Per un’impresa che valuta di spegnere il bruciatore a gas e installare al suo posto una pompa di calore industriale, la decisione passa da un calcolo che sta in una riga: quanto costa un megawattora elettrico e quanto ne costa uno di metano. In Italia il rapporto fra i due prezzi è tra i più alti d’Europa, perché il prezzo all’ingrosso dell’elettricità segue quello delle centrali a gas che chiudono le aste orarie e perché tasse e oneri di sistema pesano sulla bolletta elettrica più che su quella del gas. È in questo squilibrio che il think tank ECCO individua una delle ragioni per cui l’elettricità copre dal 2021 la stessa quota dei consumi finali del paese, intorno al 23%, e il tema attraversa quasi tutti i capitoli del Progress Report 2026 sul Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (PNIEC), la verifica annuale con cui ECCO misura la distanza fra gli impegni presi con Bruxelles e l’economia reale.
Nel 2025 quella distanza è cresciuta. Secondo le stime preliminari dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA) riprese nel rapporto, le emissioni di gas serra sono aumentate di circa 9 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente, poco più del 2%, una quantità pari a quella che emettono in un anno, con l’impronta media di un italiano, tutti gli abitanti di Milano. Per centrare l’obiettivo del 2030 ne andranno tagliate circa 95 milioni rispetto ai livelli dell’anno scorso, un quarto delle emissioni nazionali e quasi quanto producono oggi tutti i trasporti messi insieme, 113 milioni di tonnellate nel 2024. Distribuito sui cinque anni che restano, il taglio vale in media 19 milioni di tonnellate l’anno, come se ogni dodici mesi si azzerasse l’impronta climatica di tre milioni di persone. L’indicatore sintetico con cui ECCO valuta l’avanzamento dei settori e l’efficacia delle politiche scende al 15%, cinque punti sotto il 2025, e nella voce dedicata all’uscita dal gas si ferma al 5%.
Una parte del ritardo ha già un prezzo. Il regolamento europeo Effort Sharing, la "condivisione degli sforzi", assegna a ogni stato un tetto annuale di emissioni per i settori che restano fuori dal mercato europeo del carbonio (ETS, Emissions Trading System): trasporti, edifici, agricoltura, rifiuti e piccola industria. Funziona come un budget pluriennale, e chi lo sfora compra quote dagli stati che hanno speso meno del previsto. Secondo le proiezioni ISPRA citate da ECCO, fra il 2021 e il 2030 le emissioni cumulate di questi settori supererebbero il tetto di 39 milioni di tonnellate, e pareggiare il conto costerebbe fra 3,8 e 5,7 miliardi di euro prima dei meccanismi di flessibilità, fino a un centinaio di euro per ogni residente. “Il ritardo nella transizione lo paghiamo due volte: in bolletta e nei conti pubblici”, spiega Chiara Di Mambro, direttrice strategia Italia e Europa di ECCO, che indica nella legge di bilancio lo strumento per usare i margini concessi da Bruxelles, elettrificando i consumi e cominciando a riequilibrare il carico fiscale fra elettricità e gas.
I trasporti, primo settore emissivo con il 31,3% del totale, sono cresciuti del 4% nel 2024. Il PNIEC conta su 4,3 milioni di auto elettriche al 2030, e ad agosto ne circolavano 445.000, circa una su dieci di quelle previste. Per la filiera automobilistica pesa soprattutto l’andamento del mercato, che si accende e si spegne al ritmo degli incentivi: con il programma dedicato all’elettrico le immatricolazioni a batteria sono salite in media al 9%, con la sua chiusura a giugno sono scese intorno al 6%, a fronte di una media europea del 22%. Nello stesso anno la rete di ricarica è cresciuta del 19%, oltre gli 84.500 punti pubblici, colonnine pronte per un parco auto che arriva a singhiozzo. ECCO chiede incentivi stabili, una revisione della fiscalità delle flotte aziendali e più risorse per il trasporto pubblico.
Negli edifici la quota di rinnovabili termiche è al 20,5%, la stessa del 2020, contro il 25,3% previsto dalla traiettoria del piano, e quasi un’abitazione su due, il 49,3% degli attestati di prestazione energetica residenziali, si trova ancora nelle classi F e G. Gli strumenti di sostegno si muovono a velocità opposte: il Conto termico ha esaurito in un mese i fondi stanziati per l'intero anno, mentre il Fondo nazionale per l'efficienza energetica ha impiegato 18 milioni su 284, poco più del 6% della dotazione. Il risultato si legge nei risparmi aggiuntivi prodotti dagli interventi incentivati, scesi a 0,24 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio nel 2025 dalle 0,68 del 2023, circa un terzo, mentre la Direttiva europea Case Green attende ancora il recepimento.
Le rinnovabili elettriche sono il settore in cui il rapporto registra i progressi maggiori, con una valutazione del 30%. Nel 2025 sono entrati in esercizio circa 7 GW, contro i 7,7 del 2024, ma il traguardo di 131 GW al 2030 richiede una media di 10 GW l’anno. Dei 67 GW di progetti esaminati dal 2021 dalla commissione tecnica del Ministero dell’ambiente, 24 sono in attesa tra presidenza del Consiglio e Ministero della cultura.
Sulla rete pesa la cosiddetta saturazione virtuale: a fine settembre le richieste di connessione a Terna sommavano 309,5 GW di rinnovabili e 285,6 GW di accumuli, quasi sei volte la domanda elettrica di punta del paese, una coda di prenotazioni in cui molti progetti esistono soltanto come pratica e occupano capacità che altri potrebbero usare.
Nel 2025 l’energia rinnovabile tagliata per congestione sulle linee ad alta tensione ha toccato 802 gigawattora, più del doppio dell’anno prima e abbastanza per coprire il fabbisogno annuo di circa 300.000 famiglie. Gli accumuli elettrochimici, che dovrebbero assorbire quei picchi, hanno registrato nei primi otto mesi del 2026 un calo del 64% delle nuove installazioni, e i 19,5 gigawattora in esercizio coprono il 27% di quanto Terna stima necessario al 2030. ECCO riconosce al Decreto bollette alcune misure utili sui contratti di lungo termine per l’acquisto di energia rinnovabile, i PPA (Power Purchase Agreement), su cui molte imprese contano per rendere prevedibili i costi.
Il gas resta la fonte che fissa il prezzo dell’elettricità, e nel 2025 i suoi consumi sono saliti del 2,1%, a 63,1 miliardi di metri cubi, trainati dal termoelettrico cresciuto del 7,2%, pur rimanendo 11,2 miliardi sotto il livello del 2019. Il rapporto segnala infrastrutture che estendono la dipendenza oltre il 2030, come la proroga del rigassificatore di Piombino e la metanizzazione della Sardegna, 1,45 miliardi di spesa sulla cui sostenibilità economica ha sollevato dubbi anche l’Autorità di regolazione per energia reti e ambiente (ARERA).
L’industria elettrifica il 40% dei propri consumi, quasi il doppio della media nazionale, dentro un sistema di incentivi che ECCO descrive frammentato e di breve respiro; il think tank chiede una strategia che sostenga insieme gli investimenti e i costi operativi, quelli che decidono se un forno elettrico o un elettrolizzatore restano accesi dopo l’inaugurazione.
Sul fronte delle risorse, a maggio risultava speso il 45% dei 56,8 miliardi della Missione 2 del Piano nazionale di ripresa e resilienza, quella dedicata alla transizione ecologica. Tra il 2012 e il 2024 lo stato ha incassato 18,2 miliardi dalle aste del mercato europeo del carbonio, destinandone a interventi per il clima 1,6, il 9%: meno di un terzo della somma che l’Italia potrebbe dover versare per lo sforamento delle emissioni.
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