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L’ultima ondata di attacchi nella terza guerra del Golfo non sta devastando solo raffinerie e depositi di greggio: sta esponendo al fuoco incrociato l’infrastruttura più delicata della regione, quella che assicura l’acqua alle città.

Teheran, illegittimamente colpita da Stati Uniti e Israele, entra in questa fase del conflitto in una condizione di vera e propria bancarotta idrica, con dighe ai minimi storici, falde sovrasfruttate e una capitale che gli analisti definiscono ormai a un passo dal “Day Zero”, ovvero la data prevista in cui l’approvvigionamento idrico della città diventa così scarso da richiedere l’interruzione dell’erogazione ordinaria.

Sull’altra sponda del Golfo, invece, stati ricchissimi di petrolio ma poveri di acqua potabile dipendono quasi totalmente da oltre 400 impianti di desalinizzazione, che trasformano l’acqua di mare in acqua potabile e garantiscono circa il 40% dell’intera produzione mondiale di acqua desalinizzata.

Emerge così sempre più chiaramente come la guerra stia erodendo le basi materiali della vita in una regione appesa a infrastrutture energetiche fossili e a una risorsa, l’acqua, sempre più scarsa. In questo quadro, causare piogge tossiche e bombardare i desalinizzatori diventano vere e proprie strategie di guerra.

Teheran, la guerra sopra una città vicina al “Day Zero”

Dal 7 marzo, gli attacchi israelo-statunitensi hanno colpito diversi siti iraniani di stoccaggio di petrolio, incendiandoli. Molte persone risultano uccise o ferite, ma i danni non si fermano qui. La nube nera che si sprigiona dopo le esplosioni rende l’aria irrespirabile, mentre molti video testimoniano strade illuminate dalle fiamme e tombini e condotte fognarie da cui esce liquido scuro, cioè petrolio, altamente infiammabile.

La Mezzaluna Rossa iraniana (organizzazione umanitaria equivalente alla Croce Rossa) ha più volte avvertito che le sostanze tossiche rilasciate dagli incendi potrebbero trasformarsi in pioggia acida, con effetti negativi sulla pelle e sui polmoni, invitando la popolazione a non accendere i condizionatori, evitare di uscire subito dopo le precipitazioni e proteggere gli alimenti a esse esposti. Le autorità hanno consigliato ai cittadini l’uso di mascherine, mentre i residenti coinvolti segnalano mal di testa e difficoltà respiratorie, parlando di gocce oleose che si depositano su edifici e automobili. Anche l’Organizzazione mondiale della sanità ha lanciato un allarme: secondo il direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus, i danni alle infrastrutture petrolifere iraniane “rischiano di contaminare cibo, acqua e aria”.

Ad aggravare questa “pioggia nera” e le contaminazioni da metalli pesanti conseguenti e dovute ai bombardamenti, c’è il fatto che questa pioggia cade su una città che ha quasi esaurito le proprie riserve idriche. Teheran dipende infatti da cinque grandi dighe che oggi, dopo oltre due decenni di siccità e gestione inefficiente, viaggiano su livelli prossimi all’11% della loro capacità, tanto che nelle zone meridionali della capitale l’acqua è già mancata dai rubinetti nell’inverno del 2025. Teheran sta esaurendo l’acqua: una siccità storica ha spinto le precipitazioni ai minimi record e i bacini in tutto il territorio si stanno prosciugando. Gli esperti avvertono che il paese si sta avvicinando al “Day Zero”, il punto in cui i sistemi idrici municipali potrebbero collassare del tutto, mentre a dicembre 2025 il governo era addirittura arrivato a considerare di nuovo il trasferimento degli abitanti della capitale, che sta sprofondando mentre le falde prosciugate cedono.

In Iran gli attacchi militari si innestano infatti su una crisi interna che da anni corrode le basi ecologiche del paese. L’acqua è stata uno dei motori silenziosi delle recenti proteste, le più ampie degli ultimi anni, che si sono estese alle aree rurali e sono diventate mortali. Come infatti ci ha spiegato Nima Shokri, direttore e docente di geo-idroinformatica alla Hamburg University of Technology, in un’intervista per il canale tematico The Water Observer, “la scarsità d’acqua non è mai stata trattata come una priorità nazionale”. Secondo Shokri, il nodo sta nelle priorità fissate dal governo, che ha preferito sostenere una politica estera costata così tanto che “ambiente, acqua, suolo e risorse naturali sono stati costretti a sovvenzionare questa strategia per permettere al sistema di sopravvivere”.

I paesi del Golfo: ricchi di petrolio, poveri di acqua potabile

Nello stesso fine settimana in cui Teheran respirava fumo e pioggia nera e gli attacchi israelo-statunitensi colpivano il desalinizzatore dell’isola iraniana di Qeshm, il Bahrein accusava l’Iran di aver danneggiato uno dei suoi impianti di desalinizzazione. Lungo le coste del Golfo Persico si allineano del resto centinaia di desalinizzatori che forniscono acqua a milioni di persone e oggi ricadono nel raggio d’azione di missili e droni: senza queste “fabbriche d’acqua” le metropoli della regione semplicemente non reggerebbero. Come ha ricostruito Javier Blas su Bloomberg, citando documenti della CIA declassificati, già negli anni Ottanta, “alti funzionari governativi di alcuni paesi” ritenevano che l'acqua fosse “più importante del petrolio per il benessere nazionale”. 

Al Jazeera ricorda che, secondo un paper del 2023 dell’Arab Center di Washington, DC, gli stati del Consiglio di cooperazione del Golfo concentrano circa il 60% della capacità mondiale di desalinizzazione e producono quasi il 40% dell’acqua desalinizzata del pianeta. La dipendenza è quasi totale − in Kuwait circa il 90% dell’acqua potabile arriva dalla desalinizzazione, in Oman circa l’86%, in Arabia Saudita attorno al 70% − e in crescita. Arab News sottolinea che l’Arabia Saudita, maggiore produttrice di acqua desalinizzata al mondo, punta a portare la capacità da circa 4,16 a oltre 6 milioni di metri cubi al giorno entro il 2028, mentre negli Emirati l’impianto di Taweelah può produrre da solo più di 900.000 metri cubi al giorno e i nuovi progetti in Kuwait, Qatar e Oman consolidano la desalinizzazione come infrastruttura chiave e sempre più automatizzata.

Questa rete di “fabbriche d’acqua” è quasi interamente alimentata da combustibili fossili: la maggior parte degli impianti del Golfo è collegata a centrali termoelettriche a petrolio o gas, che forniscono l’energia per pompare, comprimere e filtrare l’acqua di mare attraverso membrane ultrafini, nei moderni sistemi a osmosi inversa o nei vecchi impianti termici. Il risultato è un paradosso perfetto: gli stessi combustibili che alimentano il conflitto e il riscaldamento globale alimentano anche le infrastrutture idriche che tengono in vita città, hotel, industria e una parte dell’agricoltura in una delle regioni più aride del mondo. A dimostrazione di quale sia la vera spina dorsale di tutta la civiltà umana.

 

In copertina: fumo e fiamme si levano sopra Teheran dopo che raid aerei israelo-statunitensi hanno colpito un deposito petrolifero il 7 marzo 2026. Foto di Sasan/Middle East Images/ABACAPRESS.COM, Agenzia IPA