Dal 13 gennaio 2026, con l’entrata in vigore del Decreto legislativo 102/2025, l’Italia introduce un sistema di tutele molto più severo contro la presenza di PFAS nell’acqua potabile. Il nuovo decreto aggiorna il DLgs 18/2023 e recepisce in modo più rigoroso la direttiva europea 2020/2184, segnando un passo decisivo nel rafforzamento della tutela della salute pubblica. Questo cambiamento prevede anche controlli più accurati e capillari, metodi analitici uniformi e interventi molto più tempestivi in caso di superamento dei limiti. I gestori sono anche obbligati a adeguare gli impianti e ad aggiornare i piani di sicurezza.
I PFAS – acronimo di Per- e PoliFluoroAlchiliche Sostanze (Per- and PolyFluoroAlkyl Substances) – sono una vasta famiglia di composti chimici sintetici caratterizzati da legami carbonio‑fluoro estremamente stabili, che li rendono difficili da degradare. Utilizzati per conferire ai materiali resistenza all’acqua, ai grassi e al calore, si trovano in numerosi prodotti di uso quotidiano: padelle antiaderenti, tessuti impermeabili, imballaggi alimentari e molte applicazioni industriali. Negli ultimi anni abbiamo imparato a conoscerli meglio e a comprenderne i rischi: la loro persistenza nell’ambiente e negli organismi viventi è tale da valere loro il soprannome di “inquinanti eterni”. Gli studi scientifici hanno infatti osservato che l’esposizione prolungata ad alcuni PFAS può essere associata a diversi effetti sulla salute.
Tra le novità più rilevanti introdotte dal Decreto legislativo, l’abbassamento del limite per la somma di PFOA, PFOS, PFNA e PFHXS da 0,50 a 0,10 µg/L e, per la prima volta, l’introduzione di un valore massimo anche per il TFA, fissato a 10 µg/L, con proroga fino al 12 gennaio 2027 in caso di difficoltà tecniche documentate. Il TFA (acido trifluoroacetico) è un PFAS a catena corta ed è un contaminante molto diffuso nel ciclo dell’acqua.
I PFAS a catena corta sono composti della stessa famiglia dei PFAS tradizionali, ma con una molecola più piccola (meno atomi di carbonio). Sono più mobili nell’ambiente, più difficili da rimuovere dall’acqua e sempre più diffusi, come nel caso del TFA, che è uno dei PFAS a catena corta più presenti nelle acque europee. Il TFA è difficile da rimuovere e i suoi effetti sulla salute sono ancora in fase di studio. Altra novità rilevante introdotta dal decreto verte sull’allargamento delle regole a tutti i punti di erogazione pubblica, comprese le case dell’acqua e i chioschi, che negli ultimi anni hanno avuto un ruolo crescente nella distribuzione di acqua potabile. Sono strutture che si trovano anche in aree rurali o montane e che dovranno rispettare gli stessi standard dei gestori idrici principali, utilizzare materiali certificati e conformarsi al DM 25/2012, che disciplina apparecchiature e trattamenti destinati al consumo umano.
Fra le parole chiave di questo decreto: trasparenza e monitoraggio. Ma a livello pratico i gestori cosa devono fare? Un primo obbligo è quello di trasmettere i dati con cadenza semestrale alla piattaforma nazionale AnTeA, per migliorare la tracciabilità delle analisi e la velocità di reperimento delle informazioni. AnTeA è l’acronimo di Anagrafe territoriale dinamica delle acque potabili. Si tratta della piattaforma digitale nazionale istituita presso l’Istituto superiore di sanità (ISS), creata in attuazione del Decreto legislativo 18/2023, per raccogliere, gestire e analizzare tutti i dati relativi alle acque destinate al consumo umano in Italia.
E in caso di contaminazione cos’è previsto? Bisogna subito identificare la popolazione esposta per attivare in tempi brevi misure di prevenzione e comunicazione più efficaci. Un altro aggiornamento introdotto riguarda la prevenzione e la certificazione, per minimizzare il rischio che materiali non idonei possano contaminare l’acqua potabile. L’obiettivo è in generale quello di ridurre ulteriori fonti di contaminazione.
In copertina: immagine Envato
