Allora non è vero che ai grandi investitori non importa del clima, e che il mondo della finanza stia voltando le spalle alla transizione energetica. Nonostante Trump & C., chi gestisce i soldi veri continua a considerare il cambiamento climatico una priorità. Magari non per solo idealismo, ma perché serve a mettere al riparo il capitalismo da disastri ancor più gravi. Questo dice di fatto la sesta edizione del Global Climate Investing Survey di Robeco, una delle indagini più ampie sul tema, che ha coinvolto 200 investitori istituzionali e 100 wholesale (cioè gestori patrimoniali, consulenti finanziari, banche private, family office, broker) sparsi tra Europa, Nord America, Asia-Pacifico e Sudafrica.

Il messaggio è che sei investitori su dieci prevedono di aumentare i propri investimenti in soluzioni climatiche nei prossimi tre anni. Il 59% ritiene che la domanda di strumenti per la mitigazione del riscaldamento globale resterà solida, qualunque cosa accada sul fronte politico. E, tra chi ha già fissato obiettivi di azzeramento delle emissioni nette, il 94% dichiara di volerli mantenere, indipendentemente dalle decisioni dei governi.

Una piccola avvertenza: Robeco è un gestore patrimoniale nederlandese tra i maggiori in Europa, con oltre 200 miliardi di euro in asset gestiti. Ed è una società famosa per essere stata pioniera nell'integrazione di criteri di sostenibilità nelle strategie di investimento. Lo studio è condotto in modo accurato, e i 300 gestori intervistati gestiscono complessivamente quasi 36.000 miliardi di dollari di risorse. Non proprio noccioline.

Questo studio dice comunque una cosa importante. Gli ultimi anni sono stati difficili per chi crede nella sostenibilità. Negli Stati Uniti diversi fondi pensione hanno abbandonato le alleanze per il clima, alcune grandi banche hanno ridimensionato i propri impegni pubblici, e la politica trumpiana ha dichiarato guerra aperta a tutto ciò che sa di green. Anche in Europa il vento è cambiato dopo l'elezione del nuovo Parlamento europeo, in cui i Popolari del PPE si alleano spesso e volentieri con sovranisti, patrioti, nazionalisti e neofascisti, e con la riluttanza di gran parte dei governi di centrodestra (tra cui il nostro) a sostenere la transizione ecologica. Eppure, gli investitori non stanno scappando, anzi, stanno affinando le strategie.

Basta guardarsi intorno. Tre quarti degli intervistati ritengono che il conflitto in Medio Oriente accelererà la transizione verso le energie rinnovabili, per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili. Due terzi prevedono che i rischi ambientali legati al clima si ripercuoteranno sui prezzi degli asset nei prossimi cinque anni, con un impatto che varierà da moderato a significativo. Insomma, si investe in fotovoltaico, accumulo e reti elettriche non per salvare il pianeta, ma per non restare al buio.

Lucian Peppelenbos, Climate and Biodiversity Strategist di Robeco, parla di "nuova realtà degli investimenti climatici". La transizione, spiega, non è più guidata solo da obiettivi ambientali o pressioni normative, ma da fattori economici e geopolitici molto concreti. C'è però un realismo nuovo che attraversa l'intera indagine. Gli investitori non si fanno illusioni: solo il 19% prevede una transizione climatica ordinata, mentre quasi la metà (esattamente, il 47%) si aspetta uno scenario definito "troppo poco, troppo tardi". Il 44% considera ormai irraggiungibile l'obiettivo di limitare il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2°C. E l'incertezza delle politiche governative viene indicata come il principale ostacolo agli investimenti climatici dal 45% del campione.

Un altro elemento interessante riguarda l'evoluzione delle preoccupazioni. Nel 2025 il 67% degli investitori indicava la performance finanziaria come la principale sfida legata alla decarbonizzazione dei portafogli. Quest'anno la percentuale è scesa al 50%. È ancora la preoccupazione principale, ma il calo suggerisce una maggiore consapevolezza dei compromessi necessari e, forse, una maturazione delle strategie di investimento. Anche i timori sulla qualità dei dati si sono ridotti: dal 48 al 34%. Gli strumenti migliorano, le metriche si affinano, la nebbia si dirada.

Sfide complesse restano sul tavolo. Il 41% degli intervistati segnala la difficoltà di bilanciare obiettivi climatici e impatti finanziari, mentre il 37% fatica a gestire classi di attività complesse. Per fortuna, gli investimenti climatici diventano sempre più sofisticati, basandosi su dati prospettici invece di limitarsi a contare le emissioni di carbonio, e integrandosi sempre più con i risultati finanziari. Questo cambio di rotta, comunque la si veda, è una notizia molto positiva.

 

In copertina: immagine Envato