Ieri sera, 29 ottobre, al parco archeologico delle Mura Greche di Taranto, tra i resti delle fortificazioni che difendevano la città fondata dagli spartani, sono arrivati alla spicciolata cittadini, comitati e associazioni della rete Onda del Futuro, con bandiere e cartelli preparati in fretta, per festeggiare una sentenza che in città molti aspettavano da una vita.
Il parco porta il nome di Massimo Battista, entrato all'Ilva da operaio, diventato poi consigliere comunale e morto di tumore il 7 ottobre di due anni fa. Poche ore prima, le Sezioni unite civili della Corte di Cassazione avevano depositato una sentenza di settanta pagine. Hanno respinto i ricorsi di Ilva e Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria e hanno confermato il decreto con cui la Corte d'Appello di Milano, il 27 luglio, aveva ordinato di fermare l'area a caldo del più grande polo siderurgico d'Europa.
Le cokerie e gli altiforni 1, 2 e 4 dovranno essere spenti. Con loro si chiude in Italia l'ultimo ciclo integrale dell'acciaio, quello che parte dal minerale di ferro e dal carbone e arriva alla ghisa e alle lamiere, e che a Taranto ha disegnato per sessant'anni il profilo della città, il colore dei suoi tetti e il destino di intere famiglie. Al parco ha preso la parola Simona Fersini, presidente del Comitato cittadini e lavoratori liberi e pensanti, rivolgendosi al Governo, alla politica e ai sindacati: “Questo è un morto che noi non vogliamo piangere. Le lacrime sono finite”. Sui social i Genitori tarantini hanno scritto “Abbiamo vinto!”, aggiungendo che “la vita dei tarantini è importante anche per i giudici della Cassazione”. Michele Riondino, l'attore e regista tarantino che alla fabbrica ha dedicato Palazzina Laf, ha pubblicato su Facebook una foto dello stabilimento attraversata dalla scritta “Ilva is dead”.
Tutto è partito cinque anni fa da undici persone, dieci adulti e un minorenne, che con gli avvocati Ascanio Amenduni e Maurizio Rizzo Striano hanno avviato un'azione collettiva inibitoria. È lo strumento con cui un gruppo di cittadini chiede al giudice di far cessare un'attività che ritiene pericolosa. Il Codacons si è affiancato nel corso del procedimento. Dal Tribunale di Milano la causa è salita fino alla Corte di giustizia dell'Unione Europea, a Lussemburgo, che ha chiarito come va letto il diritto europeo sulle emissioni industriali, ed è poi tornata a Milano prima di arrivare a Roma. Amenduni ricorda il “peso anche psicologico enorme” che i suoi assistiti si sono caricati in questi anni: “Forse toccava allo stato sostenerlo, prevenendo in tempo utile il verdetto giudiziario odierno”.
Gran parte della sentenza è dedicata all'amianto. Ne restano 2.140 tonnellate dentro i cowpers, le grandi torri che scaldano l'aria da soffiare negli altiforni, dove fa da isolante tra la corazza esterna d'acciaio e i mattoni refrattari. La rimozione completa andava chiusa entro il 23 agosto 2023, come già fatto per altre 6.780 tonnellate. L'Autorizzazione integrata ambientale del 2025, il permesso che fissa le regole di funzionamento della fabbrica, aveva spostato quel termine al 2037, cioè altri quattordici anni. Secondo la Cassazione i giudici milanesi hanno fatto bene a disapplicare la proroga, illegittima perché in contrasto con la sentenza della Corte europea. Nei cowpers corre aria fino a 1.400 gradi, e quel vento rovente diretto al cuore dell'altoforno può portare con sé le fibre, in impianti che la Corte descrive come “obsoleti e fatiscenti”. I giudici mettono accanto a questi dati un numero che a Taranto conoscono bene: a Taranto e Statte il mesotelioma, il tumore della pleura legato all'amianto e che compare decenni dopo l'esposizione, è quattro volte più frequente dell'atteso. Per la Corte il pericolo è “grave e rilevante” e impone la sospensione dell'attività”.
Il secondo capitolo riguarda le polveri sottili, il particolato PM10 e PM2,5 che a Taranto si deposita da decenni su balconi, auto e davanzali. La Corte richiama la nuova direttiva europea 2024/2881 sulla qualità dell'aria, che l'Italia deve recepire entro l'11 dicembre e che fissa limiti ancora più severi. Il ragionamento poggia su tre princìpi: precauzione, prevenzione e la cosiddetta causalità attenuata. Quest'ultima consente al giudice di riconoscere il legame tra esposizione e danno con una prova meno rigida quando sono in gioco la vita e la salute. È questo che ha permesso ai giudici milanesi di formulare un giudizio di pericolosità attuale senza una nuova perizia tecnica. Sullo sfondo c'è la riforma costituzionale del 2022, che ha portato l'ambiente tra i princìpi fondamentali (articolo 9) e ha stabilito che l'iniziativa economica privata deve rispettare salute e ambiente (articolo 41). Da qui il passaggio più citato della sentenza: “Diritto alla vita e alla salute e diritto al lavoro non possono essere contrapposti e non devono entrare in conflitto”, perché il lavoro che lo stato deve promuovere è “salubre e sicuro”.
Palazzo Chigi ha diffuso una nota in cui “prende atto” di una pronuncia che “disattende le motivate conclusioni della Procura generale” e che “complica ulteriormente un percorso che è stato sempre più difficile e costellato da ogni tipo di ostacoli”. Il presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro, chiede “immediatamente un piano industriale” con risorse e tempi certi per bonifiche, siderurgia decarbonizzata e nuove attività.
La sentenza trova un'area a caldo ferma dall'8 ottobre, giorno dell'ultima colata di ghisa all'altoforno 2, quando le materie prime erano ormai esaurite. L'altoforno 1 è sotto sequestro da maggio 2025, dopo un incendio a una tubiera. Il 4 era entrato in manutenzione e non è più ripartito. Le batterie del coke sono in preriscaldo da gennaio, e nel frattempo l'azienda ha comprato il coke all'esterno. Da tre settimane gli impianti restano come brace sotto la cenere: il gas comprato fuori tiene caldi i soli cowpers a poco meno di mille gradi, senza produrre nulla. Il commissario Giancarlo Quaranta, ascoltato al Senato poche ore prima della sentenza, aveva spiegato che il preriscaldo serviva a non rendere irreversibile la fermata, a garanzia “tanto per i lavoratori ma anche per i creditori”.
Ora il gas verrà staccato davanti agli enti di controllo, come prescrive il decreto milanese. Gli altiforni si raffredderanno in poco tempo e, senza più ghisa liquida nel crogiolo, non servirà estrarre la “salamandra”, il blocco di metallo che si solidifica sul fondo. Le cokerie invece si spegneranno lentamente, man mano che la temperatura scende. Il peso di questa decisione si legge anche nei numeri della cassa integrazione. Acciaierie d'Italia ha chiesto la cassa straordinaria per 8.622 dipendenti su 9.626, quasi nove su dieci, fino al 28 febbraio 2027. A Taranto i cassintegrati saranno 6.964 su 7.875. Resteranno al lavoro poco più di mille persone, per custodire gli impianti e garantire sicurezza e obblighi ambientali. Il decreto-legge all'esame del Senato porta l'assegno al 70% della retribuzione. Nicola Convertino, presidente di AIGI, l'associazione delle imprese dell'appalto che rappresenta circa 4.000 lavoratori, ha usato un'immagine di mare: “La musica è finita e la barca è affondata, ma ancora non si vedono le scialuppe di salvataggio”. Chiede di saldare subito le fatture arretrate e di affidare le bonifiche alle stesse imprese e alle stesse maestranze.
Il futuro si decide adesso su tre tavoli. Il primo è la vendita. L'8 novembre scade il termine per le offerte vincolanti, e chi si farà avanti troverà un perimetro diverso da quello messo all'asta, con la sola laminazione rimasta a Taranto, cioè la parte che trasforma i semilavorati in lamiere e rotoli. A valle aspettano gli stabilimenti di Genova Cornigliano, Novi Ligure e Racconigi, che lavoravano l'acciaio arrivato dalla Puglia.
Il secondo tavolo è industriale. Il verbale in sette punti firmato a Palazzo Chigi il 27 ottobre impegna il governo sulla continuità produttiva e chiama in causa Leonardo, Ferrovie dello stato, Fincantieri e Rheinmetall per possibili progetti in Puglia.
Il terzo tavolo è ambientale, e su questo la sentenza lascia un compito preciso. Lo spegnimento ferma il vento caldo nei cowpers, ma le 2.140 tonnellate di amianto resteranno chiuse nelle pareti delle torri finché qualcuno non le toglierà. Per l'avvocato Rizzo Striano, intanto, si apre già il capitolo successivo: i risarcimenti a cittadini e lavoratori.
In copertina: veduta dell’Ex Ilva di Taranto, foto Flickr

