Un Sud Italia paralizzato, con i tir fermi nei porti, le celle frigorifere sature di ortofrutta deperibile e gli scaffali dei supermercati desolatamente vuoti. La protesta di autotrasportatori e agricoltori, partita a inizio ottobre in Calabria e Puglia ed estesa in pochi giorni a tutto il Mezzogiorno, ha riaperto una ferita profonda: quella di un’economia meridionale schiacciata tra il caro carburante, le contraddizioni della transizione ecologica europea e le speculazioni sui mercati energetici internazionali. I blocchi ai principali snodi viari, portuali e distributivi del Sud, attuati per protestare contro i costi insostenibili del gasolio, stanno provocando un impatto economico già devastante sui territori.

In questo contesto di forte tensione si inserisce la proclamazione dello sciopero generale per il 20 novembre, annunciato dal segretario della CGIL, Maurizio Landini, durante la manifestazione di Via Maestra contro la legge di bilancio del governo Meloni, in concomitanza con lo sciopero studentesco europeo. Per tentare di disinnescare la paralisi, il ministro delle infrastrutture e dei trasporti Matteo Salvini ha convocato a Milano i vertici sindacali nazionali e i comitati autonomi di Calabria, Sicilia e Puglia, promettendo lo sblocco immediato dei 430 milioni di euro già stanziati a bilancio e nuove risorse dedicate al Marebonus.

Si tratta di una crisi profonda che dai piazzali dei porti e dai mercati ortofrutticoli si allarga fino a toccare le grandi direttive di Bruxelles sulle emissioni marittime, i nodi irrisolti della continuità territoriale e il ruolo ambiguo dei colossi del trading petrolifero.

Calabria, l'epicentro della mobilitazione

La Calabria si conferma il motore trainante della protesta nel Mezzogiorno. I blocchi hanno coinvolto l'asse portuale di Gioia Tauro e i principali svincoli dell'autostrada A2 del Mediterraneo. Particolarmente simbolica la situazione allo svincolo di Falerna, dove i camionisti e gli agricoltori si sono uniti ai cortei degli studenti in protesta contro i rincari degli affitti e dei trasporti.

La paralisi della circolazione pesante sta provocando il rapido prosciugamento delle scorte di carburante nelle stazioni di servizio dell'intera regione e primi ammanchi nei banchi alimentari freschi. Anche il settore della panificazione calabrese si è schierato compatto a fianco dei trasportatori: l'impennata del costo della farina (arrivata a 60 euro al quintale) sta costringendo i panificatori ad applicare un aumento del 20% sul prezzo del pane.

Campania, il corto circuito della GDO e i varchi portuali chiusi

La regione guidata da Roberto Fico rappresenta il punto di rottura più critico per i flussi della GDO. I presidi permanenti dei camionisti controllano le arterie autostradali nevralgiche: si registrano pesanti incolonnamenti sulla A1 Milano-Napoli, sulla A30 Caserta-Salerno, lungo la A16 e sulla statale 700. A Napoli, i mezzi pesanti hanno sbarrato l'accesso al varco Bausan del porto. Questo imbuto logistico ha bloccato le operazioni di carico e scarico nei principali depositi alimentari del Casertano e del Napoletano, lasciando vuoti gli scaffali dei supermercati e mettendo a rischio deterioramento tonnellate di merci fresche come latte, carne e ortofrutta.

“Comprendiamo le ragioni della protesta, ma occorre garantire il passaggio dei prodotti deperibili2, ha dichiarato il presidente nazionale di Confcooperative agroalimentare e pesca, Raffaele Drei. “Frutta, verdura e ortaggi seguono i tempi della natura: quando arriva il momento della raccolta, non si può aspettare che ripartano i trasporti. Per le produzioni a foglia, particolarmente delicate, ritardare la raccolta può compromettere rapidamente qualità e commerciabilità, fino a perdere la produzione. Anche il pescato deve raggiungere rapidamente i mercati. Il fermo dei trasporti può così vanificare mesi di lavoro e investimenti, lasciando alle imprese tutti i costi sostenuti.” Nel frattempo, la protesta si è estesa capillarmente anche in provincia di Salerno.

Napoli, un supermercato con gli scaffali quasi vuoti per mancanza di rifornimento di frutta e verdura. Foto di Felice De Martino, Agenzia IPA

Basilicata, arterie strategiche sotto pressione e la morsa sulla statale Jonica

In Basilicata la protesta ha colpito in modo mirato i nodi d'accesso alla produzione industriale e agroalimentare. Presidi permanenti di tir e trattori sono attivi lungo gli svincoli d'ingresso alla città di Potenza e nell'area industriale di Tito. Contemporaneamente, i manifestanti hanno rallentato il traffico lungo l'arteria della statale Jonica nel Metapontino, canale fondamentale per la spedizione dei prodotti ortofrutticoli lucani verso i mercati del Nord Italia e del resto d'Europa.

Il rallentamento dei flussi pesanti sta provocando forti ritardi nell'approvvigionamento dei beni intermedi per le fabbriche regionali e per la rete di vendita al dettaglio. Questa mattina, martedì 20 ottobre, il Coordinamento agricoltori Basilicata è entrato nel Parlamentino del Consiglio regionale, convocato in audizione dalla Terza commissione sulla crisi agricola e sul caro carburante. “In Commissione non andiamo a festeggiare”, fanno sapere dal Coordinamento. “Portiamo proposte concrete sul caro carburante, sulla tenuta delle aziende e sul Tavolo Verde.”

Puglia, trattori in piazza

In Puglia, la mobilitazione vede la stretta alleanza tra autotrasportatori e aziende agricole. All'alba di oggi, martedì 20 ottobre, un esteso corteo di tir e trattori ha attraversato la provincia di Bari, bloccando la strada statale 231 all'altezza di Bitonto e culminando in un lungo presidio pacifico dinanzi alla sede del Comune. Il giorno prima, Coldiretti Puglia aveva denunciato il rallentamento delle consegne agroalimentari e le difficoltà delle piattaforme logistiche della grande distribuzione.

Nelle celle frigorifere delle aziende agricole si stanno accumulando ortaggi, frutta e funghi che non riescono a raggiungere regolarmente i mercati, sottolineano dalla principale Organizzazione degli imprenditori agricoli. Il rischio maggiore riguarda i prodotti deperibili: se i tempi di trasporto si allungano eccessivamente, parte della merce potrebbe deteriorarsi prima della vendita. Coldiretti sottolinea, inoltre, che l’85% delle merci destinate agli scaffali viaggia su strada. Una dipendenza che rende la distribuzione particolarmente esposta alle interruzioni dell’autotrasporto. L’organizzazione segnala anche un aggravio di circa 600 euro, rispetto a febbraio, per le operazioni di aratura di un campo di 11 ettari, secondo la propria stima.

Molise, filiera agroalimentare al gancio e allarme nei cantieri edili

In Molise il blocco dei trasporti ha generato impatti diretti immediati sull'apparato manifatturiero e sull'edilizia. A Campobasso, lo storico pastificio La Molisana è stato costretto a ridurre drasticamente i ritmi di produzione a causa dell'impossibilità di ricevere le materie prime, dovendo attingere esclusivamente alle scorte interne dei magazzini. Parallelamente, ANCE Molise ha lanciato un allarme rosso sul rischio imminente di chiusura per i cantieri edili della regione, paralizzati dal mancato arrivo dei materiali da costruzione e dall'esplosione dei costi di trasporto. Come nel resto del Sud, nei supermercati molisani scarseggiano i beni di prima necessità e i prodotti alimentari freschi.

Napoli, un supermercato con gli scaffali quasi vuoti per mancanza di rifornimento di frutta e verdura. Foto di Felice De Martino, Agenzia IPA

Sicilia, la paralisi tra ETS e il paradosso della raffinazione

L’isola sta vivendo un vero e proprio congelamento economico e logistico, con i porti bloccati, i tir fermi nei piazzali e le celle frigorifere sature di merci deperibili. In centri agricoli chiave come Canicattì, Mazzarrone e il mercato ortofrutticolo di Vittoria, le contrattazioni si sono completamente arrotate: centinaia di quintali di uva da tavola, pomodori e fichidindia restano stoccati da giorni con il rischio imminente di marcire e finire al macero.

Come denunciato da Rosario Marchese Ragona, presidente di Confagricoltura Sicilia, il settore primario subisce un doppio danno: a fronte di costi di produzione triplicati per concimi, teli e carburante agricolo, i produttori non riescono a scaricare i rincari sul prezzo finale. Al contrario, gli autotrasportatori hanno aumentato le tariffe di spedizione (il trasporto di un pallet per Milano è salito da 80 a 120 euro), senza però riuscire a coprire i propri costi d'esercizio. Il blocco rischia così di favorire la Grande distribuzione organizzata (GDO), pronta a sostituire la merce siciliana con importazioni estere, mentre il comparto zootecnico è allo stremo per la mancanza di mangimi e l'impossibilità di spedire settimanalmente 500 suinetti negli allevamenti del Nord Italia.

Dal punto di vista dell'autotrasporto, la crisi siciliana porta alla luce gravi distorsioni regolatorie ed europee. Giuseppe Bulla, vicepresidente nazionale di Assotir, evidenzia come le piccole e medie imprese locali siano entrate in sofferenza a causa dell'applicazione dell'ETS (Emissions Trading System) al settore marittimo: nato per tassare le compagnie di navigazione, il balzello è stato integralmente scaricato dagli armatori sui vettori stradali. A ciò si aggiunge il drastico taglio dei fondi statali per il Marebonus − ridotti da 240 a 52,9 milioni di euro, facendo crollare l'incentivo da 30 a 6 centesimi al chilometro − e i continui ritardi nell'erogazione dei bonifici già deliberati da RAM spa. Assotir chiede pertanto l'esenzione totale dell'isola dall'ETS in virtù del principio costituzionale ed europeo di insularità e continuità territoriale.

Sul piano operativo e dei servizi, il Comitato trasportatori siciliani (CTS), guidato da Salvatore Bella, ha attuato il fermo della movimentazione dei semirimorchi nei porti dell'isola in modo pacifico, mantenendo liberi i transiti sullo Stretto di Messina ma congelando le merci in attesa di garanzie scritte dal Governo. Gli effetti sui cittadini sono immediati: nei nodi di Messina (Tremestieri e San Gregorio) e Catania si registrano lunghe code alle stazioni di servizio per la carenza di carburante, gli autobus locali rischiano lo stop e in quindici comuni della fascia ionica (tra cui Giardini Naxos, Letojanni e Santa Teresa di Riva) è stata sospesa la raccolta dei rifiuti indifferenziati. Inoltre, anche i fornai siciliani si sono uniti alla protesta per via del prezzo della farina schizzato da 50 a 60 euro al quintale, rincaro che farà lievitare del 20% il prezzo del pane.

Infine, la crisi svela il profondo paradosso energetico e macroeconomico della regione. Alfio La Rosa, presidente di Federconsumatori Sicilia, nota come a fronte di un greggio Brent attestato tra i 100 e i 110 dollari al barile (quindi inferiore ai 123 dollari registrati all'inizio della guerra in Ucraina), il prezzo alla pompa risulti superiore di 70-80 centesimi al litro, incorporando un sovrapprezzo speculativo non giustificato di circa 20 centesimi.

La Sicilia ospita a Priolo uno dei poli di raffinazione più grandi d'Europa (l'impianto ISAB Energy, ceduto da Lukoil alla società cipriota Goi Energy), ma la struttura opera in virtù di un contratto di commercializzazione esclusiva con il colosso del trading Trafigura (con sede a Singapore). Trafigura fornisce il 100% del greggio grezzo e riacquista il 90% dei prodotti raffinati per rivenderli sui mercati internazionali al miglior offerente, privando il territorio di qualunque beneficio sui prezzi finali. Per uscire da questo stallo, Federconsumatori chiede l'attivazione immediata dell'accisa mobile e un piano strategico di decarbonizzazione e transizione energetica per affrancare la logistica isolana dalle speculazioni fossili.

 

In copertina e qui sopra: Messina, sciopero degli autotrasportatori, presidio sulla A18, blocco dei tir a Tremestieri in direzione Catania, disagi nelle autostrade siciliane e lunghe code. Foto di Francesco Algeri, Agenzia IPA