Tradurre le emissioni di CO₂ in un valore economico e sociale per aiutare imprese e istituzioni a prendere decisioni più consapevoli sulla transizione. Questo è l’obiettivo del modello di Social Cost of Carbon (SCC) sviluppato da E.ON Italia insieme al Politecnico di Milano, presentato al campus Bovisa durante la conferenza “Dalla CO₂ al valore sociale: come cambia la misurazione dell’impatto energetico”. La domanda è non solo quanto costa emettere CO₂, ma quali effetti producono le emissioni - e la loro riduzione - su territori, salute, benessere ed equità sociale.
Il modello individua un valore compreso tra 236 e 307 euro per tonnellata di CO₂. La soglia più bassa considera impatti già consolidati, come quelli sulla salute; quella più alta include anche elementi più difficili da monetizzare, come biodiversità, servizi ecosistemici e qualità della vita. Non si tratta di un prezzo di mercato e non sostituisce gli strumenti di rendicontazione climatica, ma di una misura del costo generato per la collettività nel corso del tempo.
“Il Social Cost of Carbon fornisce concretezza al valore della decarbonizzazione e apre un ponte verso una lettura più ampia degli impatti sociali, economici e territoriali”, ha spiegato Marco Grassi, Social Value & Decarbonisation Manager di E.ON Italia. Il modello nasce infatti dal concetto di “esternalità”, ovvero quei costi che oggi il mercato non incorpora pienamente nei prezzi e che spesso vengono scaricati sulle generazioni future. “Il SCC non è un valore che finisce direttamente nel conto economico delle aziende, ma uno strumento per rendere visibili impatti che si fatica ancora a riconoscere. Il contesto è quello della tripla transizione: energetica, digitale e sociale e nessuna delle tre deve rimanere indietro”.
La sostenibilità oltre il “green”
La riflessione si inserisce in un momento di ripensamento più ampio del concetto stesso di sostenibilità. “Negli ultimi anni abbiamo assistito prima a una fase di hype e sovraesposizione di questo tema, poi a un backlash che ha rimesso in discussione strumenti, investimenti e priorità», ha osservato Mario Calderini, professore di Management for Sustainability and Impact alla School of Management del Politecnico di Milano. Tra le cause principali di questa crisi, “la sovraccentuazione della dimensione green rispetto a quella sociale”. Una dimensione fondamentale non solo sul piano etico, ma anche per costruire il consenso dei cittadini europei.
“I lavoratori dell'automotive che hanno visto messa in discussione la loro occupazione in nome della transizione elettrica sono l’esempio più visibile di questa mancanza”. Secondo Calderini, la sostenibilità deve tornare a essere un valore strategico d’impresa, “il nuovo blue ocean, un nuovo modo di creare valore”, e va praticata anche “con un po’ di radicalità, prendendo decisioni coraggiose, quelle che a volte mettono a rischio la profittabilità nel breve periodo”.
L’affordability e il “trilemma energetico”
Per il settore energetico un nodo centrale è quello dell’affordability, cioè dell’accessibilità economica dell’energia da parte di famiglie e imprese, apparentemente in contrasto con la sostenibilità. “Il vero nodo è trovare una risposta strutturale al trilemma energetico: affordability, sicurezza delle forniture e sostenibilità, senza vederli come obiettivi in conflitto”, ha detto Luca Conti, CEO di E.ON Italia.
In quest’ottica “il governo che interviene con il decreto bollette fa la cosa giusta, ma è come prendere una medicina per abbassare la febbre: se ci si ammala regolarmente, bisogna chiedersi cosa genera il malessere”. Da qui l’importanza di investire in energie rinnovabili, sistemi di accumulo e digitalizzazione, evitando però approcci “dogmatici” alla transizione. “Quando una soluzione viene percepita come l’unica possibile, rischia di diventare respinta dalla società”.
La misurazione non è neutrale, è “politica”
Se per anni la sostenibilità è stata raccontata come somma di indicatori quantitativi e separati, come tonnellate di CO₂ evitate, impianti installati ed energia prodotta, oggi questo non basta più: va letta come sistema integrato, spostando l’attenzione dagli output agli outcome, ovvero alle conseguenze concrete per territori, salute, economia e comunità. Con una consapevolezza, però: “La misurazione non è mai neutra: ciò che scegliamo di misurare diventa visibile, prioritario e gestibile nei processi decisionali”, ha avvertito Irene Bengo, professoressa di Global Sustainability and Impact alla School of Management del Politecnico di Milano.
Dietro ogni metrica, ha aggiunto, ci sono scelte intenzionali, che hanno un valore politico: “Per esempio, nel definire il modello del Social Cost of Carbon abbiamo deciso di utilizzare un tasso di sconto basso, cioè di non scaricare alcuni costi sulle generazioni future. È una scelta di equità intergenerazionale, una scelta tecnica e insieme etica”.
Il tema, dunque, non riguarda soltanto la costruzione di una formula matematica, ma il modo in cui si definiscono priorità e responsabilità nella transizione energetica.
Il mercato sbaglia? No, ma non vede tutto
Uno dei temi più discussi riguarda la distanza tra il valore attribuito dal mercato alla CO₂ e quello stimato dal Social Cost of Carbon. Oggi nel sistema europeo ETS il prezzo si aggira attorno ai 70 euro per tonnellata, molto meno rispetto alla forchetta individuata dal modello di E.ON Italia e Polimi.
Una distanza che non è necessariamente una “distorsione”, ma il segnale di una differenza di prospettiva: “Il mercato non considera ancora pienamente la dimensione sociale, perché riflette dinamiche di breve periodo, mentre il costo sociale incorpora anche effetti di lungo periodo, impatti non monetizzati e dimensioni intergenerazionali”, ha riflettuto Valentina Langella, presidente di Social Value Italia, realtà che da oltre dieci anni promuove la cultura e gli strumenti di misurazione di impatto come il Social Cost of Carbon, favorendo un confronto tra attori diversi che ne permetta l’uso condiviso. “Le misurazioni diventano scalabili e applicabili se c’è condivisione tra attori diversi con un obiettivo comune”.
Quanto “vale” davvero la CO₂ evitata
Per le aziende coinvolte il punto centrale è trasformare la sostenibilità da esercizio di reporting a leva strategica, come ha evidenziato Marco Stazi, Energy Manager di Siemens Italia, definendo il modello SCC “l’anello che mancava” nei processi decisionali aziendali. “Attribuire un valore economico alla CO₂ attraverso il Social Cost of Carbon significa rendere misurabili impatti oggi invisibili. Il modello presentato aggiunge però la capacità di valorizzare questi impatti e integrarli nei processi per definire strategie più consapevoli e responsabili nel medio-lungo periodo”.
A chiudere il confronto, una riflessione sul futuro e sull’urgenza di agire, espressa da Davide Chiaroni, Professore di Strategy & Marketing e Circular Economy Business Models al Politecnico di Milano. “Dieci anni fa la CO₂ non aveva praticamente un valore economico. Oggi il mercato le attribuisce circa 70 euro a tonnellata perché abbiamo imparato a misurarla”. La stessa evoluzione dovrà avvenire anche per il valore sociale della decarbonizzazione: la domanda aperta è se il sistema economico riuscirà a farlo abbastanza rapidamente, in un contesto in cui la crisi climatica e le sue ricadute sociali sono già una realtà concreta.
In copertina: foto E.ON
