
Il 18 febbraio 2026 si è verificata una frana all’interno del Parco Industriale Morowali in Indonesia (IMIP), uno dei principali poli estrattivi di nichel del pianeta. Un lavoratore è stato travolto dal crollo in una zona di stoccaggio di residui e le operazioni sono state sospese. Questo, tuttavia, è solo l’ultimo dei gravi incidenti avvenuti nel sito: a marzo 2025 sono morti tre dei quattro operai rimasti sepolti sotto un’altra frana. Nel 2023 c’è stata l’esplosione di una fornace, in cui hanno perso la vita 21 lavoratori.
Il nichel è una materia prima strategica per la transizione energetica, indispensabile nella produzione di batterie per veicoli elettrici, pannelli solari e turbine eoliche. Tuttavia, dietro la sua estrazione si nascondono aspetti controversi legati agli ingenti danni ambientali, alle comunità e alle condizioni di scarsa sicurezza in cui riversano miniere e raffinerie.
Chi controlla il nichel dell’Indonesia
L’Indonesia è il primo produttore mondiale di nichel, possiede circa il 21% delle riserve e nel 2023 ha coperto il 51% del fabbisogno globale. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia (IEA), i ricavi da nichel, rame e stagno nel paese potrebbero raggiungere i 40 miliardi di dollari entro il 2050.
L’estrazione del nichel è al centro della politica industriale del governo indonesiano, ma con alcune variazioni rispetto a qualche anno fa. Nel 2020, infatti, è stata vietata l’esportazione di materiale grezzo per costringere le aziende a costruire impianti di raffinazione e a sviluppare una filiera industriale nazionale per trattenere il valore aggiunto all’interno del paese. Questa politica ha attirato grandi investimenti stranieri, soprattutto dalla Cina, che ha contribuito alla creazione di grandi parchi industriali. Secondo un report dell’Istituto francese per le relazioni internazionali (IFRI), tra il 2013 e il 2022, la Cina ha investito 50 miliardi di dollari in Indonesia, anche nel settore minerario. Oggi, almeno un’azienda cinese è presente nei tre principali poli di produzione del nichel.
A Morowali, l’azienda cinese Tsingshan, uno dei principali produttori mondiali di acciaio inox e nichel trasformato, attraverso una joint venture con il conglomerato indonesiano Bintang Delapan Group, ha promosso a partire dai primi anni 2010 lo sviluppo dell’Indonesia Morowali Industrial Park (IMIP). Sull’isola di Halmahera, l’Indonesia Weda Bay Industrial Park (IWIP) è gestito da una joint venture tra i gruppi cinesi Tsingshan Holding Group, Huayou Cobalt e Zhenshi Group, in collaborazione con la multinazionale francese Eramet, che è co-proprietaria della miniera di Weda Bay attraverso la società PT Weda Bay Nickel insieme a Tsingshan e alla statale indonesiana Antam. A Obi Island opera il gruppo indonesiano Harita, attraverso la controllata PT Trimegah Bangun Persada e la joint venture PT Halmahera Persada Lygend (HPL), realizzata in collaborazione con la società cinese Lygend Resources & Technology.
I paradossi legati all’estrazione
“Non si può definire il nichel una fonte di energia pulita solo perché viene utilizzato per i veicoli elettrici: attualmente il 5% della produzione indonesiana è destinato alle batterie, mentre la grande maggioranza è ancora impiegata per la produzione di acciaio inossidabile”, spiega a Materia Rinnovabile Imam Shofwan, Head of Community Network di JATAM, rete indonesiana di advocacy mineraria. “Il danno più evidente causato dalle attività estrattive è il peggioramento della qualità ambientale, visibile nell’inquinamento dell’aria, dell’acqua, del suolo e nella deforestazione. Questo ha provocato problemi di salute tra i residenti, con un aumento significativo di malattie respiratorie acute e un’elevata incidenza di diarrea tra i bambini.”
Il nichel è spesso descritto come una risorsa chiave per la transizione energetica globale, ma “per noi questa narrazione rappresenta un’anomalia”, dichiara Moh Taufik, coordinatore della stessa ONG per il Sulawesi Centrale. “Per produrre una sola batteria per veicoli elettrici, decine di migliaia di ettari di foresta devono essere distrutti, mentre le centrali elettriche a carbone alimentano le fabbriche che producono i componenti delle batterie.”
Il nichel indonesiano è di tipo lateritico, superficiale e relativamente facile da estrarre, ma richiede processi di raffinazione altamente energivori e inquinanti. La lavorazione avviene in grandi complessi industriali alimentati da centrali a carbone costruite appositamente per sostenere la produzione di nichel. Questo contribuisce ad aumentare significativamente le emissioni di gas serra, rendendo il nichel indonesiano uno dei più carbon intensive al mondo. I dati dell’Institute for Energy Economics and Financials Analysis (IEEFA) evidenziano che senza una transizione verso fonti rinnovabili, il settore potrebbe arrivare a rappresentare il 5% delle emissioni nazionali entro il 2028.
“Oltre ad aumentare le emissioni, queste attività producono enormi quantità di rifiuti”, racconta Taufik. “Ad esempio, nel villaggio di Fatufia, a Morowali, gli scarichi in mare provenienti da una centrale a carbone hanno riscaldato l’acqua e danneggiato l’ecosistema costiero. Nel villaggio di Ganda-Ganda, a Morowali Utara, i sedimenti provenienti dalle miniere hanno distrutto gli ecosistemi costieri e le barriere coralline, rendendo più difficile la pesca e aumentando i costi operativi per i pescatori.”
Secondo un report dell’organizzazione indonesiana Action for Ecology and People Emancipation (AEER), ogni tonnellata di nichel metallico prodotta tramite il processo HPAL (High Pressure Acid Leach), utilizzato per ottenere nichel adatto alle batterie, genera circa cento tonnellate di residui. Questi scarti, noti come tailings, sono costituiti da fanghi contenenti metalli pesanti e sostanze chimiche derivanti dal trattamento con acido solforico. La normativa indonesiana li classifica come materiali tossici e pericolosi, con potenziali effetti negativi sulla salute umana e sugli ecosistemi. Per questo motivo, dovrebbero essere gestiti come rifiuti pericolosi, con procedure specifiche di stoccaggio, monitoraggio e smaltimento.
Tuttavia in Indonesia la produzione di nichel è aumentata rapidamente negli ultimi anni e la gestione di questi residui rappresenta una delle principali criticità ambientali del settore, in particolare nei grandi poli industriali, dove operano impianti HPAL su larga scala.
Impatti sulle comunità locali
La proliferazione degli impianti per estrarre e raffinare il nichel ha inciso profondamente sul tessuto sociale delle comunità locali, alterando equilibri economici e forme di partecipazione democratica. Shofwan spiega a Materia Rinnovabile che le attività minerarie hanno generato divisioni profonde all’interno della società: “La popolazione si è spaccata tra chi sostiene le miniere e chi le rifiuta”. Spesso le tensioni sono aggravate dal ruolo delle autorità locali e delle forze di sicurezza, che tendono a schierarsi con le aziende. “Danno priorità alla continuità delle operazioni minerarie piuttosto che alla sicurezza dei cittadini, e non di rado i residenti che protestano vengono criminalizzati.”
La legislazione indonesiana tende a favorire lo sviluppo industriale a scapito della partecipazione pubblica: esistono leggi che proteggono i diritti delle popolazioni locali, ma nella pratica questi diritti sono spesso ignorati. Le normative più recenti facilitano il rilascio dei permessi minerari e riducono il ruolo delle comunità nei processi decisionali. “La partecipazione delle comunità, comprese quelle indigene, è limitata”, spiega Shofwan. “Esiste, ad esempio, una legge che vieta le attività minerarie nelle aree costiere e sulle piccole isole, ma nella pratica molte piccole isole vengono comunque sfruttate per l’attività mineraria.”
Anche Moh Taufik descrive un processo simile. Le attività minerarie tendono a creare conflitti deliberatamente, dividendo le comunità tra coloro che accettano le promesse di lavoro e benessere e coloro che temono la perdita delle proprie fonti di sostentamento. Queste divisioni indeboliscono la capacità delle comunità di opporsi e rendono più facile per le aziende operare. “Spesso le comunità che si oppongono alle attività minerarie vengono intimidite da individui legati alle compagnie minerarie o denunciate con accuse infondate per scoraggiare ulteriori proteste.” Le attività minerarie in Indonesia tendono a essere protette dalle forze dell’ordine, poiché sono regolate da normative specifiche che prevedono sanzioni severe e pene detentive per chi difende l’ambiente dagli impatti dell’attività mineraria.
Uno dei problemi principali, spiegano gli attivisti di JATAM, è la mancanza di consultazione significativa prima dell’avvio dei progetti. Spesso i residenti scoprono dell’apertura di una miniera solo quando i lavori sono già iniziati. “Quando le miniere entrano in funzione, le comunità perdono l’accesso all’acqua pulita, ai terreni agricoli e alle zone di pesca”, continua Taufik. “Le aree costiere e marine vengono trasformate in siti di smaltimento dei rifiuti, compromettendo l’economia locale.”
Sebbene l’industria del nichel venga spesso presentata come una fonte di occupazione, i benefici per la popolazione locale restano limitati. “Le miniere da un lato creano nuove opportunità, dall’altro danneggiano o eliminano attività economiche che per generazioni hanno sostenuto le comunità, come l’agricoltura e la pesca”, spiega l’attivista. E “i posti di lavoro disponibili nel settore minerario richiedono spesso qualifiche o requisiti che molti residenti non possiedono, le condizioni di lavoro sono difficili, con salari bassi, orari lunghi e frequenti incidenti”, aggiunge Showfan. Il risultato è una trasformazione profonda delle comunità, che si trovano a convivere con l’inquinamento, la perdita delle risorse naturali e una crescente privazione dei propri diritti.
Tracciabilità e responsabilità nella corsa al nichel
Di fronte all’espansione globale della domanda di nichel, una delle questioni centrali riguarda la responsabilità delle aziende all’estero che utilizzano questo minerale nelle proprie catene di approvvigionamento. Secondo Vuyisile Ncube, Lead Corporate Campaigner presso Earthworks, ONG statunitense che monitora gli impatti delle industrie estrattive sulla vita delle persone, la crescente attenzione delle aziende europee alla tracciabilità non si è ancora tradotta in un cambiamento sostanziale delle pratiche di approvvigionamento.
“Sebbene abbiamo visto sempre più case automobilistiche mappare le proprie catene di approvvigionamento ed evidenziare le aree geografiche in cui esistono più rischi di violazioni ambientali e dei diritti umani, la maggior parte continua ad approvvigionarsi da luoghi associati a elevati costi ambientali e sociali”, spiega Ncube. Per questo, aggiunge, “le aziende europee devono assumersi la responsabilità degli impatti ambientali e sociali delle proprie catene di approvvigionamento e adottare misure proattive per affrontare e porre rimedio ai danni causati dalle proprie attività commerciali”.
Il problema riguarda anche l’impatto climatico complessivo del boom del nichel. “La capacità del nichel di contribuire alla transizione è attualmente compromessa dall’enorme quantità di emissioni generate dai parchi industriali in cui viene lavorata la maggior parte del nichel mondiale”, osserva Ncube. “Molti di essi si affidano ancora a centrali a carbone dedicate, quindi i nostri obiettivi climatici globali potranno essere raggiunti solo se le energie rinnovabili sostituiranno questo metodo di lavorazione.”
Una delle possibili soluzioni, secondo Ncube, è ridurre la pressione sulla domanda di nuove estrazioni attraverso un ripensamento più ampio dei sistemi di mobilità e produzione. “Esistono diverse strategie fondamentali per ridurre la necessità di nuovo nichel, la prima delle quali è la riduzione della domanda”, spiega. “Sviluppare e promuovere il trasporto pubblico di massa alimentato da energie rinnovabili, o città progettate per essere percorribili a piedi, in particolare in Europa e in altri paesi occidentali, ridurrebbe gli impatti dell’attività mineraria sulle comunità del Sud globale.”
Anche la progettazione delle batterie gioca un ruolo chiave: “Devono essere progettate secondo princìpi di circolarità, durabilità e riparabilità, per prolungarne la durata e favorirne usi multipli. Una volta raggiunta la fine della loro vita utile, il riciclo deve avvenire in impianti dotati di elevati standard di tutela ambientale e di sicurezza”.
A livello normativo, sottolinea Ncube, sono necessari strumenti più vincolanti per garantire il rispetto dei diritti umani e ambientali lungo l’intera filiera. “Un quadro normativo vincolante di due diligence obbligatoria in materia di diritti umani e ambiente è fondamentale, quindi il passaporto delle batterie dell’Unione Europea rappresenta un ottimo primo passo”, afferma. Tuttavia, il problema richiede una risposta globale. “Il Trattato vincolante delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani potrebbe potenzialmente garantire il rispetto dei diritti lungo la catena del valore dei minerali, ma i negoziati sono in corso dal 2014 e stiamo assistendo a una mancanza di leadership da parte dei paesi del Nord globale, dove hanno sede molte di queste multinazionali.”
Un altro nodo centrale riguarda la gestione dei rifiuti minerari, che continuano a rappresentare uno dei principali rischi per le comunità e gli ecosistemi. “Considerati i gravi impatti dei rifiuti minerari sulle comunità, sulla sicurezza dei lavoratori e sugli ecosistemi, sono necessari cambiamenti significativi per migliorarne la gestione”, conclude Ncube. “Le linee guida Safety First: Guidelines for Responsible Mine Tailings Management, sostenute da 165 comunità colpite dall’attività mineraria, governi tribali, organizzazioni ambientaliste e per i diritti umani e accademici, stabiliscono le migliori pratiche globali per proteggere le persone e i territori situati a valle delle miniere.”
In copertina: © Jatam Sulteng
