“Chi semina utopia, raccoglie realtà”: in questa frase che Carlo Petrini amava ripetere c’è forse la sintesi più precisa di una vita trascorsa a trasformare intuizioni considerate marginali in infrastrutture culturali globali. Una vita terminata nella tarda serata del 21 maggio 2026, quando Petrini è morto nella sua casa di Bra, in provincia di Cuneo, a 76 anni. A darne notizia è stato Slow Food, il movimento che aveva fondato nel 1986 e che oggi rappresenta una delle più influenti reti internazionali impegnate nei temi della biodiversità, della sovranità alimentare e della giustizia ecologica, insieme a Terra Madre e all’Università degli studi di scienze gastronomiche di Pollenzo, nate, sempre grazie a lui, nel 2004.

Petrini era convinto che “sogni e visioni, quando sono belli, giusti, capaci di coinvolgere e vissuti con convinzione e passione, possono essere realizzabili”, scrive Slow Food, e infatti, “sapeva sognare e divertirsi, costruire e ispirare, verso un concreto riscatto sociale, lavorando con le persone, i giovani in particolare, auspicando fraternità, intelligenza affettiva e austera anarchia”.

Più che un gastronomo, Petrini è stato quindi un interprete radicale del rapporto tra economia, ambiente e cultura. Aveva intuito con decenni di anticipo come il cibo non fosse soltanto una merce, ma il punto di connessione tra clima, lavoro, salute, paesaggio, relazioni sociali e democrazia. Per questo il suo pensiero ha attraversato movimenti ambientalisti, istituzioni internazionali, comunità contadine e università, mantenendo sempre una sorprendente capacità di parlare sia ai vertici globali sia ai territori.

A Materia Rinnovabile, in un’intervista, aveva affidato una delle sue riflessioni più nette sulla crisi del sistema alimentare contemporaneo: “L’attuale produzione alimentare non è democratica e certamente non è sostenibile. Filiere alimentari globalizzate sempre più lunghe, complesse, omologate, hanno da tempo reciso molte di quelle relazioni tra unità ecologiche che rendevano la produzione di cibo il frutto di un rapporto sano con la natura”.

Era il nucleo del suo pensiero: ricostruire legami. Tra persone e ambiente, tra produzione e consumo, tra economia e limiti planetari. “Basta con ingenuità e poesia, il ritorno alla terra è una questione politica”, spiegava ancora a Materia Rinnovabile, indicando nella transizione ecologica un processo che non poteva limitarsi all’innovazione tecnologica ma doveva investire il modello economico e culturale. “Partire dal cibo per sviluppare un cambio di paradigma economico in chiave circolare vuol dire riportare l’attenzione alle comunità, alla qualità delle relazioni e alla sostanza dei comportamenti.”

Nato a Bra nel 1949, di origini umili, un diploma tecnico e gli studi universitari in sociologia interrotti a pochi esami dalla laurea, Petrini è riuscito a fare del cibo una categoria politica internazionale. Con Terra Madre ha costruito una rete capace di mettere in dialogo piccoli produttori agricoli, pescatori, cuochi, giovani e accademici in oltre 160 paesi. Con l’Università di scienze gastronomiche di Pollenzo ha dato cittadinanza accademica a una disciplina che intreccia ecologia, antropologia, economia e agronomia. E con le Comunità Laudato Si’, fondate insieme a monsignor Domenico Pompili, ha tentato di tradurre l’ecologia integrale in pratica sociale quotidiana.

Negli ultimi anni il suo sguardo si era concentrato soprattutto sulla perdita di biodiversità, considerata non solo una crisi ambientale ma anche culturale. In occasione della Giornata mondiale della biodiversità aveva scritto: “Più difendiamo la salute dell’ambiente preservando la biodiversità, più difendiamo la nostra. È tempo di adottare un approccio ecologico integrale e umanista”.

Ed è questo che rende la sua eredità più attuale che celebrativa: in un tempo segnato da crisi climatiche, disuguaglianze alimentari e omologazione produttiva, Petrini lascia un lessico alternativo fatto di convivialità, lentezza, relazioni e comunità. Parole che per lui erano strumenti concreti di trasformazione economica. E sarà forse proprio questa la sua impronta più duratura da seguire: avere dimostrato che anche un’utopia, se coltivata collettivamente, può diventare politica pubblica, cultura condivisa e persino sistema economico.

 

In copertina: Carlo Petrini fotografato da Marcello Marengo © Slow Food