Poco più di cinque mesi. Tanto manca al 24 agosto 2026, la data in cui, secondo un decreto del Tribunale civile di Milano, gli altiforni dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto dovrebbero spegnersi, se l’azienda non avrà adeguato le prescrizioni ambientali della sua autorizzazione integrata ambientale (AIA). Poco più di cinque mesi in cui dovrebbe compiersi ciò che non è accaduto in oltre sessant’anni di vita dello stabilimento siderurgico più grande d’Europa: mettere la salute dei cittadini prima della produzione di acciaio. Ma quel conto alla rovescia, in realtà, si è già fermato. Perché il decreto non è esecutivo, l’azienda lo ha impugnato, e − paradosso nella tragedia − lo hanno impugnato anche i cittadini che lo avevano ottenuto, giudicandolo troppo timido.
Il 26 febbraio scorso i giudici della XV sezione specializzata in materia di impresa di Milano hanno parzialmente disapplicato l’AIA rilasciata nell’agosto 2025 dal Ministero dell’ambiente, riconoscendo “rischi attuali di pregiudizi alla salute” per i residenti di Taranto, Statte e dei quartieri limitrofi. Il dispositivo − firmato dal presidente del Tribunale Fabio Roia e dal presidente di sezione Angelo Mambriani − ordina la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo a partire dal 24 agosto, se entro quella data le società Acciaierie d’Italia, Acciaierie d’Italia Holding e Ilva, tutte in amministrazione straordinaria, non avranno ottenuto un’integrazione dell’AIA con “tempi certi e ragionevolmente brevi” per gli interventi di ambientalizzazione rimasti senza cronoprogramma.
Una decisione che applica i princìpi della sentenza della Corte di giustizia dell’Unione Europea del 25 giugno 2024: se un’attività industriale presenta pericoli gravi per l’ambiente e la salute, dev’essere sospesa, senza ulteriori proroghe. Ma a Taranto il tempo ha sempre un significato diverso da quello che gli si attribuisce a Roma o a Milano. Per chi abita al quartiere Tamburi, a ridosso dei parchi minerali, cinque mesi sono un’altra stagione di polvere. E proprio su quei giorni si è aperta una nuova, duplice battaglia legale.
Tutti in Corte d’Appello: il doppio ricorso del 9 marzo
Il 9 marzo 2026, nella stessa giornata, sono accadute due cose simmetriche e opposte. Da un lato, Acciaierie d’Italia e Ilva in amministrazione straordinaria hanno depositato reclamo in Corte d’Appello contro la sentenza, sostenendo che le prescrizioni ambientali indicate come inadempiute siano in realtà connesse a un procedimento amministrativo ancora in corso − quello degli studi di fattibilità − e che nel 2025 lo stabilimento sia stato oggetto di quasi mille ispezioni ambientali, risultando sempre conforme ai limiti emissivi. L’azienda, inoltre, ricorda che l’AIA, articolata in 470 prescrizioni, è stata istruita da un gruppo tecnico che comprende il Ministero dell’ambiente, ISPRA, regione Puglia ed enti locali, senza la partecipazione dell’azienda stessa.
Dall’altro lato, nello stesso giorno, gli undici cittadini dell’associazione Genitori Tarantini, assistiti dagli avvocati Maurizio Striano e Ascanio Amenduni, hanno impugnato la stessa sentenza ma per ragioni diametralmente opposte. Per loro, il Tribunale ha sì “demolito” la nuova AIA, ma ha poi concesso quello che definiscono un “termine di grazia” − tre anni dalla scadenza dell’ultima autorizzazione, il 24 agosto 2023 − che ritengono incompatibile con quanto stabilito dalla Corte di Giustizia europea, secondo la quale ulteriori proroghe a impianti privi delle necessarie garanzie ambientali e sanitarie sono da considerarsi illecite.
“Il Tribunale ha demolito la nuova AIA propagandata dal governo Meloni come la panacea di tutti i mali”, hanno dichiarato i promotori dell’azione inibitoria. “Ma ha reso una motivazione contraddittoria sulla sospensione dell’attività produttiva. Anziché ordinare l’immediata sospensione ha concesso un ‘termine di grazia’ che viola quanto stabilito dalla Corte di giustizia europea, e cioè che le proroghe sono illecite”, ha spiegato l’avvocato Striano. La richiesta è netta: chiusura immediata dell’area a caldo, senza attendere agosto.
L’aspetto di cui poco si parla: la giustizia climatica
Nel ricorso c’è anche un ulteriore motivo d’impugnazione, e potenzialmente il più innovativo sul piano giuridico: la cosiddetta “giustizia climatica”. Il Tribunale ha respinto la domanda di ordinare ai gestori l’abbattimento delle emissioni di CO₂ che, pur non essendo tossiche in senso stretto, producono effetti nocivi sul clima e, di conseguenza, sulla vita delle persone. “Le motivazioni del Tribunale non tengono in alcun conto le argomentazioni svolte in un parere pro veritate dal professor Carducci, massimo esperto in materia in Italia e non solo”, ha aggiunto Striano. “Ora dovrà pronunziarsi la Corte di Appello di Milano. Speriamo che lo faccia in tempi brevi.”
Il risultato pratico del doppio ricorso, come ha osservato il sito web Giustizia per Taranto, è che il fermo impianti di agosto è di fatto sospeso: il decreto del Tribunale prevedeva espressamente la non esecutività in caso di impugnazione. E l’impugnazione è arrivata. Da entrambe le parti.
Una fabbrica in agonia: tra altiforni spenti, cassa integrazione e trattative in bilico
Per comprendere il peso specifico di questi ricorsi, occorre guardare anche al quadro industriale. Lo stabilimento di Taranto oggi è un gigante ferito: dei quattro altiforni, solo uno è attivo (l’AFO2, riavviato a febbraio 2026), la produzione si aggira intorno ai 2 milioni di tonnellate di acciaio l’anno − quota insufficiente a raggiungere il pareggio fra costi e ricavi − e l’impianto perde, secondo fonti ministeriali, fra 50 e 70 milioni di euro al mese. Su circa 8.000 dipendenti, 4.450 sono in cassa integrazione straordinaria. I commissari hanno chiesto una proroga della CIGS per dodici mesi a partire dal primo marzo. L’altoforno 1 resta sotto sequestro probatorio dalla Procura di Taranto. L’obiettivo dichiarato dei commissari è riavviare l’AFO4, dopo manutenzione, entro aprile, per portare la produzione a 4 milioni di tonnellate: la soglia minima considerata necessaria per rendere l’impianto appetibile a un acquirente.
La trattativa di vendita, nel frattempo, ha preso una piega inattesa. Il fondo americano Flacks Group, con cui i commissari trattano in esclusiva dalla fine del 2025, ha presentato un piano che prevede l’acquisizione per un euro simbolico accompagnato da investimenti dichiarati per 5 miliardi, la salvaguardia di 8.500 posti di lavoro e un percorso di decarbonizzazione. Ma dopo la sentenza di Milano, Flacks ha inviato ai commissari una lettera di cinque pagine chiedendo, fra le altre cose, un “adeguato scudo penale” come condizione per procedere. Le integrazioni alla proposta presentate il 13 marzo, secondo le prime indiscrezioni, non avrebbero chiarito i punti richiesti su sostenibilità finanziaria, fonti di finanziamento e partner industriali. Nessun nome di banche o istituti finanziari a supporto dell’operazione risulta nei documenti visionati.
A complicare ulteriormente la partita, il 12 marzo il gruppo siderurgico indiano Jindal ha formalizzato una manifestazione di interesse, annunciata dal ministro delle imprese Adolfo Urso durante un’informativa al Senato. Jindal propone un piano di completa decarbonizzazione basato su forni elettrici e un impianto di preridotto alimentato a gas, con il mantenimento degli altiforni durante la transizione. Il ministro Urso ha smentito le indiscrezioni su una possibile chiusura dell’area a caldo da parte di Jindal e ha parlato di un “negoziato in una fase di svolta”. Il 16 marzo, i commissari hanno inviato al ministero un report comparativo sulle due proposte. Il governo eserciterà il golden power.
Ma il tempo stringe: i fondi dell’ultimo prestito ponte, 149 milioni, basteranno fino a fine aprile. La Commissione europea ha autorizzato ulteriori finanziamenti pubblici fino a 390 milioni, ma a condizione che sia già stato firmato un contratto di vendita. Se la trattativa si allunga, o se nessuno compra, i soldi finiranno prima della scadenza giudiziaria del 24 agosto.
I numeri della salute: cosa dicono (e cosa non dicono) i dati
È il cuore della vicenda, ed è qui che il conflitto fra le parti diventa più aspro. I dati disponibili raccontano due storie che faticano a incontrarsi. Da un lato, il progetto Sentieri dell’Istituto superiore di sanità − lo studio epidemiologico nazionale dei territori esposti a rischio da inquinamento, finanziato dal Ministero della salute − ha documentato nel sito di interesse nazionale (SIN) di Taranto un eccesso di mortalità generale in entrambi i generi, un eccesso del 30% nella mortalità per tumore al polmone e un aumento del 9% rispetto alla media regionale dei nati con malformazioni congenite. In età pediatrica, l’eccesso di tumori del sistema linfoemopoietico vede un aumento del 90% nel rischio di linfomi. La perizia epidemiologica del 2012 aveva attribuito alle emissioni industriali, nel periodo 1998-2010, una media di 30 decessi l’anno e centinaia di casi di tumori maligni ed eventi coronarici. L’Associazione italiana di epidemiologia ha ribadito che non esiste un livello-soglia al di sotto del quale non siano evidenziabili effetti dell’inquinamento sulla salute.
L’ultima valutazione del danno sanitario (VDS) prodotta da ARPA Puglia, ARESS Puglia e ASL Taranto conferma la permanenza di criticità sanitarie e raccomanda ulteriori misure per contenere l’esposizione al particolato fine: per rendere accettabile il rischio nel quartiere Tamburi, servirebbe una riduzione del 21% dell’esposizione a PM2,5 e del 36% per il PM10.
Dall’altro lato, la valutazione d’impatto sanitario (VIS) presentata dall’azienda al Ministero dell’ambiente per il rinnovo dell’AIA approda a conclusioni diverse. Acciaierie d’Italia sostiene che la situazione delle polveri a Taranto non sia peggiore rispetto ad altre città italiane e che gli indici di pericolosità nel quartiere Tamburi siano tutti al di sotto della soglia critica. L’azienda rivendica inoltre che nel 2025 i limiti emissivi sono stati sempre rispettati, come attestato dalle autorità di controllo.
La contrapposizione fra le valutazioni degli enti pubblici e quelle aziendali resta uno dei nodi irrisolti. Il Tribunale di Milano, nella sua sentenza, ha implicitamente dato più peso alla prima lettura, ordinando interventi su prescrizioni specifiche: monitoraggio di PM10 e PM2,5, regime dei wind days, installazione di serbatoi contenenti sostanze pericolose, temperatura minima di combustione delle torce, intercettazione delle emissioni diffuse nella fase di trasferimento del coke.
Ambiente Svenduto: il processo che riparte da zero
A rendere il quadro ancora più complesso c’è la vicenda penale. Il processo Ambiente Svenduto è il più grande procedimento per disastro ambientale nella storia italiana, che in primo grado aveva portato a 26 condanne per complessivi 270 anni di carcere a carico della famiglia Riva, ex proprietaria dell’Ilva, di dirigenti e di esponenti della politica locale e regionale fra cui l’ex presidente della regione Puglia Nichi Vendola. Tale processo è stato azzerato nel settembre 2024 dalla Corte d’Assise d’Appello di Taranto, che ha disposto il trasferimento degli atti a Potenza per incompatibilità dei giudici tarantini, essi stessi potenziali parti offese del reato di disastro ambientale.
Il processo è ricominciato dal grado preliminare. Il GUP di Potenza, Francesco Valente, ha rinviato a giudizio 21 imputati (18 persone fisiche e 3 società) e fissato la prima udienza al 21 aprile 2026. Fra gli imputati restano Nicola e Fabio Riva, l’ex direttore dello stabilimento Luigi Capogrosso e l’ex governatore Vendola. Lo spettro della prescrizione, denunciato da PeaceLink e dal Codacons, incombe su diversi capi d’imputazione. Intanto, per effetto dell’annullamento della sentenza di primo grado, è decaduto anche il sequestro giudiziario degli impianti dell’area a caldo che era stato disposto nell’ambito del procedimento.
Morti sul lavoro: l’altra emergenza
Mentre il dibattito resta inchiodato sull’asse ambiente-lavoro, la fabbrica continua a uccidere anche in un altro modo. Il ministro Urso, nella sua informativa al Senato del 12 marzo, ha ricordato Loris Costantino e Claudio Salamida, operai deceduti in recenti incidenti durante le opere di manutenzione nello stabilimento ionico. Due nomi che si aggiungono a una lista lunga e dolorosa, e che ricordano come la sicurezza sul lavoro resti una criticità strutturale di un impianto in cui la scarsa manutenzione degli ultimi anni è conseguenza diretta dell’instabilità proprietaria e gestionale.
Otto governi, oltre trenta decreti-legge, una sentenza della Corte di giustizia europea, due condanne della Corte europea dei diritti dell’uomo (Cordella e altri c. Italia nel 2019, Briganti e altri c. Italia nel 2022), un processo penale azzerato e ricominciato da zero, un’azienda passata dallo stato ai Riva, dai Riva ad ArcelorMittal, da ArcelorMittal di nuovo allo stato in amministrazione straordinaria. E ora due pretendenti – un fondo americano e un colosso siderurgico indiano – che si contendono quella che resta, sulla carta, la più grande acciaieria d’Europa.
In copertina: lo stabilimento ex Ilva di Taranto fotografato da Fabio Altobello, Agenzia IPA
