L’Umbria vuole smettere di essere una regione che sotterrava rifiuti per diventare un laboratorio di circolarità. Il 21 aprile la presidente Stefania Proietti e l’assessore all’ambiente Thomas De Luca hanno presentato a Perugia il disegno di legge Umbria Circolare, un testo di 53 articoli che punta a riformare l’intero quadro normativo regionale sulla gestione dei rifiuti, abrogando le leggi regionali 11/2009 e 30/1997. In parallelo, la giunta ha avviato un percorso partecipativo (sei incontri territoriali tra il 29 aprile e il 15 maggio) per raccogliere osservazioni sull’aggiornamento del piano regionale rifiuti.

Il messaggio politico è chiaro e De Luca lo ripete come un mantra: nessun inceneritore, progressiva riduzione delle discariche, transizione verso un ecosistema industriale fondato sulla circolarità. Ma, dietro le slide ben confezionate della presentazione, il percorso verso quell’obiettivo potrebbe essere più accidentato di quanto la narrazione istituzionale lasci intendere.

Le sfide di una regione con un alto tasso di smaltimento in discarica

Vediamo il punto di partenza: i dati della presentazione fotografano una regione a metà del guado. Nel 2024 l’Umbria produceva 537 kg di rifiuti per abitante, ne riciclava 303 e ne mandava in discarica 182, con 28 kg destinati ad altre forme di recupero. La raccolta differenziata si attestava al 69,6%, un dato superiore alla media nazionale (67,7%) e a quella del Centro Italia (63,2%), secondo il rapporto ISPRA 2025. Un risultato discreto, ma che non cancella un dato strutturale meno lusinghiero: l’Umbria resta una delle regioni con il più alto smaltimento pro capite in discarica, ben 205,1 kg per abitante nel 2024 contro una media nazionale di 75,1 kg. Più del doppio.

Il piano al 2030 prevede di abbassare la produzione totale a 500 kg per abitante (con una riduzione del 10%, pari a 410.000 tonnellate complessive), portare la differenziata all’80%, raggiungere un indice di riciclo effettivo del 65% e dimezzare lo smaltimento in discarica dal 30 al 20%. L’obiettivo più innovativo è l’introduzione di un residual waste cap: un tetto massimo di 100 kg di rifiuti indifferenziati per abitante, che sposta il focus dalla percentuale di differenziata alla quantità assoluta di materiale che non viene recuperato. Al 2035, il cap dovrebbe scendere a 60 kg.

Tra le novità più rilevanti sul piano della governance, il passaggio da un sistema frammentato in sub-ambiti a un ambito unico regionale, e la transizione da una tassa calcolata sui metri quadrati alla tariffa puntuale (PAYT), basata sulla tracciabilità dell’utenza. Un modello che premia chi differenzia di più, seguendo l’esempio di diverse realtà del Nord Italia e ispirandosi al sistema sardo per i meccanismi premiali ai comuni virtuosi. La tariffa unica di accesso agli impianti, sul modello veneto, punta invece a uniformare i costi a scala regionale.

La scommessa impiantistica: dai TMB all’intelligenza artificiale

Il cuore industriale del piano è la trasformazione dei vecchi impianti di trattamento meccanico-biologico (TMB), oggi dedicati alla biostabilizzazione, in strutture automatizzate dotate di sensori ottici (NIR e VIS) e bracci robotici guidati da algoritmi di deep learning. La biostabilizzazione verrebbe abolita, resa superflua, nelle intenzioni della Giunta, dalla qualità dell’organico intercettato a monte con la raccolta differenziata potenziata.

L’output di questi impianti di nuova generazione sarebbe duplice: materie prime seconde da rimettere nel circuito produttivo, e CSS (combustibile solido secondario) da gestire in via transitoria, in attesa di soluzioni alternative. Su questo fronte, la presentazione introduce il concetto di “fabbriche dei materiali” e il progetto Waste 2H2, ovvero la conversione in idrogeno della frazione non recuperabile destinata oggi alla discarica.

La questione CSS è probabilmente il dossier più spinoso. In Umbria operano già due cementifici autorizzati (Ghigiano e Semonte) con una capacità complessiva di 100.000 tonnellate/anno, alimentati perlopiù con CSS-EoW (End of Waste) proveniente da Lombardia, Lazio, Emilia-Romagna e Marche. La regione li subisce ma non può impedirli, dato che gli impianti sono pienamente autorizzati. La strategia della giunta è di riportare la filiera CSS sotto controllo pubblico, utilizzandolo come strumento transitorio da ridurre progressivamente e sostituire con idrogeno verde, con un orizzonte al 2050 per la completa dismissione.

Ma qui il piano entra in un territorio scivoloso. La tecnologia waste-to-hydrogen su scala industriale è ancora in fase di dimostrazione. Il progetto più avanzato in Italia è quello di NextChem (gruppo Maire) nell’ambito della Hydrogen Valley di Roma, inserito nel programma europeo IPCEI Hy2Use, che prevede la conversione di 200.000 tonnellate all’anno di rifiuti non riciclabili. Un impianto le cui tempistiche e la cui scalabilità commerciale restano da verificare. Il progetto Waste2H2 europeo (Horizon 2020, coordinato dall’Istituto politecnico di Portalegre) ha per ora consolidato le basi scientifiche, ma siamo ancora alla fase di laboratorio e pre-scale-up. La stessa letteratura scientifica segnala che la maturità tecnologica del bioidrogeno da rifiuti è ancora limitata.

Critiche, limiti e il nodo TARI

Proporre lo studio di fattibilità Waste 2H2 come alternativa alla discarica, come fa il piano della giunta Proietti, è un segnale di ambizione. Ma indicare l’idrogeno come orizzonte credibile per la chiusura del ciclo dei rifiuti al 2030 richiede un atto di fiducia nella velocità dell’innovazione tecnologica che non tutti condividono.

Infatti la reazione del centrodestra, che governava la regione fino al 2024, è stata immediata e frontale. Tutti i gruppi di opposizione hanno parlato di un piano privo di basi concrete, destinato a produrre l’esaurimento delle discariche esistenti entro tre-quattro anni e a far lievitare ulteriormente la TARI. La critica tocca un nervo scoperto: secondo l’Osservatorio di Cittadinanzattiva, la TARI umbra è tra le più alte d’Italia.

Il centrodestra rivendica la scelta del termovalorizzatore, previsto nell’aggiornamento del piano rifiuti 2023 della giunta Tesei e poi bloccato dalla nuova maggioranza subito dopo l’insediamento, quando AURI (l’Autorità umbra rifiuti e idrico) sospese la procedura. Quell’impianto, secondo l’opposizione, era l’unica soluzione strutturale per chiudere il ciclo e abbattere i costi, e sarebbe costato circa 200 milioni di euro ma è una cifra che la giunta Proietti presenta come un risparmio mancato, visto che si sarebbe scaricata sulla TARI per decenni.

La controrisposta della maggioranza è altrettanto dura. I capigruppo di centrosinistra ricordano che i conferimenti in discarica nel 2025 sono calati del 23% rispetto al 2024, passando da 225.199 a 174.139 tonnellate. I rifiuti speciali da fuori regione si sono dimezzati, da circa 47.000 a 22.000 tonnellate. E la TARI che oggi pesa sulle bollette, ribattono, è calcolata secondo il metodo tariffario rifiuti (MTR-2) di ARERA sui costi certificati di due anni prima: quelli della gestione Tesei.

La sentenza del TAR dell’Umbria del febbraio 2026, che ha confermato la legittimità della scelta regionale di porre un tetto ai rifiuti speciali e ai flussi extraregionali, ha dato alla giunta un argomento giuridico in più. Ma il nodo resta: se la circolarità non decollerà nei tempi previsti, le discariche continueranno a essere l’unico terminale disponibile. E le volumetrie residue, secondo le proiezioni dello stesso piano, si esaurirebbero in pochi anni senza un radicale cambio di passo.

La dimensione europea e il nodo EIR

C’è un elemento del quadro che merita attenzione al di là della polemica interna. La presidente Proietti ha sottolineato che l’Umbria è stata scelta per redigere il parere ufficiale delle regioni europee sull’Environmental Implementation Review (EIR) 2025, documento che sarà presentato ad Assisi il 18-19 giugno in occasione della riunione della Commissione ambiente, cambiamenti climatici ed energia del Comitato europeo delle regioni. Un appuntamento che colloca il percorso umbro in un contesto più ampio, dove la normativa europea sui rifiuti impone obiettivi sempre più stringenti e dove il principio del "do no significant harm" − cardine del PNRR e della tassonomia green − diventa la cornice entro cui valutare ogni scelta impiantistica.

Il piano promette risparmi significativi. Secondo le stime della giunta, la riduzione dei conferimenti in discarica genererebbe un risparmio di circa 10 milioni di euro l’anno, a cui si aggiungerebbero 1,5 milioni di maggiori proventi dalla vendita di materie prime seconde e 12,5 milioni dalla gestione del CSS. La scelta di non costruire un inceneritore viene quantificata come un risparmio di 200 milioni sulla TARI, mentre il TMB avanzato verrebbe finanziato con 13 milioni di fondi europei (Priorità 2 del FESR, azione 2.6.2).

Sono numeri che andranno verificati nel tempo. La giunta si presenta come "la più ambientalista che l’Umbria abbia mai avuto", e i target sono impegnativi: passare in quattro anni dall’attuale 69,6% all’80% di differenziata richiede investimenti massicci nella logistica di raccolta, formazione del personale e comunicazione ai cittadini. L’adozione della tariffa puntuale in tutti i comuni è un processo complesso, come dimostra l’esperienza delle regioni che l’hanno già introdotta. E la creazione di un ecosistema di simbiosi industriali − le “comunità dell’economia circolare" previste dal piano, pensate per favorire lo scambio di scarti di produzione tra filiere − presuppone un tessuto imprenditoriale pronto a investire in processi di trasformazione che oggi non esistono o sono embrionali.

La vera prova saranno i primi due anni di attuazione. Se i target intermedi al 2028 (75% di differenziata, 60% di riciclo effettivo, 30% di smaltimento) verranno centrati, il modello umbro potrà proporsi come riferimento per altre regioni italiane di dimensioni comparabili. Se resteranno sulla carta, l’emergenza tornerà a bussare. E a quel punto, le opzioni sul tavolo saranno molte di meno.

 

In copertina: la presidente dell’Umbria Stefania Proietti e l’assessore all’ambiente Thomas De Luca, Ufficio stampa regione Umbria