Seppure in un periodo di grande instabilità internazionale, l'Europa occupa oggi una posizione peculiare: è il continente che ha prodotto il quadro normativo più ambizioso per la transizione ecologica, il Green Deal, la strategia Farm to Fork, il Carbon Removal Certification Framework è in divenire, e al tempo stesso ospita alcune delle sperimentazioni più creative e socialmente radicate di urban carbon farming.

Ha miliardi di euro in fondi strutturali destinati al verde urbano e all'agricoltura sostenibile e, grazie ai fondi europei, interessanti sperimentazioni nascono dal basso per la costruzione di sistemi alimentari urbani rigenerativi, a Varsavia così come a Parigi ed Anversa. Si tratta di progetti che funzionano, che hanno trovato un modello replicabile e che insieme disegnano un'idea concreta di come le città europee possono diventare parte attiva della soluzione climatica.

Varsavia, la cooperativa che ha restituito la terra alla città

Ai margini del quartiere Siekierki di Varsavia, un appezzamento di terreno di 3,6 ettari è rimasto inutilizzato per decenni dopo che un progetto di costruzione di un ponte aveva raso al suolo gli orti che lo occupavano. Oggi quel terreno è diventato MOST, in polacco “ponte” ma anche acronimo di Miejski Ogród Społeczny i Technologiczny, ovvero “giardino urbano sociale e tecnologico”, un modello nel panorama europeo dell'urban farming comunitario.

Nel 2020 un gruppo di residenti ha trasformato quell'appezzamento in una fattoria comunitaria senza recinzione né gerarchie dove le decisioni si prendono in assemblea, i turni di lavoro si distribuiscono per quote, le eccedenze si dividono tra i soci o si donano alle famiglie del quartiere.

Sul piano tecnico, MOST lavora con strumenti semplici e a basso costo: letti rialzati con substrati arricchiti di compost prodotto dagli scarti organici dei soci, raccolta dell'acqua piovana, pannelli solari per alimentare gli attrezzi agricoli. Il risultato è un paesaggio che mescola verdure stagionali, erbe aromatiche e piante nettarifere e crea un ecosistema urbano in cui produzione alimentare e biodiversità si sostengono a vicenda.

Nel 2025 la cooperativa ha aderito al programma AMPLE Warsaw di EIT Food, che lavora con comunità svantaggiate attraverso cibo, cultura e formazione. I partecipanti hanno coltivato, fermentato e commercializzato una bevanda chiamata Holobiont, con ingredienti coltivati a MOST e un packaging disegnato dai partecipanti stessi. Citata come buona pratica nel programma Interreg Europe CityZen, MOST è un modello perché offre una risposta concreta a una domanda difficile: come si costruisce un sistema alimentare urbano che appartiene davvero alle persone che lo usano?

Parigi, dove il rifiuto alimenta il campo

Nel diciannovesimo arrondissement di Parigi, su un'ex area ferroviaria dismessa, è nata nel 2019 l’azienda agricola La Ferme du Rail su un’area di 2.800 metri quadri, gestita da una cooperativa sociale e sostenuta dal comune nell'ambito del piano Paris en Commun. L’azienda produce ortaggi con pratiche agroecologiche, forma lavoratori in fase di reinserimento e conduce ricerca applicata con l'INRAE, l'Istituto nazionale di ricerca agro-alimentare e ambientale.

Il modello è interamente basato sulla circolarità. Gli scarti organici di ottanta ristoranti parigini, i residui dei mercati ortofrutticoli, le potature comunali diventano compost usato come substrato per produrre cibo biologico. Ogni settimana La Ferme du Rail produce tra le tre e le quattro tonnellate di compost e distribuisce i propri ortaggi attraverso una filiera corta a ristoranti, mercati rionali e famiglie del quartiere.

Parallelamente, più di trenta persone sono formate ogni anno ai princìpi di agroecologia rigenerativa. Una ricerca condotta con l'INRAE ha misurato il sequestro di carbonio, stimato tra 0,8 e 1,2 tonnellate di CO₂ equivalente per ettaro all’anno, e la biodiversità del suolo, fornendo dati scientifici utilizzabili dai policy maker. La Ferme du Rail è al tempo stesso un'impresa sociale, un laboratorio di ricerca e un presidio di giustizia e sovranità alimentare, esempio concreto soprattutto perché inserito in un contesto urbano denso come quello parigino.

Anversa, la fattoria che ha costruito una filiera

Ex magazzino industriale tra il centro di Anversa e un vecchio ospedale militare, PAKT è uno spazio ibrido: ristorante, centro comunitario, hub culturale con, al piano superiore, quasi duemila metri quadri di orto sul tetto che produce verdure, erbe e frutta per i ristoranti e i residenti del quartiere.

La fattoria è la sede operativa di De Volle Grond, in italiano “la terra fertile”, una cooperativa di agricoltori locali che distribuisce i propri prodotti in tutta Anversa bypassando completamente la grande distribuzione. I ristoranti che acquistano da PAKT sanno esattamente chi ha coltivato il cibo e come, grazie alla trasparenza della filiera che rende visibile anche il ciclo dei nutrienti.

Gli scarti della cucina del ristorante al piano di sotto diventano compost per l’orto al piano di sopra. L'acqua piovana viene raccolta e riutilizzata per l'irrigazione. Le varietà coltivate sono locali e antiche, scelte per la resistenza e per il sostegno alla diversità microbica del substrato. La distanza tra chi coltiva la terra e chi ne cucina i prodotti è di pochi metri.

Il framework europeo

Dietro questi progetti c'è un ecosistema normativo che l'Europa ha costruito negli ultimi anni. Al di là delle recenti normative, Carbon Removal Certification Framework e Nature Restoration Law (LINK) in primis, sono da segnalare la Mission UE A Soil Deal for Europe per istituire cento Living Labs per effettuare esperimenti sul campo collegati ai centri di ricerca, e Lighthouses, ovvero dei siti per la dimostrazione e la divulgazione di buone pratiche entro il 2030, per guidare la transizione verso i suoli sani nelle aree rurali e urbane, con finanziamenti Horizon Europe dedicati alla ricerca sul sequestro di carbonio nei suoli urbani.

A essi si aggiungono anche il Fondo europeo di sviluppo regionale che finanzia infrastrutture verdi urbane che è stato esteso all'agricoltura periurbana e urbana, il programma Life e la Banca europea degli investimenti che offre prestiti agevolati per nature-based solution.

Queste iniziative, tuttavia, restano largamente inaccessibili ai piccoli operatori dell’agricoltura urbana comunitaria. Le domande di finanziamento sono complesse, i tempi sono lunghi, le competenze amministrative necessarie sono spesso fuori portata per una cooperativa di quartiere. Le municipalità, che riescono a fare da intermediarie, raccogliendo le domande, offrendo supporto procedurale, garantendo la continuità degli spazi, scommettono sulla visione di lungo termine e creano best practices di successo, dimostrando quanto la governance sia il fattore vincente.

I fattori chiave

Guardando a MOST, La Ferme du Rail e PAKT, emerge un modello europeo di urban carbon farming che si distingue per alcune caratteristiche specifiche. La prima è la centralità della cooperazione: i progetti più solidi sono quelli in cui la proprietà e la gestione sono condivise tra più soggetti, agricoltori, comuni, università, associazioni, creando reti di interdipendenza che rendono i progetti resilienti alle discontinuità politiche e ai cambi di finanziamento. La seconda è l'integrazione della ricerca: l'Europa ha un sistema universitario e di ricerca applicata che dialoga con i territori, e i progetti che ne sfruttano la capacità di misurazione e documentazione riescono a costruire credibilità scientifica e attrarre risorse nel lungo periodo.

La terza caratteristica è la disponibilità di un framework normativo che riconosce il valore dei servizi ecosistemici e crea le condizioni per monetizzarli. Il Carbon Removal Certification Framework può divenire uno strumento prezioso in questa direzione, e la sua piena implementazione nei prossimi anni aprirà possibilità che oggi si intravedono appena. Le città europee che sapranno posizionarsi in anticipo, costruendo sistemi di monitoraggio del carbonio, formando operatori certificati e integrando l'urban carbon farming nei propri piani climatici, avranno un vantaggio competitivo reale nell'accesso ai mercati del carbonio e ai finanziamenti pubblici che li affiancheranno.

Le città non sono condannate a essere sorgenti passive di emissioni, possono scegliere di diventare ecosistemi produttivi, resilienti e climaticamente attivi. A patto che i casi di Parigi, Varsavia e Anversa non siano visti come eccezioni virtuose, ma diventino il nuovo standard.

 

In copertina: immagine Envato