
Dopo oltre un mese di escalation militare, Stati Uniti e Iran hanno raggiunto un accordo per un cessate il fuoco temporaneo della durata di due settimane. L’intesa, annunciata dal presidente statunitense Trump poche ore prima della scadenza dell’ennesimo ultimatum, rappresenta un punto di svolta in un conflitto che ha generato una delle più gravi crisi energetiche globali degli ultimi anni. Oltre a un numero imprecisato di vittime e persone sfollate, tra Iran e Libano.
Il cessate il fuoco è subordinato alla riapertura immediata dello Stretto di Hormuz, snodo strategico attraverso cui transita circa il 20% dell’offerta mondiale di petrolio − ma non solo − e infatti l’annuncio dell’accordo ha avuto effetti positivi immediati sui mercati. Ma, se anche la tregua dovesse durare, gli effetti della crisi si faranno sentire per mesi, mentre la situazione resta precaria.
Israele continua infatti ad attaccare il Libano, nonostante il Pakistan abbia confermato che l’accordo comprende anche Beirut. Questa tregua, poi, sembrava più necessaria agli Stati Uniti che all’Iran, considerate le difficoltà in cui Washington si era trovata nei giorni precedenti (in particolare con la dispendiosa operazione di recupero del pilota abbattuto da Teheran) e le proteste che in patria aumentano contro Donald Trump, anche da parte repubblicana.
Geopolitica ed energia: i nodi della trattativa tra USA e Iran
Sul piano diplomatico, il cessate il fuoco rappresenta solo una tregua temporanea in vista di negoziati più ampi. Le trattative, previste a Islamabad sotto la mediazione del Pakistan, si baseranno su due piattaforme negoziali: un piano in 10 punti proposto dall’Iran e uno in 15 punti elaborato dagli Stati Uniti.
Tra i nodi principali figurano il programma nucleare iraniano, la gestione delle capacità militari di Teheran, il ruolo dei gruppi armati regionali e la revoca delle sanzioni internazionali. L’Iran chiede inoltre compensazioni economiche per i danni subìti e il ritiro delle forze statunitensi dalla regione, oltre al riconoscimento del proprio diritto all’arricchimento dell’uranio.
Gli Stati Uniti, dal canto loro, puntano a limitare le ambizioni nucleari iraniane e a ridurre l’influenza geopolitica di Teheran nell’Asia occidentale. La distanza tra le parti resta significativa, con entrambe che rivendicano la tregua come una vittoria strategica. Il rischio di una ripresa delle ostilità rimane elevato, anche alla luce delle dichiarazioni del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano, che ha minacciato una risposta pesante in caso di violazioni.
Gli effetti dell’accordo su energia e mercati
La reazione dei mercati energetici alla tregua è stata immediata ma non risolutiva. Il prezzo del Brent ha registrato un calo del 13%, attestandosi a 94,80 dollari al barile, mentre il greggio statunitense WTI è sceso di oltre il 15% a 95,75 dollari. Tuttavia, questi valori restano significativamente superiori ai circa 70 dollari pre-conflitto, evidenziando come il rischio geopolitico continui a essere incorporato nei prezzi. Anche il gas ad Amsterdam ha registrato un calo significativo del 16,66%, arrivando sotto i 45 euro al Megawattora (44,37).
La crisi ha comunque messo in luce la fragilità strutturale del sistema energetico globale, fortemente dipendente da pochi snodi logistici e da equilibri geopolitici instabili. Gli attacchi alle infrastrutture hanno aggravato il quadro: il polo industriale di Ras Laffan in Qatar, responsabile di circa il 20% della produzione mondiale di gas naturale liquefatto, ha subìto danni tali da ridurre la capacità di esportazione del 17%. Secondo le stime di Rystad Energy, i costi complessivi per la ricostruzione delle infrastrutture energetiche nella regione potrebbero superare i 25 miliardi di dollari, con tempi di recupero fino a cinque anni.
Questo scenario suggerisce che, anche in presenza di una tregua, il ritorno a condizioni di piena operatività sarà lento e graduale, richiedendo mesi, se non anni. Gli operatori del settore restano infatti cauti, consapevoli che la stabilità dei flussi energetici dipende da un equilibrio politico ancora lontano dall’essere raggiunto.
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In copertina: l'Università di tecnologia Sharif a Teheran colpita da un raid aereo statunitense-israeliano, foto di Sobhan Farajvan/Pacific Press/Sipa USA, Agenzia IPA
