A Santa Marta si è chiuso il primo vertice internazionale interamente dedicato all’uscita dai combustibili fossili: oltre cinquanta paesi riuniti per iniziare a costruire, per la prima volta in modo strutturato, percorsi nazionali di phase-out da integrare negli impegni climatici ufficiali. Un passaggio che arriva in un momento tutt’altro che neutro: la guerra in Iran, le tensioni sugli stretti marittimi e la scelta degli Emirati Arabi Uniti di sfidare l’OPEC hanno riportato al centro una realtà sempre più evidente, cioè che la dipendenza da carbone, petrolio e gas non è solo un problema climatico, ma una fragilità economica e geopolitica.
Materia Rinnovabile ha intervistato Valeria Zanini, Policy Advisor Climate Diplomacy presso il think tank ECCO, che legge i risultati di Santa Marta come l’avvio di un nuovo spazio politico: complementare all’UNFCCC, capace di mettere intorno allo stesso tavolo produttori, consumatori e paesi in via di sviluppo, ma credibile solo se saprà agganciarsi alla riforma dell’architettura finanziaria internazionale e tradursi in scelte coerenti nelle politiche nazionali, a partire da quelle italiane ed europee.
Zanini, lei ha partecipato alla conferenza di Santa Marta: alla luce della crisi energetica legata alla guerra in Iran e dello strappo degli Emirati con l’OPEC, la decarbonizzazione è davvero tornata al centro dell’agenda politica internazionale?
Penso che piuttosto siano i combustibili fossili a tornare al centro dell’agenda internazionale e con un’urgenza che probabilmente non avevano mai avuto prima, data la guerra in Iran, lo shortage of supplies, ma anche il conseguente fortissimo aumento dei prezzi che sta esponendo l’economia dei paesi dipendenti ai fossili, rendendoli vulnerabili economicamente. Se guardiamo all’Europa, i primi 60 giorni di guerra in Iran hanno portato a un aumento del prezzo e del costo dell’import di 27 miliardi di euro a parità di volumi. Stiamo parlando quindi di un impatto economico evidente. Il costo della produzione elettrica da gas è salito di oltre il 50% all’interno dell’Unione Europea. Tutto questo sta riportando con urgenza sul tavolo la questione delle vulnerabilità legate alla dipendenza dai combustibili fossili e quindi a come poterne uscire. Il secondo punto è che la guerra in Iran sta mostrando sempre di più quanto il cosiddetto trilemma energetico sia superato. I tre elementi − ambizione climatica, sicurezza dell’approvvigionamento e accessibilità dei prezzi − non sono più garantiti dai combustibili fossili. Non permettono un’alta ambizione climatica, non assicurano un approvvigionamento sicuro (abbiamo visto quanto la crisi di Hormuz abbia destabilizzato i flussi commerciali) e hanno generato una crisi dei prezzi. Anche per gli stati che fanno più fatica a leggerlo, è sempre più evidente che questa rappresenta una vulnerabilità strutturale.
Questo è evidente anche all’interno dell’Unione Europea?
Gli impatti sui costi finali per i consumatori sono stati molto diversi a seconda del grado di dipendenza dal gas. In stati come l’Italia, dove il gas ha determinato il prezzo nell’89% dei casi nei primi tre mesi del 2026, l’impatto è stato completamente diverso rispetto a paesi come la Spagna, dove questo dato è intorno al 15%. La transizione energetica e la mitigazione climatica restano all’interno dell’agenda internazionale, pur con difficoltà emerse negli ultimi anni, soprattutto durante l’amministrazione Trump. Oggi però c’è una nuova urgenza nell’affrontare questa questione.
Tornando alla conferenza: se dovesse elencare i principali risultati, quali sarebbero?
Il primo è la creazione di un panel scientifico, guidato dai [climatologi] Johan Rockström e Carlos Nobre, con base a San Paolo. È uno dei risultati più interessanti perché permetterà a 120-150 scienziati di lavorare su un tema urgente che non può ricadere esclusivamente sotto il cappello dell’IPCC: la costruzione di scenari di transizione nazionali. Questo significa portare un livello di granularità che finora è mancato ma che è essenziale. Per esempio, ci sono paesi produttori di combustibili fossili, più orientati al petrolio o al gas, e questo si intreccia con la loro situazione economica. Bisogna guardare a quanta parte di queste risorse viene consumata internamente e quanta esportata, quindi: quanto il loro bilancio commerciale dipende dai fossili. Conta anche quanto il loro patto sociale si regga sulle entrate derivanti da questi combustibili, ad esempio attraverso sussidi statali, e quali siano i settori industriali più esposti: se esistono industrie hard-to-abate, come acciaio, carta o vetro, e quale quota del PIL dipenda da questi comparti. Infine, è centrale valutare lo spazio fiscale disponibile per intervenire sulla transizione: quindi la capacità di finanziare nuovi investimenti per diversificare l’economia e sostenere i lavoratori coinvolti. Un panel internazionale che mappi problemi e soluzioni a livello nazionale sarà molto utile.
Il secondo risultato?
Santa Marta introduce qualcosa di interessante rispetto allo spazio delle Nazioni Unite: sarà un percorso complementare, non in competizione. L’obiettivo è costruire roadmap nazionali da integrare negli NDC [Nationally Determined Contribution]. È un processo trasparente, basato sul dialogo e sullo scambio, in cui gli stati possano condividere difficoltà, progressi e strumenti. Aggiungerei poi un terzo punto, il coordinamento tra paesi molto diversi. A Santa Marta si è voluto includere stati con caratteristiche molto differenti, produttori come Brasile o Nigeria, paesi europei come Italia, Paesi Bassi o Francia, piccoli stati insulari, economie sviluppate e in via di sviluppo. Le linee riguardano produzione, consumo, capacità finanziaria, struttura fiscale, bilancia commerciale. Questo ha permesso di creare uno spazio di confronto lungo tutta la catena del valore, non solo tra domanda e offerta ma anche sul commercio. L’obiettivo è che la transizione non penalizzi le economie dipendenti dall’export fossile, ma favorisca nel tempo una diversificazione verso flussi a minore intensità emissiva. In questo contesto, l’auspicio politico di includere le emissioni legate all’export nella contabilità nazionale è molto ambizioso, ma ancora in fase iniziale. Ha potenziale perché obbliga a lavorare sia sulla domanda sia sull’offerta: ridurre solo una delle due dimensioni non è sufficiente.
Per quanto Santa Marta corra lungo il perimetro del processo UNFCCC, resta comunque uno “spin-off”. E, come tale, che tipo di rischi vede per il futuro? Vi è la possibilità che nascano altri forum alternativi, con lo stesso grado di libertà, coordinamento e ambizione con cui questo è nato?
Non vedo un rischio di proliferazione eccessiva di forum: esistono già molte alleanze minilaterali tra stati − per il phase-out del carbone, dei sussidi, per la produzione elettrica − e funzionano proprio perché operano su livelli diversi. La transizione richiede sia il livello multilaterale delle Nazioni Unite, che definisce norme a livello internazionale e monitora, sia spazi più ristretti dove si costruisce ambizione. E, come dicevo prima, non vedo neanche il rischio che questo spazio mini la legittimità delle COP: è evidente, sia agli organizzatori sia ai partecipanti, che non c’è mai stato l’intento di porsi come alternativa. I risultati di questo processo verranno raccolti all’interno dello spazio delle COP, sia come input − ad esempio nella roadmap della presidenza della COP30 che sta venendo sviluppata dal Brasile − sia come output, quindi nelle roadmap di transizione dai fossili, come quella della Francia. L’ottica è quella di riassorbire questi risultati negli NDC, andando a costruirne una componente specifica.
Vi sono altre sfide?
Innanzitutto legare questo processo alla riforma dell’architettura finanziaria internazionale. Un tema che passa attraverso altri spazi: dagli Spring Meetings della Banca Mondiale e del FMI, alla conferenza sulla Finance for Development di Siviglia dello scorso anno, fino ai processi di riforma della tassazione internazionale. Sono molti gli ambiti e le iniziative coinvolte, e una delle sfide principali sarà proprio mantenere il processo di Santa Marta connesso a questi percorsi. Senza affrontare il nodo del debito e della fiscalità, infatti, diventa molto difficile realizzare la transizione nei paesi in via di sviluppo. La seconda è mantenere al tavolo paesi produttori e consumatori e costruire una coalizione politicamente rilevante, capace di avere peso anche senza la presenza di grandi attori come Stati Uniti, Cina o paesi del Golfo. È giusto che non tutti i paesi siano presenti a questo tavolo: non è necessario che tutti partecipino a tutti i processi. Può avere senso che uno spazio abbia una propria identità e un mandato specifico, e quindi anche una composizione diversa. Allo stesso tempo, però, per diventare un tavolo realmente rilevante nella transizione dai combustibili fossili − e secondo me ha il potenziale per farlo − deve acquisire un peso politico, che è dato dalla somma dei pesi dei singoli stati che ne fanno parte. Per riuscirci, dovrà dotarsi nel tempo di una vera veste diplomatica, che oggi non può ancora avere.
E per quanto riguarda Europa e Italia, cosa succede ora?
L’Italia ha avuto un approccio molto cooperativo. La sfida è rendere coerente questa posizione internazionale con l’ambizione a livello nazionale. Oggi c’è una strategia ancora miope: lo si vede dal Decreto bollette, dagli interventi centrati sulla diversificazione delle forniture più che sull’uscita dai fossili, da un Piano nazionale integrato per l'energia e il clima (PNIEC) non ancora pienamente operativo, dal legame tra prezzo dell’elettricità e gas, dagli investimenti che rischiano di creare lock-in infrastrutturali. I punti critici sono molti. È positivo però il cambio di narrativa: meno accusa verso gli altri, più disponibilità a confrontarsi sulle proprie difficoltà. Questo spazio può diventare un’opportunità concreta di cooperazione. Per l’Unione Europea la priorità è rafforzare la diplomazia energetica. L’Europa rappresenta circa il 20% dell’import globale di combustibili fossili: ha quindi una responsabilità nel dialogo con i paesi esportatori per sostenere la diversificazione delle loro economie. Questo lavoro esiste, ma è ancora frammentato.
In copertina: Valeria Zanini
