Stagflazione. Questa è la parola che tutti gli economisti europei, americani e asiatici indicano come possibile scenario di lungo termine. Ovvero la perdurante combinazione di stagnazione o recessione e inflazione. Una combinazione dovuta inevitabilmente ai prezzi energetici sempre crescenti, ai danni alle infrastrutture fossili nel Golfo, e una situazione geopolitica la cui fine non sembra essere in vista (senza dimenticare l’impatto occupazionale dell’AI).
Secondo il commissario UE per l'Economia Valdis Dombrovskis, “l'analisi condotta dalla Commissione ha rilevato che la crescita dell'UE quest'anno potrebbe essere inferiore dello 0,2-0,4% […] nello scenario di una perturbazione di breve durata". Ma la perturbazione non sembra destinata a finire domani. In quel caso la crescita sarebbe decisamente negativa, e accoppiata a una serie di scelte energetiche ed economiche disallineate dalla necessaria transizione, come ad esempio il potente ritorno del carbone in Asia ed Europa, scelta necessaria in qualche caso, ma catastrofica rispetto al portato economico della crisi climatica.
La situazione non è solo critica sui mercati energetici: ora inizia a preoccupare seriamente i mercati delle derrate. L’aumento del costo dei fertilizzanti, congiunto a quello del gasolio, ha gettato nel panico il settore agricolo di mezzo mondo, dalla Germania all’Indonesia, alimentando l’inflazione nel settore alimentare e contribuendo a possibili food crisis nei paesi che più di tutti dipendono dal settore primario, in particolare in Africa e Sud-Est asiatico.
Secondo l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura (FAO), gli stati del Golfo rappresentano dal 30% al 35% delle esportazioni mondiali di urea e dal 20% al 30% delle esportazioni di ammoniaca. Anche l'offerta di fertilizzanti a base di acido fosforico sta diminuendo. Il fosfato minerale viene estratto in Cina, Marocco, Giordania e altri paesi, ma l'acido solforico utilizzato per trasformarlo in fertilizzante dipende dallo zolfo proveniente dagli stati del Golfo.
Lo scenario a 12-18 mesi è potenzialmente catastrofico. Sui mercati giustamente perdura la calma e il sangue freddo, cercando di massimizzare a breve termine le oscillazioni che avvengono a ogni tweet del presidente Trump, vera causa scatenante di questa situazione. Ma nell’economia reale e nella vita quotidiana si comincia a percepire il grande nervosismo e la paura. Il primo volo cancellato, i prezzi delle fragole sopra ogni ragionevole senso, il diesel a 2,32 euro alla pompa di benzina oggi. Una grande azienda che cancella un contratto per “contenimento delle spese di fronte al caro energia”. Un posto di lavoro in meno da poter creare. Sono gli scricchiolii sistematici che, insieme ai trend macroeconomici evidenti fanno saltare il sangue freddo a chi osserva, da vent’anni, da vicino, l’economia reale globale.
Ora l’ultima, stupidissima, idea di chiudere lo stretto di Hormuz da parte statunitense per bloccare qualsiasi nave verso l’Iran, rischia di peggiorare ulteriormente la situazione. Se il cappio strozzante sull’economia globale era già stretto, ora siamo nella fase di soffocamento. “Chiudere completamente lo Stretto di Hormuz provocherà un aumento dei prezzi del petrolio ancora più marcato rispetto al passato, generando una pressione ancora maggiore sugli Stati Uniti da parte della comunità internazionale”, ha spiegato al Financial Times Jennifer Kavanagh, direttrice dell’analisi militare presso Defense Priorities.
Che Trump avesse perso la favella dentro la scellerata guerra in Iran era noto da tempo. Le ultime minacce contro la Cina, gli sgarbi all’Europa, il comportamento erratico con chiunque, però, congiurano a un’escalation potenzialmente inarrestabile, portata avanti da un leader pazzo che nessuno, nemmeno la sua fanbase MAGA, segue più. Da tutte le parti salgono le voci per chiedere le dimissioni del presidente, così come inizia a crescere la pressione sull’altro alleato, Benjamin Nethanyahu. Fino alle elezioni di Mid-Term di novembre, però, sembra impossibile che questo si verifichi.
Tutto potrebbe cambiare con la riconquista completa del Congresso da parte democratica, certo. Ma sarebbe troppo tardi in ogni modo. Non resta dunque che una serrata e coordinata pressione diplomatica e civica, per far tornare USA e Iran al tavolo, fermare questa ridicola escalation e iniziare a lavorare per contenere la stagflazione prima dell’autunno, a causa di una crisi che nessuno voleva veramente.
In copertina: foto ufficiale della casa Bianca di Andrea Hanks, via Flickr
