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La crisi idrica europea non è più un problema confinato alle regioni aride del Mediterraneo. Anche territori storicamente ricchi d’acqua, come le Fiandre, stanno registrando una crescente pressione sulle falde sotterranee. In parallelo aumentano gli eventi estremi e le sfide: siccità prolungate, alluvioni improvvise, contaminazione chimica e costi energetici più elevati per il trattamento delle acque.

In questo contesto Bruxelles sta ridefinendo le regole del gioco. Dalla nuova Direttiva sulle acque reflue urbane alla revisione della Direttiva quadro sulle acque, passando per la stretta sui PFAS, l’UE si avvia a prendere decisioni destinate a influenzare direttamente qualità, sicurezza e costi dell’acqua per 450 milioni di cittadini e 32 milioni di imprese.

La posta in gioco riguarda non solo la tutela ambientale, ma anche competitività industriale, salute pubblica e sostenibilità economica dei servizi idrici. Sul tavolo ci sono temi delicati: il principio “chi inquina paga”, la gestione dei contaminanti emergenti, l’equilibrio tra transizione industriale e protezione degli ecosistemi, fino alle nuove sfide energetiche e digitali.

Acque reflue urbane: chi paga l’inquinamento?

Il primo fronte è quello delle acque reflue urbane e della revisione della direttiva, entrata in vigore il 1° gennaio 2025 (UWWTD). La norma aggiorna una legislazione storica del 1991, introducendo standard più severi contro l’inquinamento emergente e adottando un approccio “One Health”.

Il punto più controverso riguarda il regime di responsabilità estesa del produttore (EPR), che impone alle industrie farmaceutiche e cosmetiche di coprire almeno l’80% dei costi aggiuntivi del cosiddetto “trattamento quaternario”, necessario per rimuovere microinquinanti dalle acque reflue. A febbraio 2026 il Tribunale dell’UE ha respinto i ricorsi presentati dai due comparti industriali, confermando il principio del “chi inquina paga”, sancito dall'articolo 191 del Trattato UE.

Secondo la Commissione, il sistema EPR rappresenta uno strumento per trasferire i costi ambientali sui produttori, incentivando al tempo stesso prodotti meno impattanti. Gli stati membri dovranno recepire la direttiva entro il 2027, mentre il regime EPR entrerà pienamente in funzione entro il 2028.

La revisione della Direttiva quadro sulle acque

Il secondo dossier riguarda la Water Framework Directive, adottata nel 2000 e oggi in revisione dopo 25 anni. È la legge fondamentale dell'Unione per la protezione di fiumi, laghi e falde sotterranee, punto di riferimento a livello mondiale. Sconta però difficoltà nell'integrarsi con i sistemi amministrativi nazionali, nonché l’emergere di pressioni economiche. Il dibattito ruota attorno a un equilibrio delicato: aggiornare la normativa senza indebolire gli standard di protezione ambientale.

In particolare, è il settore minerario a chiedere maggiore flessibilità nelle norme che tutelano acque e zone umide, come spiega Chris Baker, direttore di Wetlands International Europe. La transizione energetica richiede litio e minerali essenziali per batterie, turbine e tecnologie digitali, che però si trovano spesso in zone tutelate. La sfida per Bruxelles sarà quindi conciliare autonomia strategica e difesa degli ecosistemi, evitando che la corsa alle materie prime comprometta la qualità delle risorse idriche.

PFAS: il nodo dei “forever chemicals”

Il terzo fronte è quello dei PFAS, le sostanze per- e polifluoroalchiliche utilizzate in numerosi processi industriali, soprannominate “forever chemicals” per la loro estrema persistenza nell’ambiente e nel corpo umano. Un rapporto della Commissione europea, pubblicato a gennaio 2026, stima che in assenza di interventi il costo della contaminazione raggiungerà i 440 miliardi di euro entro il 2050. Intervenire alla fonte entro il 2040 consentirebbe di risparmiare circa 110 miliardi, mentre limitarsi a trattare l'acqua contaminata costerebbe oltre mille miliardi.

Negli ultimi anni l’UE ha già vietato le sostanze più pericolose e nell'ottobre 2025 ha introdotto restrizioni nelle schiume antincendio. Il passo decisivo è ancora in corso: il 26 marzo 2026 i comitati scientifici dell'ECHA si sono espressi a favore di una restrizione universale su tutti i PFAS, con deroghe selettive. Il parere definitivo è atteso entro fine 2026. Lo scorso 25 maggio si è chiusa una consultazione pubblica di 60 giorni, aperta a imprese, ricerca e cittadinanza. L'eliminazione progressiva dei PFAS imporrà trasformazioni profonde alle catene industriali e potrebbe spingere l'innovazione verso una chimica più circolare e meno tossica.

Da fornitori di servizi a gestori di risorse

Al di là dei singoli dossier, emergono altre sfide che ridefiniranno il settore idrico nei prossimi anni. La nuova direttiva sulle acque reflue introduce obiettivi di neutralità energetica e spinge verso una maggiore integrazione tra settore idrico, rifiuti, recupero di calore e produzione di idrogeno. Parallelamente cresce l’interesse per il recupero dei nutrienti dalle acque reflue, tema che potrebbe trovare spazio nel futuro Circular Economy Act.

La direttiva sull'acqua potabile, all'articolo 8, introduce l'obbligo di monitoraggio del rischio a livello di bacino idrografico, una norma spesso sottovalutata ma che potrebbe ridefinire i rapporti tra gestori e governance territoriale. A questo si aggiungono la digitalizzazione delle infrastrutture e la resilienza climatica: siccità e inondazioni impongono sistemi predittivi, piani di mitigazione e coordinamento tra pubblica amministrazione e settori produttivi.

Il risultato è una transizione in cui, secondo alcuni osservatori, le aziende che erogano acqua diventeranno soggetti che gestiscono un ciclo, recuperano energia, monitorano la qualità delle falde, pianificano la resilienza del territorio. Un passaggio da "fornitori di servizi" a "gestori di risorse".

 

Questo articolo è stato originariamente pubblicato in inglese sul blog di Ecomondo

 

In copertina: la Fontana delle quattro stagioni a Milano, foto Envato