Centoquarantasette analisi. Tutta l’Italia nel 2023 ha prodotto 147 campionamenti ufficiali sui livelli di PFAS negli alimenti di origine animale, secondo i dati trasmessi dal Ministero della salute. Per il 2024 il numero crolla a 24. È come voler misurare la febbre a un paese intero con un solo termometro, e per giunta rotto a metà. I numeri provengono dal rapporto pubblicato il 25 maggio da Greenpeace Italia, che ha messo insieme dati ottenuti dal Ministero della salute attraverso richieste di accesso agli atti (FOIA). Il quadro che ne esce racconta un'Italia che ha recepito formalmente le richieste europee, ma le ha tradotte in pratica con una lentezza che somiglia a un rifiuto cortese.
La storia parte dal 2020, quando l'Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) fissa una dose settimanale tollerabile di 4,4 nanogrammi per chilo di peso corporeo per la somma di quattro PFAS (PFOS, PFOA, PFNA e PFHxS), e avverte che parti della popolazione europea già la superano. Nel 2022 arriva la raccomandazione della Commissione (UE 2022/1431): tutti gli stati membri dovrebbero monitorare, tra il 2022 e il 2025, un'ampia gamma di alimenti, dalla frutta ai cereali, dalle uova alla birra. Nello stesso anno il regolamento 2022/2388 introduce per la prima volta limiti massimi vincolanti per quei quattro PFAS in uova, pesce, crostacei, carni e frattaglie.
L'Italia risponde nel 2022 con un piano nazionale che però non fissa un numero minimo di campioni per regione e omette carne e frattaglie dall'elenco delle categorie da analizzare, nonostante l'EFSA le includa tra le priorità. Nel 2024 arriva un secondo piano, più circoscritto: chiede alle regioni campioni di latte bovino confezionato e alimenti per la prima infanzia. Totale nazionale previsto: 42 campioni, divisi tra le due categorie. Sette regioni e due province autonome non hanno nemmeno un numero minimo da rispettare.
C'è un'ironia amara in questa scelta: il piano 2024 ignora proprio le categorie alimentari in cui il monitoraggio 2023 aveva rilevato i valori più alti di PFAS, vale a dire fegato e carne fresca. Come se, dopo aver trovato tracce in cantina, si decidesse di cercare in soffitta.
Nessun campione ha superato i limiti europei. Questa è la notizia buona. Ma il 27% delle analisi del 2023 ha rilevato tracce di PFAS, un dato tutt'altro che trascurabile per sostanze che non si degradano e si accumulano nei tessuti biologici, vita natural durante.
I valori più alti sono stati riscontrati nel fegato di pecora e di bovino in Lombardia (2,6 microgrammi per chilo per la somma di PFOS e PFNA, a fronte di un limite europeo di 8 per le frattaglie). Due campioni di vongole dall'Emilia-Romagna mostravano 0,5 microgrammi per chilo. Tracce sotto norma, ma presenti.
Il patologo Alberto Mantovani, dell'Osservatorio PFAS-FOSAN, lo riassume con la nettezza di chi conosce la materia: i dati non forniscono allerte, ma non consentono neppure di escludere un problema serio. Sono troppo scarsi e frammentari per dire qualcosa di significativo in un senso o nell'altro. Quel che manca, secondo Mantovani, è la consapevolezza istituzionale della serietà del problema e un coordinamento efficace delle indagini.
I casi di Veneto e Spinetta Marengo
Il Veneto è il più grave hotspot italiano di contaminazione da PFAS, con il caso Miteni che ha portato nel giugno 2025 alla condanna di undici manager. Tra il 2022 e il 2023 la regione ha avviato piani specifici di monitoraggio alimentare per le zone rossa e arancione (le aree a maggiore esposizione tra le province di Vicenza, Verona e Padova), prevedendo 161 campioni animali e 346 vegetali. Eppure, ad aprile 2026 quei risultati restano sotto chiave: la regione ha comunicato a Greenpeace Italia, in risposta a una richiesta di accesso agli atti, che non sono disponibili al pubblico. L'unica informazione trapelata: un singolo campione di carne ha superato i limiti nel 2023, nell'area della ULSS Berica. Di quanto, non è stato comunicato. La regione ha invece condiviso i risultati di altri due piani di monitoraggio, questi estesi all'intero territorio veneto e non limitati alle zone a rischio: 114 campioni, nessuno fuori norma, ma il 32% con tracce di PFAS rilevabili. Il quadro che ne esce è sbilenco: i dati del monitoraggio generico sono accessibili, quelli raccolti dove la contaminazione è più grave restano nel cassetto.
L'altro fronte italiano è in Piemonte, nell'alessandrino, dove il polo chimico ex Solvay (oggi Syensqo) a Spinetta Marengo produce fluoroderivati fin dal 2002. Il biomonitoraggio avviato dalla regione Piemonte tra fine 2024 e il 2025 su oltre 400 residenti entro tre chilometri dallo stabilimento ha restituito un quadro di rischio intermedio secondo la classificazione del NASEM statunitense. Circa l'87% dei partecipanti presenta concentrazioni di PFAS nel siero comprese tra 2 e 20 nanogrammi per millilitro. La ASL di Alessandria ha raccomandato a chi supera i 2 ng/ml di integrare la dieta con alimenti di provenienza diversa da quella locale, una formula gentile per dire: non mangiate solo ciò che cresce qui.
Paesi Bassi, Francia e Danimarca
Se l'Italia cerca poco, altri paesi cercano di più e trovano di più. Il caso nederlandese è emblematico. Nell'aprile 2025 l'agenzia sanitaria RIVM ha raccomandato all'intera popolazione di non consumare uova prodotte da pollai domestici. L'indagine su 60 località ha rivelato che in più della metà dei siti un adulto raggiunge una dose non sicura di PFAS mangiando meno di un uovo alla settimana. In un caso estremo, un singolo uovo conteneva mille volte il livello ritenuto sicuro. Nel marzo 2026 il RIVM ha identificato anche il vettore: i vermi del terreno, che accumulano PFAS dal suolo contaminato. Le galline razzolanti li mangiano, e il ciclo si chiude nel piatto. Un'indicazione che riguarda potenzialmente qualunque territorio europeo in cui i suoli siano stati esposti a queste sostanze.
Mentre il percorso europeo verso una restrizione complessiva dei PFAS procede con i tempi della burocrazia comunitaria, alcuni paesi si muovono da soli. La Francia ha promulgato nel febbraio 2025 la legge 2025-188, che dal primo gennaio 2026 vieta la produzione e la vendita di cosmetici, abbigliamento impermeabilizzato e cere per sci contenenti PFAS, con estensione a tutti i tessili entro il 2030. Le pentole antiaderenti, come Tefal, sono rimaste fuori dal perimetro dopo un'intensa attività di lobby. La legge introduce anche il principio "chi inquina paga" con una tassa di 100 euro per ogni 100 grammi di PFAS scaricati nelle acque.
La Danimarca è andata anche oltre. Il divieto di PFAS nella carta e nel cartone a contatto con gli alimenti è in vigore dal luglio 2020. Da luglio 2026 scatta il bando per abbigliamento e calzature, e nel 2025 Copenaghen ha revocato l'autorizzazione a decine di pesticidi contenenti PFAS per proteggere le falde acquifere.
A che punto è l’Europa
A livello UE, la proposta di restrizione complessiva dei PFAS sotto il regolamento REACH, presentata nel gennaio 2023 da Danimarca, Germania, Svezia, Paesi Bassi e Norvegia, ha raggiunto una fase decisiva. Nel marzo 2026 il Comitato per la valutazione del rischio (RAC) dell'ECHA ha adottato il suo parere finale, confermando la necessità di una restrizione su base di classe per l'intera famiglia dei PFAS. Il Comitato per l'analisi socioeconomica (SEAC) ha pubblicato la bozza di parere e aperto una consultazione pubblica chiusa il 25 maggio 2026. Il parere finale del SEAC è atteso entro fine anno, dopo di che la Commissione europea presenterà la proposta legislativa vera e propria.
In parallelo, dal 12 agosto 2026 il regolamento PPWR (EU 2025/40) vieta i PFAS nel packaging alimentare oltre soglie precise. E il regolamento 2024/2462 mette al bando il PFHxA, una delle sostanze più diffuse, in abbigliamento, cosmetici e materiali a contatto con gli alimenti a partire da ottobre 2026.
Il medico di sanità pubblica Mario Saugo, nel suo commento al report Greenpeace, fa un calcolo che vale come un pugno nello stomaco: un bambino tra i 3 e i 9 anni che mangia fegato bovino con 0,5 nanogrammi per grammo di PFOS (un valore sotto i limiti di legge) introduce da quel solo alimento una quantità che supera del 15% la dose settimanale tollerabile stabilita dall'EFSA. È il paradosso dei PFAS: i limiti di legge tutelano dalla singola esposizione, ma la vita reale è fatta di esposizioni multiple e continuate, di acqua e cibo e pentole e vestiti impermeabili. L'accumulo è il nemico invisibile, e per combatterlo servono dati. In Italia, per ora, ne abbiamo solo centoquarantasette.
In copertina: immagine Envato
