Per costruire un parco eolico onshore servono quasi nove volte più risorse minerarie rispetto a una centrale a gas. E mentre la transizione energetica accelera, spinta dall’elettrificazione, dalla diffusione delle rinnovabili e dallo sviluppo di nuove tecnologie, aumenta anche la domanda di materie prime critiche (CRM). Per evitare una dipendenza strutturale da pochi grandi attori globali della produzione e della raffinazione, come Cina, Repubblica Democratica del Congo e Australia, l’Europa può però contare su una vera e propria miniera urbana, il cui potenziale, ancora in larga parte inutilizzato, è stato mappato per la prima volta.
Secondo il rapporto FutuRaM (Future Availability of Secondary Raw Materials), entro il 2050 i flussi di rifiuti urbani potrebbero coprire oltre metà del fabbisogno europeo di materiali critici. Un contributo che rafforzerebbe la resilienza delle catene di approvvigionamento europee, riducendo al contempo la necessità di nuove attività estrattive e l’impatto ambientale e sociale legato al loro approvvigionamento.
La miniera urbana europea e il potenziale (ancora) non sfruttato
Il rapporto e l’Urban Mine Platform, sviluppata nell’ambito del progetto, rappresentano la più ampia analisi disponibile sulla presenza di CRM nei flussi di rifiuti europei, contribuendo a quantificare la disponibilità e il potenziale di recupero di questi materiali. L’iniziativa ha analizzato 42 elementi critici presenti in sette categorie di rifiuti, dalle turbine eoliche ai veicoli a fine vita, coinvolgendo 28 partner provenienti da tutto il continente. L’obiettivo era sviluppare dati, metodologie e strumenti in grado di quantificare il potenziale della miniera urbana e di supportare la definizione di politiche pubbliche, la pianificazione strategica e il monitoraggio di lungo periodo.
Le analisi, che hanno incluso non solo i paesi dell’Unione Europea ma anche Svizzera, Regno Unito, Norvegia e Islanda, stimano che entro il 2050 sarà possibile recuperare ogni anno tra 4,1 e 5,7 milioni di tonnellate di materie prime critiche. In uno scenario di economia circolare, questo volume potrebbe sostituire fino al 56% delle importazioni di materiali primari, confermando il ruolo strategico della miniera urbana europea nel rafforzare l’autonomia delle catene di approvvigionamento e nel ridurre la dipendenza da paesi terzi.
“Raggiungere un tasso di sostituzione del 56% entro il 2050 richiede molto più di un semplice miglioramento nel recupero delle materie prime seconde e critiche. Il valore base del 33% riflette uno scenario di business-as-usual, in cui il consumo di prodotti e materiali continua a crescere ai ritmi attuali, mentre le pratiche di raccolta e recupero restano sostanzialmente invariate”, racconta Giulia Iattoni, Assistant Programme Officer all’UNITAR, l’Istituto delle Nazioni Unite per la formazione e la ricerca. “Raggiungere lo scenario di circolarità più ambizioso – continua – dipende dalla combinazione di tassi significativamente più elevati di raccolta, selezione, riciclo e recupero con misure più ampie di economia circolare, capaci di ridurre la domanda complessiva di materie prime. Ciò significa garantire che una quota molto maggiore di prodotti a fine vita entri in sistemi di raccolta conformi, limitare le perdite lungo la filiera del riciclo e scalare le tecnologie in grado di recuperare le materie prime critiche che attualmente vengono perse. Parallelamente, occorre prolungare la vita utile dei prodotti attraverso riparazione, riuso e ricondizionamento, e moderare i consumi di materiale grazie a modelli di business più circolari, come la condivisione e gli schemi prodotto-come-servizio. In sintesi, lo scenario al 56% richiede interventi sia sul lato dell'offerta, con il miglioramento del recupero dei materiali, sia sul lato della domanda, riducendo il fabbisogno di materie prime. Nessuno dei due approcci, da solo, è sufficiente a raggiungere il tasso di sostituzione più elevato; i vantaggi maggiori derivano dalla combinazione dei due”, conclude l’esperta.
Grazie a flussi di trattamento ben strutturati a livello nazionale, cinque tipologie di CRM, tra cui il platino, registrano già tassi di raccolta superiori all’80%. Per molti altri materiali, tuttavia, il quadro è molto diverso. Tonnellate di risorse preziose si disperdono lungo la filiera, finendo in circuiti informali o, in molti casi, non uscendo nemmeno dalle nostre case, dove restano inutilizzate nei cassetti. Il recupero di metalli come rame, palladio e nichel si colloca in una fascia intermedia tra il 40% e l’80% mentre per 22 materiali analizzati i volumi recuperati restano marginali, inferiori a una tonnellata.
In questo contesto il recupero delle materie prime significa ridurre la vulnerabilità delle catene di approvvigionamento globali, sviluppare nuovi modelli di economia circolare e generare benefici ambientali, tra cui la mitigazione della crisi climatica. Ogni tonnellata reimmessa nel ciclo produttivo contribuisce infatti a ridurre la pressione estrattiva e a contenere le emissioni legate alla produzione di nuove risorse. Secondo il rapporto, negli ultimi anni il recupero annuale di materie prime seconde ha generato un beneficio climatico netto pari a circa 39 Mt di CO₂e. Un dato che, entro il 2050, potrebbe salire in un intervallo compreso tra 81 e 273 Mt di CO₂e, che corrispondono alle emissioni prodotte annualmente dalla Spagna.
Policy: priorità alla raccolta, al monitoraggio e alla rendicontazione
Nei prossimi decenni il numero di prodotti sul mercato contenenti CRM è destinato a crescere, soprattutto nei settori dell’energia rinnovabile e della mobilità elettrica, come le batterie. Di conseguenza, diventerà sempre più importante recuperare queste risorse ed evitare che vengano disperse o che escano dall’Europa attraverso flussi informali, come ancora accade per diverse categorie di prodotti a fine vita.
Secondo il rapporto, entro la metà del secolo 17 delle CRM analizzate potrebbero raggiungere tassi di recupero superiori all’80%. Tuttavia, questo obiettivo non è compatibile con un approccio di tipo business as usual: saranno necessarie scelte industriali mirate e l’implementazione di un insieme coerente di politiche per sviluppare pienamente il potenziale dell’urban mining europeo. “Il miglioramento della raccolta, del monitoraggio e della rendicontazione delle materie prime secondarie rappresenta una priorità particolarmente urgente. Una quota importante di materiali di valore continua a sfuggire ai sistemi ufficiali di raccolta e trattamento, causando la perdita di potenziali materie prime seconde ancor prima che possano essere recuperate”, continua Iattoni. “Allo stesso tempo, i dati sui flussi di materiali restano ancora frammentati e disomogenei in tutta Europa. Sistemi di raccolta più efficienti, combinati con una rendicontazione e un monitoraggio armonizzati, migliorerebbero la comprensione di dove si trovano le materie prime critiche, di come si muovono lungo la catena e di dove si verificano le perdite. Senza dati affidabili e un'infrastruttura di raccolta efficace, è difficile elaborare politiche mirate, attrarre investimenti o potenziare i progetti di recupero. Migliorare la conoscenza dei flussi di materiali e garantire che i rifiuti entrino in sistemi di trattamento conformi è la base su cui costruire tutte le altre misure”.
Verso standard comuni
Tra le principali raccomandazioni di policy formulate dagli esperti figura l’applicazione del sistema di classificazione UNFC (United Nations Framework Classification), originariamente sviluppato per l'energia da combustibili fossili e i residui minerari primari, anche alle risorse secondarie. L’estensione di questo quadro di riferimento contribuirebbe a migliorare trasparenza, comparabilità dei dati e fiducia sia da parte degli investitori sia dei decisori politici. “La sfida principale che ci siamo prefissati di affrontare era la mancanza di un metodo coerente, trasparente e riproducibile per applicare l'UNFC ai progetti di recupero delle materie prime seconde. Sebbene l'UNFC sia stato sviluppato e ampiamente applicato alle risorse primarie, la sua applicazione alle risorse antropogeniche era ancora agli albori e mancava di una metodologia pratica e di una struttura di rendicontazione”, aggiunge l’esperta dell’UNITAR. “SARA4UNFC è stato sviluppato per colmare questa lacuna, fornendo un quadro strutturato e uno strumento digitale che consente di effettuare valutazioni comparabili e tracciabili dei progetti”. Il framework UNFC valuta le risorse secondo tre dimensioni – viabilità ambientale e socioeconomica, fattibilità tecnica e affidabilità delle stime – offrendo un quadro comune per classificarle in modo coerente.
Lo strumento SARA4UNFC consente di valutare e confrontare progetti di recupero delle materie prime attraverso una procedura strutturata in sette fasi, con un focus sulla recuperabilità delle materie prime seconde da diversi flussi di rifiuti. In questo modo, SARA4UNFC supporta il processo decisionale, riduce l’incertezza per gli investimenti e migliora la trasparenza lungo le filiere del riciclo, facilitando il dialogo tra decisori pubblici, imprese e investitori.
Il successo tra cinque anni? “Per noi significherebbe che SARA4UNFC è ampiamente utilizzato per classificare i progetti di recupero delle risorse antropogeniche in diversi flussi di rifiuti e paesi, diventando un riferimento riconosciuto per coloro che sviluppano progetti, i decisori politici, gli investitori e le autorità di regolamentazione. Una tappa fondamentale in questa direzione è stato il suo riconoscimento ufficiale da parte del Gruppo di esperti sulla gestione delle risorse (EGRM) dell’UNECE durante la Resource Management Week ad aprile. In definitiva, il successo si rifletterebbe nell'ampia adozione di SARA4UNFC come approccio standard per la classificazione, basata sull'UNFC, dei progetti di recupero di materie prime seconde”, conclude Iattoni.
Immagine in copertina: rifiuti elettronici, Envato Elements
