Mentre la corsa alle materie prime critiche guarda sempre più verso le profondità oceaniche, un nuovo asse di collaborazione si va consolidando tra Washington e Tokyo. La scorsa settimana, Stati Uniti e Giappone hanno firmato un memorandum di cooperazione sul deep sea mining, che potrebbe costituire una svolta nella geopolitica delle risorse minerarie sottomarine.

L'accordo, siglato a margine dell'incontro del 19 marzo tra il presidente Trump e la premier giapponese Sanae Takaichi, prevede la condivisione di ricerche e informazioni sul settore, inclusi i risultati delle esplorazioni che ciascun paese sta conducendo autonomamente.

La mossa in realtà si inserisce in un più ampio partenariato sui minerali critici tra i due alleati. Ma i tempi e i contenuti del documento hanno attirato l'attenzione della comunità internazionale, soprattutto perché è stato distribuito proprio durante l’ultima riunione dell'International Seabed Authority (ISA), l'organismo ONU che regola lo sfruttamento dei fondali nelle acque internazionali. I meeting dell’ISA sono il luogo ufficiale dove, negli ultimi anni, si è svolta la discussione fra autorità nazionali e scienziati per cercare di regolare e porre un freno a quello che potrebbe diventare un nuovo catastrofico capitolo dell’estrattivismo globale. Ma se l’iter regolatorio internazionale è sempre impantanato in lungaggini procedurali, il nuovo patto fra USA e Giappone arriva come l’ennesimo tentativo di forzare i tempi e dare il via alla corsa agli abissi.

La corsa giapponese ai fondali oceanici

Il Giappone ha una ragione strategica molto concreta per guardare verso gli abissi marini: ridurre la dipendenza dalla Cina per l'approvvigionamento di terre rare. Nel 2010, Pechino aveva tagliato le esportazioni di questi materiali verso Tokyo in seguito a tensioni diplomatiche nel Mar Cinese Orientale. Oggi la dipendenza, grazie a politiche di diversificazione delle supply chain, è scesa dal 90% a circa il 60-70%, ma rimane comunque elevata.

Per questo, da sette anni, il Giappone investe in un ambizioso progetto di estrazione di fanghi ricchi di terre rare nelle sue acque territoriali, nei pressi dell'atollo disabitato di Minami-Torishima, 1.900 chilometri a sud-est di Tokyo. Quest’anno la nave scientifica Chikyu ha avviato i primi test di campionamento a oltre 6.000 metri di profondità. Secondo uno studio pubblicato su Nature, quell'area potrebbe garantire forniture di elementi come ittrio, terbio e disprosio per centinaia di anni. Ma rimangono le incognite sugli impatti ambientali.

Un sistema internazionale sotto pressione

Sul tema deep sea mining, il quadro internazionale è tuttavia sempre più frammentato. Gli Stati Uniti non hanno mai aderito alla Convenzione ONU sul diritto del mare (UNCLOS) e, dall'anno scorso, hanno ordinato alle proprie agenzie di rilasciare permessi per il mining in acque internazionali, bypassando le trattative in sede ISA. La società The Metals Company, fra le prime al mondo a investire sull’estrazione nelle profondità marine, ha già presentato domanda per un permesso commerciale, beneficiando di una nuova normativa che snellisce le valutazioni ambientali.

Nel frattempo, oltre quaranta paesi stanno chiedendo una moratoria o un divieto totale delle attività estrattive sui fondali, preoccupati per i potenziali danni agli ecosistemi marini, ancora in gran parte sconosciuti. Fino a questo momento, tuttavia, le varie sessioni negoziali all'ISA non hanno prodotto alcun accordo.

Ora l'alleanza USA-Giappone rischia di accelerare questa frattura. Come spiega al New York Times l'esperta di governance marina Marie Bourrel-McKinnon, senza regole globali sarà il ritmo di chi agisce per primo, unilateralmente o in partnership, a dettare le condizioni del settore.

L’unica soluzione, a questo punto, sarebbe una moratoria globale. Come ha dichiarato Shigeru Tanaka della Deep Sea Conservation Coalition, intervistata da Materia Rinnovabile: “Sotto una moratoria, questi annunci altisonanti perderebbero di significato”.

 

In copertina: la prima ministra giapponese Sanae Takaichi con il presidente USA Donald Trump in un bilaterale alla Casa Bianca il 19 marzo 2026, fotografati da Emily J. Higgins, foto ufficiale della Casa Bianca