Pragmatismo e chiarezza. Sono i cardini su cui oggi dovrebbero essere incentrati i rapporti economici fra Europa e Cina. Ma se il primo punto, almeno alla Cina, non ha mai fatto difetto, sulla chiarezza dei patti e degli intenti c’è ancora da lavorare. E bisognerebbe farlo con una certa urgenza, perché rafforzare la cooperazione con Pechino è oggi di vitale importanza per non perdere il treno dello sviluppo tecnologico, soprattutto nel settore green.
Così la pensa Corrado Clini, che sarà presente l’11 e 12 giugno a Shanghai all’Italy-China Circular Economy Forum, organizzato da Ecomondo presso l’InterContinental Shanghai Hongqiao NECC.
Per molti anni direttore generale del Ministero dell'ambiente, e poi ministro del governo Monti (2011-2013), Clini è, sin dal 2006, visiting professor presso il Dipartimento di scienze ambientali della Tsinghua di Pechino, una delle università più prestigiose della Cina. Intervenendo lo scorso 20 marzo al convegno Cina: cultura e scienza. Prospettive di collaborazione, organizzato dall’Accademia dei Lincei, ha sottolineato come oggi l’Unione Europea sia la prima partner commerciale della Cina e quanto improduttivo, o addirittura autolesionista, possa rivelarsi un approccio protezionistico e ostile alla cooperazione fra le due parti. Anche perché, soprattutto nella ricerca ambientale e tecnologica, potrebbero derivarne grandi vantaggi per entrambe, come dimostrano molti esempi nel recente passato.
Lei lavora con la Cina, nel campo delle tecnologie green, da molti anni. Come è iniziato questo percorso?
È cominciato alla fine degli anni Novanta quando, nell’ambito del Protocollo di Montreal per l'eliminazione delle sostanze chimiche pericolose per l’ozono stratosferico, avviammo una collaborazione bilaterale fra Italia e Cina, finalizzata alla riqualificazione di alcuni siti industriali cinesi che producevano tali sostanze. Nel giro di qualche mese questa collaborazione si estese a una valutazione più ampia delle possibilità di cooperazione bilaterale in campo ambientale, che portò alla firma di un accordo bilaterale nel 2000, quando era ministro dell’ambiente Willer Bordon. Il primo progetto fu il supporto a una joint venture fra una società italiana dell'ENI che si chiamava Eurosolare e il China Photovoltaic Center, il raggruppamento cinese pubblico che si avviava verso la produzione di massa di pannelli fotovoltaici. Attorno a questo progetto, organizzammo una prima conferenza internazionale sulla transizione energetica. In quel periodo ricoprivo il ruolo di Chairman della task force del G8 sulle energie rinnovabili e decisi di invitare alcuni paesi che non facevano parte del G8, come Cina, India, Brasile e Arabia Saudita, a partecipare alla task force. Anche attraverso questa collaborazione si è consolidato un rapporto che è proseguito nel corso degli anni. Fino a oggi la cooperazione bilaterale Italia-Cina ha consentito la realizzazione di oltre 250 progetti in molti settori, alcuni dei quali sono progetti iconici, molto rappresentativi della collaborazione scientifica e tecnologica.
Come il SIEEB (Sino-Italian Ecological and Energy Efficient Building) della Tsinghua University di Pechino?
Sì, quell'edificio, inaugurato nel 2006, lo abbiamo costruito insieme al Politecnico di Milano su progetto di Mario Cucinella. È pensato per essere un modello di eco-efficienza ed è tuttora considerato in Cina uno dei punti di riferimento in questo campo. È stata un'iniziativa molto originale, che ha attirato l’attenzione internazionale. Il segretario dell'energia di Obama, il premio Nobel Steven Chu, nel 2009 lo presentò a una riunione del G20 come modello di eco-efficienza da prendere in considerazione a livello globale.
Ed è rimasto il simbolo della cooperazione bilaterale fra Italia e Cina...
È uno dei simboli, 250 progetti sono tanti... Ci sono per esempio i laghi interni di Pechino, dove oggi la gente va a passeggiare o in barca: erano molto inquinati e sono stati risanati grazie alla cooperazione bilaterale. Un altro progetto iconico è stato realizzato all'Università Jiao Tong di Shanghai, dove abbiamo avviato il primo laboratorio di prove per l'efficienza dei pannelli fotovoltaici, tuttora funzionante, in un edificio che ha anche una sua identità architettonica (progettato da Marco Casamonti).
C'è stato poi un progetto molto importante sulla diversione Sud-Nord dell'acqua: il Nord della Cina, ovvero il bacino del fiume Giallo, è affetto da siccità, mentre il Sud è ricco di acqua. Il progetto, che si chiama Swimmer, ha dunque sostenuto il trasferimento dell'acqua dal Sud al Nord e soprattutto l'alimentazione di Pechino, che aveva un problema serio di scarsità idrica. Con l'Environmental Protection Bureau di Pechino abbiamo inoltre gestito la rete per il controllo della qualità dell'aria in preparazione delle Olimpiadi del 2008, e abbiamo cofinanziato il rinnovo del parco veicolare della città: 10.000 automezzi tra il 2003 e il 2008.
Nel suo recente intervento all’Accademia dei Lincei, ha ripercorso la storia degli ultimi trent’anni di rapporti economici fra Cina, Europa e USA. Sembra che siamo passati dalla cosiddetta “cooperazione competitiva” a un approccio che definirei oggi quasi sinofobico. Cosa è successo?
“Sinofobia” è probabilmente un termine deviante, e non corrisponde alla realtà. Che cosa è avvenuto? A un certo punto, come era prevedibile, la Cina è diventata una potenza tecnologica, mentre veniva percepita – non dall'industria e neanche dai grandi gruppi finanziari, ma sicuramente dalla politica, sia in Europa che negli Stati Uniti – come la grande manifattura del mondo, il posto dove si produce a basso prezzo e copiando. Una percezione assolutamente sbagliata. La mia esperienza – che avevo trasmesso alla politica italiana, e che era stata raccolta solo in parte – era che la Cina stava crescendo a livello di sviluppo tecnologico e stava investendo moltissimo nella ricerca scientifica. A un certo punto la politica statunitense si è accorta che la Cina diventava competitiva nelle tecnologie più raffinate e più evolute. E così, sostanzialmente, dalla cooperazione competitiva si è passati alla competizione senza cooperazione, con progressive limitazioni giustificate da motivi di sicurezza interna, che hanno portato a un raffreddamento progressivo delle relazioni tra Stati Uniti e Cina, e di conseguenza tra Europa e Cina. Devo dire che noi europei avevamo negoziato per circa dieci anni il Comprehensive Agreement on Investment (CAI) per avere un quadro di riferimento condiviso che consentisse gli investimenti delle imprese europee in Cina e di quelle cinesi in UE, più o meno alle stesse condizioni e nel rispetto delle regole stabilite nell'ambito dell'Organizzazione internazionale del lavoro e della WTO. Questo accordo avrebbe dovuto garantire sia lo sviluppo delle relazioni commerciali bilaterali, sia la creazione di joint venture per realizzare sinergie soprattutto nello sviluppo delle nuove tecnologie. Ma è stato molto ostacolato da parte statunitense, soprattutto durante la prima amministrazione Trump. La Commissione europea lo ha firmato alla fine del 2020, ma il Parlamento europeo nel maggio 2021 lo ha bloccato, sostenendo che l'accordo non teneva conto del mancato rispetto dei diritti umani in Cina (in particolare si parlava delle condizioni lavorative degli uiguri). Il CAI però aveva aperto la strada proprio al rispetto dei diritti dei lavoratori, sia in Cina che in Europa, e sarebbe potuto diventare un veicolo per superare anche questo nodo. Fatto è che tutto questo ha determinato un'interruzione dei rapporti e una forte incertezza nelle relazioni tra gli stati, senza però diminuire le relazioni commerciali: fra Europa e Cina gli scambi sono aumentati moltissimo.
Questo significa che ci siamo comportati da ipocriti?
Più che ipocriti, abbiamo utilizzato solo una parte delle potenzialità dei rapporti fra Europa e Cina, e non abbiano sfruttato quella che oggi sarebbe più significativa e che consentirebbe sinergie nello sviluppo comune di tecnologie e soluzioni avanzate, per esempio nel campo energetico o della protezione della natura. A questo proposito, la riunione che si è tenuta a Roma il 19 e 20 marzo all'Accademia dei Lincei, dedicata alle relazioni tra Italia e Cina in campo culturale e scientifico, ha messo in evidenza una importante disponibilità delle istituzioni scientifiche italiane alla collaborazione con quelle cinesi, e ha fatto emergere molte collaborazioni in corso su temi significativi per il futuro del pianeta e dell'economia. Siamo quindi in questa situazione: da un lato abbiamo una conflittualità guidata soprattutto dagli Stati Uniti nel rapporto con la Cina; dall'altro una vivace collaborazione tra Europa e Cina, con numeri imponenti dal punto di vista degli scambi commerciali [845 miliardi di euro nel 2024, ndr] e numeri crescenti nelle collaborazioni scientifiche e tecnologiche. I più importanti paesi europei hanno sottoscritto con la Cina dei partenariati strategici globali: l'Italia lo aveva firmato nel 2004 e lo ha confermato nel 2024 con la visita a Pechino della premier Meloni. Sono accordi che consentono di sviluppare, in un quadro molto trasparente, molte relazioni e collaborazioni. La situazione internazionale suggerisce di coltivarli, soprattutto per non perdere il treno dello sviluppo tecnologico. Mario Draghi, nel suo rapporto sull'Unione Europea, lo ha detto chiaramente: è inutile che l'Europa si metta in competizione con la Cina a fare le cose che i cinesi hanno già fatto. Piuttosto utilizziamo quello che hanno fatto per sostenere la transizione ecologica ed energetica in Europa, e collaboriamo con la Cina per lo sviluppo di soluzioni avanzate nelle quali l'Europa sia partner. Il problema è che oggi l'Europa è un importatore netto di tecnologie e soluzioni dalla Cina, mentre i partenariati faticano a svilupparsi.
A proposito di ricerca avanzata, nel nuovo piano quinquennale cinese c'è una fortissima spinta verso le tecnologie più avanzate – quantum computing, intelligenza artificiale, clean-tech – con investimenti che cresceranno del 7% ogni anno. Molto presto vedremo il sorpasso della Cina sugli USA, che invece hanno smesso di investire. Cosa significherà questo?
Sicuramente c’è una fuga dei cervelli già in corso: la Cina oggi è molto più attrattiva rispetto agli Stati Uniti, e ci sono ricercatori e professori universitari delle università statunitensi che si trasferiscono in Cina, perché là trovano opportunità che gli Stati Uniti non offrono più, tra tagli alla ricerca e pregiudizi nei confronti di alcune grandi università. Questa situazione dovrebbe essere colta anche dall'Europa, che potrebbe diventare a sua volta attrattiva per i ricercatori che escono dall'ambiente statunitense. Allo stesso tempo, suggerisce all'UE di stabilire con la Cina rapporti di cooperazione scientifica che consentano di valorizzare il salto tecnologico cinese diventandone partner. Questo significa orientare i finanziamenti europei nella ricerca in maniera più efficace verso obiettivi prioritari. Draghi ricorda che investiamo molti soldi, ma questi finanziamenti vengono frammentati e dispersi perché ognuno dei 27 paesi chiede la sua fetta. Dobbiamo invece fare in modo che i progetti europei abbiano una dimensione all'altezza delle capacità che a livello europeo abbiamo, sia dal punto di vista finanziario che scientifico.
Per esempio, su quali settori dovremmo puntare? Draghi diceva di non fare le cose che i cinesi hanno già fatto bene, come il fotovoltaico, gli EV... Quindi dove andiamo a inserirci?
Ma queste, in realtà, sono tecnologie in transizione. Il fotovoltaico avanzato oggi ha un'efficienza del 30%: significa che anche con la tecnologia più avanzata, solo il 30% della luce solare viene valorizzato. Dobbiamo quindi lavorare sui materiali per ottenere una capacità di conversione dell'energia solare più alta, e questa è una linea di ricerca in corso che sarebbe bene portare avanti insieme, andando oltre il silicio, che è la materia base per la produzione dei pannelli fotovoltaici. La ricerca sui materiali richiede tecnologie sofisticate e avanzate, e ad esempio l'accordo stipulato l'anno scorso fra il sincrotrone di Shanghai e il sincrotrone di Trieste potrebbe essere il punto di partenza per un lavoro comune. Abbiamo poi uno spazio enorme su cui lavorare che riguarda la protezione della natura e della biodiversità. Tra il 26 e il 28 marzo si è tenuta a Napoli la terza conferenza italo-cinese sulla biodiversità: è un terreno molto importante dal punto di vista scientifico, ma anche economico, perché proteggere la biodiversità significa sviluppare tecniche colturali nuove che superino l'uso dei fertilizzanti chimici, valorizzare le risorse naturali senza sfruttarle, garantire la sicurezza alimentare e mantenere in equilibrio il ciclo del carbonio, dal quale dipende in parte il futuro del pianeta. Ci sono molte competenze in Italia e in Europa, e molte in Cina, e condividiamo lo stesso grande problema di adattamento ai cambiamenti climatici, che sta diventando un'urgenza concreta. Gli effetti degli eventi estremi si stanno moltiplicando (inondazioni, alluvioni, siccità prolungate, incendi) e i danni crescono sia per l'economia europea sia per quella cinese. Questi problemi richiedono soluzioni soprattutto nelle aree urbane, dove oggi vive il 50% della popolazione mondiale, con previsioni che indicano un aumento fino al 75%. Se continuiamo a costruire le città come le abbiamo costruite fino a oggi, gli eventi climatici estremi ci metteranno nei guai: stiamo creando suolo impermeabilizzato, con effetti pericolosi sulla capacità di assorbimento delle grandi piogge e sulla perdita di matrice organica del terreno, fondamentale per gli equilibri naturali. La Cina ha lanciato già qualche anno fa il progetto Sponge Cities, finalizzato da un lato a ridurre l'impatto delle grandi piogge e delle alluvioni, dall'altro a creare meccanismi naturali per ridurre l'inquinamento nelle aree urbane. I valori in termini di investimento per queste azioni sono paragonabili a quelli necessari nel settore dell'energia: è un grande tema, sul quale c'è ancora moltissimo da fare.
Un’ultima domanda: che consiglio darebbe ai decisori politici europei rispetto al rapporto con la Cina oggi?
Direi di costruire un'agenda molto concreta e molto trasparente, nella quale si mettano in evidenza sia le aree per la possibile cooperazione, sia quelle che devono essere trattate con più prudenza per ragioni di sicurezza. Ma questo ragionamento va fatto in maniera esplicita: altrimenti rimangono gli equivoci, con affermazioni molto aperte per la collaborazione da un lato, e pratiche che la ostacolano dall'altro.
In copertina: Corrado Clini fotografato da Francesco Mollo, Agenzia IPA
