Chissà se è stata la visita al tempio Cielo di Pechino, simbolo di buon raccolto e prosperità nella tradizione imperiale cinese. O forse semplicemente la congiuntura internazionale e le difficoltà economiche su ambo le sponde del Pacifico. Fatto sta che il viaggio di Trump in Cina, dal 13 al 15 maggio, il primo di un presidente statunitense dal 2017, ha dato alcuni frutti: "ingenti ordini da Boeing", la disponibilità di Pechino a rinnovare le licenze per l’importazione di carne bovina statunitense e ad acquistare soia nonché maggiori quantità di petrolio e gas naturale liquefatto (GNL). O almeno è quanto hanno annunciato le autorità statunitensi al termine dei colloqui con il leader cinese Xi Jinping e la sua squadra, cominciati con una sfarzosa cerimonia in piazza Tienanmen e due ore di colloqui nella Grande Sala del Popolo.
Si tratta di frutti destinati a maturare o a marcire nei prossimi mesi, nell’attesa che il presidente cinese accetti l’invito di Trump negli States il 24 settembre. Pechino e Washington devono “essere partner, non avversari”, devono perseguire “il successo reciproco e la prosperità comune”, ha dichiarato Xi, mettendo in chiaro però che c’è una linea rossa da non oltrepassare: la questione di Taiwan "se gestita male" potrebbe portare le due nazioni a “scontrarsi o addirittura entrare in conflitto, spingendo l'intera relazione sino-americana in una situazione estremamente pericolosa", ha avvertito il presidente cinese.
Un summit, due letture
Al di là dei convenevoli, le divergenze tra i due paesi restano ampie. Lo si capisce anche solo dalle rispettive letture del vertice, contraddistinte da omissioni che segnalano priorità differenti. Ma che al contempo lasciano alla controparte la possibilità di presentare il meeting come un successo sia all'opinione pubblica cinese sia a quella statunitense.
"Il summit ha definito un quadro di riferimento, anche se non credo si raggiungerà un consenso a breve termine”, spiega a Materia Rinnovabile Fred Gao, giornalista dell’emittente CGTN e curatore dell'autorevole newsletter Inside China. Soprattutto riguardo Taiwan, che il readout statunitense nemmeno cita. Per Gao il punto fondamentale è che Pechino ha proposto una nuova visione per le relazioni bilaterali basata sul concetto di "stabilità strategica costruttiva" in quattro livelli: stabilità positiva con la cooperazione come pilastro fondamentale, stabilità sana con competizione entro limiti appropriati, stabilità costante con divergenze gestibili, e stabilità duratura per la pace. Questo approccio, secondo l'esperto, suggerisce implicitamente un modello tra due grandi potenze di pari livello, piuttosto che un ordine gerarchico guidato da Washington. L’aggiunta deliberata del termine "costruttivo" indica che Pechino non si accontenta di una gestione passiva della crisi, ma desidera una cooperazione attiva laddove possibile, chiarisce Gao.
Le questioni commerciali al centro dell’agenda
Come da attesa, gli scambi commerciali hanno dominato l’agenda. L’intenzione era chiara anche prima della partenza dall’invito esteso alla folta schiera di amministratori delegati statunitensi, compresi Elon Musk di Tesla e Tim Cook di Apple. Nonostante la tregua tariffaria concordata in Corea del Sud a novembre, lo scorso anno le transizioni tra Stati Uniti e Cina si sono ridotte del 29%, scendendo a 415 miliardi di dollari rispetto ai 582 miliardi del 2024. Un trend che, secondo il segretario al Tesoro Scott Bessent, le due parti cercheranno di raddrizzare con la creazione di un nuovo ente commerciale congiunto per gestire l’interscambio nelle “aree non critiche e non strategiche”.
“Ci sono settori in cui gli interessi commerciali e strategici si scontrano”, spiega Gao citando “le biotecnologie, l'accesso al mercato dei servizi finanziari e le rispettive dipendenze dalle catene di approvvigionamento nel settore aerospaziale e dei veicoli elettrici”.
Il dossier più scivoloso resta proprio la competizione tecnologica. Nonostante la presenza del CEO di Nvidia Jensen Huang − imbarcato sull’Air Force One in extremis − suggerisca la volontà di dialogare, “la contesa strutturale sui semiconduttori, l'intelligenza artificiale e i controlli sulle esportazioni non accenna a diminuire”, afferma Gao. Stando alla Reuters, Washington avrebbe autorizzato la vendita dei chip per l’IA H200 di Nvidia a diverse grandi aziende tecnologiche cinesi. Ma manca l’ok di Pechino, ormai determinato a raggiungere l’autosufficienza nei comparti ritenuti strategici, dall’alta tecnologia alla sicurezza alimentare. Convinzione che potrebbe frenare l’attuazione degli accordi su soia, gas e aerei sbandierati ieri da Trump. Esattamente come il Covid-19 diede alla Cina l'alibi per non acquistare i 250 miliardi di merci e servizi statunitensi previsti dall’“accordo di fase uno”, siglato durante il primo mandato Trump.
Taiwan, Iran e le questioni militari
E poi ci sono le tensioni militari. Nello Stretto di Taiwan, che Washington annovera tra i principali alleati asiatici, ma anche nel mar Cinese meridionale, dove passano alcune delle principali rotte commerciali mondiali e che Pechino rivendica quasi interamente per sé. “Xi ha esplicitamente auspicato un migliore utilizzo dei canali di comunicazione politico-diplomatico e militare”, oltre a un'espansione della cooperazione in settori quali commercio, sanità, agricoltura, turismo, scambi interpersonali e applicazione della legge, sottolinea Gao, aggiungendo che “la ricostruzione di questi meccanismi richiede pazienza”.
L’inclusione nella delegazione di Pete Hegseth, primo segretario alla Difesa USA ad aver partecipato a una visita di stato in Cina dal 1972, lascia intendere la volontà di stabilizzare i rapporti militari. Forse anche alla luce del ritorno all’utilizzo della forza da parte di Washington: la cattura del presidente venezuelano Nicolas Maduro e l’attacco in Iran richiedono nuove rassicurazioni dagli Stati Uniti per escludere un altro cambio di regime. La prossima volta a Pechino.
Proprio il conflitto in Medio Oriente è l’altro grande innominato. Stavolta è il comunicato cinese a essere evasivo. Trump, che a marzo aveva dovuto rimandare la visita proprio a causa del conflitto, sostiene che Xi abbia promesso di non armare l’Iran e di contribuire a tenere aperto lo stretto di Hormuz. “In Cina, molti ritengono che sia nel nostro legittimo interesse mantenere i legami economici con l'Iran”, spiega a Materia Rinnovabile Zhao Minghao, docente di relazioni internazionali della Fudan University di Shanghai nonché ex vicedirettore del Centro studi presso il Dipartimento internazionale del comitato centrale del Partito comunista cinese. L'Iran non è solo un importante partner energetico per la Cina, ma anche un paese con un elevato volume di scambi commerciali bilaterali. Molte aziende cinesi sono impegnate lì in progetti infrastrutturali nell’ambito della Belt and Road Initiative.
Come ricorda l’esperto, “le azioni americane contro Caracas e Teheran sono particolarmente significative perché svolgono un ruolo cruciale nella strategia di sicurezza energetica a lungo termine della Cina. Entrambe le nazioni garantiscono un accesso diversificato alle risorse di petrolio e gas, contribuendo a ridurre la sua dipendenza da rotte di approvvigionamento più instabili o strategicamente limitate”.
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In copertina: Donald Trump e Xi Jinping, ©Kyodo/MAXPPP , Agenzia IPA
