Meno della metà degli obiettivi nazionali sulla biodiversità è in linea con la tabella di marcia. È il dato che pesa di più nel report State of Biodiversity Action, presentato il 15 ottobre a Yerevan dal segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres. Un documento fondamentale per indirizzare i negoziati sulla biodiversità di COP17, che si sono aperti lunedì 19 ottobre e si terranno fino al 30 ottobre nella capitale armena, Yerevan.
Lo State of Biodiversity Action è la prima valutazione globale dei progressi sull’Accordo quadro globale per la biodiversità di Kunming-Montreal, adottato nel dicembre 2022 con 23 obiettivi al 2030 e quattro traguardi al 2050. È la strategia cardine per la protezione della biodiversità, di fatto l'Accordo di Parigi della natura: quasi duecento paesi lo hanno sottoscritto quattro anni fa.
“Non è tutto negativo, ci sono anche buone notizie nel report”, è il commento di Guterres ai giornalisti che hanno seguito la conferenza stampa. “Ad esempio ci sono tanti progressi, anche se non sufficienti.” Toccherà quindi ai partecipanti al negoziato di COP17 aumentare l’ambizione.
Molti impegni, pochi risultati
A metà del percorso l'adesione formale è ampia. Quasi il 90% delle 196 Parti della Convenzione sulla diversità biologica hanno fissato obiettivi nazionali, circa il 60% ha aggiornato strategie e piani d'azione e oltre il 70% ha consegnato i rapporti nazionali. Popoli indigeni, comunità locali, governi subnazionali, imprese e società civile hanno registrato circa 5.000 impegni dal basso di azioni per proteggere e ripristinare la natura.
All'adesione però non è seguita l'attuazione. Gli obiettivi nazionali coprono in media 22 dei 23 target globali, ma spesso solo in parte. Molti paesi promettono incentivi positivi, pochi si impegnano a ridurre i sussidi dannosi, come chiede il Target 18: l'impegno è tagliarli di 500 miliardi di dollari l'anno entro il 2030, e i progressi sono scarsi. Resta lontano anche il Target 3, noto come 30by30, la protezione del 30% di terre e mari entro il 2030.
C’è poi il nodo delle risorse economiche. Il report State of Biodiversity Action rileva che i paesi sviluppati non stanno riuscendo a colmare il “divario finanziario in materia di biodiversità” pari a 200 miliardi di dollari.
Le iniziative volte a sostenere questo obiettivo stanno incontrando difficoltà: un fondo speciale “quadro” per la biodiversità ha ricevuto meno di 140 milioni di dollari dai paesi sviluppati negli ultimi due anni, mentre lo “storico” Fondo di Cali sul DSI (sull’impiego delle sequenze digitali relative alle risorse genetiche) ha raccolto solo 6.000 dollari da aziende private. Sono proprio i privati che provano a colmare il gap. La Species Recovery Donor Alliance, composta da nove donatori, tra cui il Bezos Earth Fund del patron di Amazon, si è impegnata a investire 500 milioni di dollari entro il 2030 per sostenere il recupero delle specie minacciate in oltre cento paesi, come ha annunciato da Cristian Samper, amministratore delegato e responsabile di Nature Solutions presso il Bezos Earth Fund, in occasione del Leader’s Summit a margine della COP17. La disponibilità di finanziamenti – o la loro mancanza – sarà uno dei principali punti di scontro nei negoziati della COP17.
Tra le priorità finanziarie il report indica la riforma degli incentivi dannosi, produzione e consumi sostenibili, una rendicontazione più seria delle imprese sui loro impatti e sulle loro dipendenze dalla natura, e investimenti indirizzati a conservazione e ripristino. Secondo i dati ONU, per ogni dollaro investito nella protezione o nel ripristino della natura, circa 30 finiscono in attività che la degradano. “Il rapporto mostra che molti degli elementi critici per il progresso, tra cui finanza, competenze, cooperazione e dati, mancano ancora all'appello”, ha dichiarato Guterres. “La natura non si tutela con le buone intenzioni.”
In conferenza stampa il segretario generale è stato ancora più diretto. “La questione chiave è l'influenza [politica ed economica]”. Quella dell’industria mineraria certo, ma anche l’agribusiness che distrugge le foreste e la pesca intensiva, settori che hanno “ancora troppa influenza per preservare il potere economico” e lo usano per pesare sulla politica. La via d'uscita, per Guterres, passa dal mercato: “Dobbiamo cambiare i rapporti di potere”.
“La COP15 ci ha dato il quadro giuridico”, ha detto Hambardzum Matevosyan, ministro armeno dell'ambiente e presidente entrante della COP17. “La COP16 ha fatto avanzare meccanismi importanti per attuarlo. La COP17 deve ora aiutarci a capire dove siamo, cosa funziona, dove i progressi mancano e cosa deve cambiare.” Per Inger Andersen, direttrice esecutiva dell'UNEP, “non possiamo affrontare cambiamento climatico, perdita di biodiversità e inquinamento separatamente”. Sul tavolo c'è anche la proposta di una roadmap, la Yerevan Pathway, ancora in negoziato, per accelerare sui target dell’Accordo di Montreal-Kunming.
Al negoziato non sono attesi grandi negoziati tecnici, quanto piuttosto impegni concreti dei singoli paesi, dalla conservazione della natura alla mobilitazione delle risorse economiche. “Sappiamo dove siamo arrivati con i nostri progressi”, ha concluso Astrid Schomaker, segretaria esecutiva della Convenzione. “Sappiamo dove sono le lacune. Ora dobbiamo lavorare insieme per colmarle.”
In copertina: António Guterres © CBD COP17 Yerevan
