Oltre tremila principi attivi farmaceutici circolano oggi nel mercato europeo, alimentando una crescita costante che, negli ultimi trent'anni, ha trasformato i medicinali in una delle principali minacce per gli ecosistemi. La svolta però è economica: con la nuova Direttiva sulle acque reflue urbane (2024/319), le aziende farmaceutiche e cosmetiche dovranno coprire almeno l’80% dei costi per i trattamenti avanzati di depurazione, sollevando i cittadini e le cittadine da un onere finora tutto a loro carico.

“Siamo di fronte a una sfida decisiva che richiede un approccio sinergico per proteggere la salute del pianeta”, dichiara Mario Carere dell'Istituto superiore di sanità, sottolineando come l'inquinamento chimico sia ormai una delle tre grandi crisi planetarie riconosciute dalle Nazioni Unite.

Il dilemma tra sostenibilità ambientale e il futuro della ricerca medica

L'impatto della contaminazione ambientale nel settore sanitario rappresenta circa il 10% del prodotto interno lordo mondiale. Tra il 30% e il 90% dei farmaci assunti per via orale viene espulso dal corpo umano come sostanza attiva, finendo direttamente nei suoli e nei fiumi; a livello globale, si contano circa tremila principi attivi in commercio, di cui una grande percentuale è considerata a rischio ambientale.

Se da un lato l'Unione Europea sta inasprendo le normative attraverso la valutazione del rischio ambientale (ERA), misure di depurazione più stringenti e programmi di monitoraggio obbligatori, dall'altro le ricadute economiche preoccupano il settore: l'implementazione di regole più stringenti potrebbe comportare un aumento del 5% dei costi di ricerca e sviluppo e del 20% dei costi di produzione (COGS).

Secondo le stime di settore, tali oneri potrebbero rendere economicamente insostenibili la metà dei prodotti farmaceutici in Europa entro i prossimi quindici anni, causando una contrazione dell'innovazione pari alla perdita di circa 124 nuovi prodotti (il 55% del totale previsto) entro il 2035.

La sfida dell'ecofarmacovigilanza per salvare le acque italiane

L'eccessivo impiego di farmaci per uso umano e veterinario, pur garantendo benefici sanitari, sta disperdendo residui in ogni fase del loro ciclo di vita: dalla produzione allo smaltimento. Nei fiumi italiani la presenza di antidolorifici, antidepressivi e antibiotici è ormai costante, contribuendo alla perdita di biodiversità e al grave fenomeno dell'antibiotico-resistenza.

“L'uso improprio di queste sostanze non è solo un problema per gli ecosistemi e la biodiversità, ma un rischio indiretto per la salute umana”, spiega Carere, evidenziando come i dati di monitoraggio negli ecosistemi per i farmaci veterinari siano ancora troppo limitati. Per contrastare questo fenomeno, l'Italia, sotto il coordinamento del Ministero dell'ambiente e della sicurezza energetica (MASE), di ISPRA e con il supporto delle regioni, monitora dal 2015 una "watch list" europea di sostanze emergenti nelle acque superficiali che comprende anche alcuni farmaci.

L'Istituto superiore di sanità (ISS) gioca un ruolo chiave in questo processo, ad esempio supportando il Ministero dell'ambiente nella selezione delle sostanze prioritarie e nello sviluppo di standard di qualità ambientali protettivi per la salute umana e l'ambiente. Secondo l’esperto, “la regolamentazione in questo settore dipende in larga parte dalle normative europee; a breve, probabilmente entro la primavera del 2026, una nuova direttiva obbligherà gli stati a ridurre drasticamente scarichi, rilasci e perdite nei corpi idrici di farmaci come il diclofenac, gli estrogeni, alcuni antibiotici”.

L'impegno dell'ISS si estende, tra l'altro, anche alla valutazione del rischio ambientale (VRA o ERA, da Environmental Risk Assessment) per l'autorizzazione al commercio dei medicinali. Negli ultimi anni, il Dipartimento ambiente e salute dell'ISS, con il coordinamento del Ministero della salute, ha analizzato diversi dossier relativi all'ERA dei farmaci veterinari, collaborando anche con AIFA per quelli a uso umano. “L'obiettivo è lo sviluppo di un'ecofarmacovigilanza strutturata a livello nazionale”, afferma l'esperto, precisando che sarà necessario promuovere lo sviluppo di farmaci intrinsecamente meno pericolosi per l'ambiente.

Oltre la depurazione: tecnologie avanzate e salute planetaria

Sul fronte tecnologico, la vera novità è rappresentata dal trattamento quaternario, con l’obiettivo di eliminare microinquinanti come i residui farmaceutici tramite tecniche quali ad esempio ozonizzazione o adsorbimento su carboni attivi. Questi sistemi saranno obbligatori entro il 2045 per gli impianti più grandi, una sfida complessa poiché richiede anche l'analisi di composti a concentrazioni infinitesimali.

Carere osserva che “l'introduzione della responsabilità estesa del produttore (EPR) rappresenta una svolta nelle politiche europee, applicando concretamente il principio ‘chi inquina paga’”. La gestione sostenibile del ciclo dei farmaci richiede un cambiamento radicale che vada oltre la semplice depurazione. È necessaria una sensibilizzazione per un uso prudente e una gestione virtuosa dei rifiuti farmaceutici che tenga conto dell'intero ciclo di vita del prodotto e del suo impatto sul clima.

“Per affrontare questa sfida dobbiamo far collaborare figure professionali diverse come medici, veterinari, chimici, biologi, farmacisti, economisti”, conclude Carere, ricordando che solo attraverso l'approccio globale "Planetary Health", che considera la salute umana legata in modo indissolubile alla salute degli ecosistemi e alla biodiversità, si potranno raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile (SDG) delle Nazioni Unite che hanno ormai una scadenza sempre piu ravvicinata.

 

In copertina: immagine Envato