Per mesi è sembrato che uno dei più grandi processi ambientali degli ultimi anni potesse chiudersi a suon di assegni. Nel procedimento sull’inquinamento da PFAS del polo chimico ex Solvay, oggi Syensqo, di Spinetta Marengo, in Piemonte, le parti civili erano circa trecento. Davanti alle offerte della multinazionale, però, si sono ridotte a meno di venti.

Il comune di Alessandria ha incassato centomila euro per danni d’immagine e si è tirato fuori dal procedimento. A oltre trecento cittadini sono andate somme fino a ottomila euro a testa, e molti hanno chiuso lì la vicenda giudiziaria. Ma poi, il 25 giugno, il giudice ha deciso che il processo si farà lo stesso. I due ex direttori dello stabilimento, Stefano Bigini e Andrea Diotto, sono stati rinviati a giudizio per disastro ambientale colposo e la prima udienza si terrà il 16 novembre. La strategia dei risarcimenti ha svuotato l’aula, ma non è riuscita a fermare il penale.

Il caso Solvey e PFAS a Spinetta Marengo

Conviene fare un passo indietro e guardare di cosa si parla. A Spinetta Marengo, alle porte della città, una fabbrica chimica produce da decenni composti fluorurati: materiali che servono all’industria, dai rivestimenti alle membrane, oggi anche alla filiera dei semiconduttori. Sono PFAS, le sostanze perfluoroalchiliche che hanno preso il soprannome di inquinanti eterni perché in natura non si degradano. Una volta uscite dal ciclo produttivo non tornano indietro, restano dove arrivano.

A Spinetta sono arrivate nella falda e nelle acque del Bormida, e lo stabilimento sorge attaccato alle case della Fraschetta, dove la fabbrica e il quartiere sembrano toccarsi, quasi permeano l’una nell’altro. Il biomonitoraggio finanziato dal comune le ha ritrovate nel sangue di chi ci abita. Storie di veleni che raramente riescono a uscire dalle pagine di cronaca locale. L’accusa, comunque, non riguarda il fatto di aver prodotto, ma ciò che la produzione lasciava dietro di sé. Secondo i magistrati, per anni gli interventi che sarebbero serviti a contenere e a risanare la contaminazione non sono stati realizzati, neanche pianificati, in molti casi. Le condotte contestate partono dal dicembre 2015.

A far aprire l’inchiesta, nel giugno 2020, era stato un esposto del WWF, presentato dall’avvocato Vittorio Spallasso, da cui la procura di Alessandria, con il procuratore capo Enrico Cieri e la sostituta Eleonora Guerra, ha ricostruito le omissioni. Il processo, in altre parole, nasce da una denuncia ambientalista, non da un’iniziativa dello stato. La difesa aveva provato l’ultima carta in udienza, chiedendo di derubricare l’accusa a inquinamento colposo, reato più leggero, e di chiudere con un patteggiamento. La procura ha detto no. Senza lo sconto, il patteggiamento è saltato e la strada è diventata quella del dibattimento.

Qui sta il punto che rende la vicenda più di una cronaca giudiziaria. Mentre si discuteva di quanto valesse il silenzio di un comune o di un cittadino, la contaminazione restava dov’era. La bonifica della sola acqua di falda, secondo i conti della stessa difesa, costa 36 milioni di euro, e non è ancora partita.

L’autorizzazione ambientale dello stabilimento è scaduta nel 2022 e il rinnovo è fermo. Il piano per studiare la contaminazione esterna non è stato completato. I centomila euro al comune e gli ottomila ai cittadini sono cifre vere, ma stanno su un piano diverso da quello che il territorio aspetta da anni, cioè togliere i PFAS dall’acqua e dal suolo.

Non tutti hanno firmato. Un gruppo di cittadini è rimasto in causa e ha messo nero su bianco la ragione: non si erano costituiti per un assegno. Anche la CGIL è parte attiva del processo, sostenendo che la sua presenza è un atto politico e non una richiesta di soldi. E poi ci sono le istituzioni che ancora non si sono decise. Al momento del rinvio a giudizio, la regione Piemonte e il Ministero dell’ambiente erano parti civili ma, da una verifica fatta da Materia Rinnovabile, risulta esserci una trattativa in corso. La regione ha lasciato intendere che si farà da parte solo dopo che l’azienda avrà preso impegni vincolanti sull’abbandono dei PFAS, dentro la nuova autorizzazione ambientale. Un’uscita a condizioni, non ancora un’uscita.

Il contesto italiano

Il caso non vive da solo. In Veneto, l’inquinamento da PFAS partito dall’ex stabilimento Miteni di Trissino si è chiuso con condanne pesanti, fino a diciassette anni e mezzo per alcuni manager. Ma molti di quei responsabili erano società fallite o irraggiungibili, e i risarcimenti rischiano di restare sulla carta. A Spinetta è diverso: l’azienda è solida, presente, e continua a produrre. Anzi, ha annunciato nuove assunzioni e sta spostando una parte della produzione fluorurata verso il mercato dei microchip, segno che non intende allontanarsi dalle sostanze al centro del processo. Al di là di tutto questo, manca ancora una legge nazionale sui PFAS, mentre l’Europa lavora a una restrizione generale.

A guardarlo bene, il rinvio a giudizio non è una porta che si chiude su una fase procedurale, ma che si apre su una serie di punti di domanda. Arriverà la nuova autorizzazione ambientale? Quando sarà effettuata la bonifica esterna? Cosa racconteranno i risultati della terza fase del biomonitoraggio, che dovrebbe dire se e quanto l’esposizione abbia inciso sulla salute? Il processo si aprirà a novembre. La molecola, intanto, è ancora nell’acqua, mentre in alcuni studi legali se ne sta discutendo il prezzo.

 

In copertina: foto di Adrien Guh, Unsplash