell'Italia, che non ha ancora formalizzato il no al Board of Peace, questo sembrerebbe essere stato interpretato da Trump come un'apertura, poiché ha accennato al fatto che "alcuni partner intelligenti stanno iniziando a capire che il vento è cambiato". Questo discorso segna probabilmente la fine della diplomazia transatlantica come la conoscevamo. Per l'Europa, il messaggio è chiaro: o si accetta la guida statunitense sul Board of Peace e sulla Groenlandia, o si va incontro a una guerra commerciale totale.

Nelle stesse ore un sondaggio è circolato a Davos: sei milionari su dieci dei paesi del G20 ritengono che la presidenza Trump stia avendo un impatto negativo sulla stabilità economica globale e sulle condizioni di vita della gente comune. Il 77% pensa che i super ricchi esercitino un’eccessiva influenza politica, mentre il 71% è convinto che la ricchezza estrema possa essere utilizzata per condizionare in modo significativo le elezioni. Il sondaggio è stato condotto da Survation per conto di Patriotic Millonaires International e accompagna la lettera aperta Time to Win, sottoscritta da quasi 400 milionari e miliardari di 24 paesi.

Rivolta ai leader mondiali, riuniti a Davos, la lettera chiede di agire per contrastare l'enorme concentrazione di ricchezza a partire da una maggiore tassazione dei super ricchi. Tra i firmatari dell'appello − coordinato da Patriotic Millionaires International, Oxfam e Millionaires for Humanity − ci sono Mark Ruffalo, Brian Cox, Brian Eno e Abigail Disney. "Quando anche i milionari, come noi, riconoscono che la ricchezza estrema va a detrimento di tutti gli altri, non c’è dubbio che la società stia pericolosamente vacillando sull’orlo del precipizio”, si legge nella lettera. “Siamo stanchi di assistere a tutto ciò. Dobbiamo mobilitarci per le nostre democrazie, le nostre comunità, il nostro futuro”. Ma questi milionari non sembrano trovarsi nella lista dei buoni stilata da Trump.

 

In copertina: Donald Trump fotografato da Benedikt von Loebell © 2026 World Economic Forum, via Flickr