Tre mesi dopo lo scontro politico che aveva investito l’EU ETS − con il Decreto energia italiano, la lettera dei centocinquanta scienziati e la richiesta di sospensione portata a Bruxelles dal ministro Urso − il sistema europeo di scambio delle quote di emissione torna al centro della scena. Ma il contesto è cambiato. La guerra in Iran, il blocco dello Stretto di Hormuz e la clausola di forza maggiore invocata dal Qatar sui contratti GNL hanno riaperto la questione della dipendenza energetica europea, facendo impennare i prezzi del gas da una media di 30 euro al MWh a febbraio fino a 50 euro al MWh a metà marzo.
È in questo scenario che oggi, 5 maggio, il Fondo monetario internazionale è intervenuto con una posizione netta. Nel suo outlook sull’Unione Europea e il caro energia, il FMI ha definito la recente volatilità dei prezzi nei mercati energetici un promemoria del fatto che la dipendenza dell’Europa rimane una vulnerabilità chiave, e ha avvertito che rinunciare all’ETS minaccerebbe i progressi compiuti verso l’utilizzo delle energie rinnovabili. Un’indicazione esplicita: non è il momento di smantellare il segnale di prezzo del carbonio, ma di completare il mercato unico dell'energia.
Nello stesso giorno, la Commissione europea ha mostrato l’altra faccia della medaglia. La DG Clima ha illustrato al Comitato europeo per i cambiamenti climatici un documento che anticipa una revisione dei benchmark utilizzati per calcolare le emissioni di CO₂ delle imprese ai fini delle quote ETS. La proposta dovrebbe andare in consultazione a breve per essere adottata a inizio giugno. La revisione è relativa al periodo 2026-2030 e punta a concedere nuove quote gratuite alle imprese gravate dai costi dell’energia, per un valore complessivo stimato in 4 miliardi di euro.
Il meccanismo prevede di tenere conto delle emissioni dirette delle imprese per la produzione, introducendo un elemento di flessibilità per le emissioni connesse alla tipologia di generazione dell’energia elettrica consumata. L’impatto varia fortemente per settore: pochi punti percentuali di riduzione dei costi per l’industria dei metalli non ferrosi, 20-30% per vetro e ceramica, fino a picchi del 45% per la lavorazione del ferro e dell’acciaio.
Non è la sospensione dell’ETS chiesta dall’Italia, ma è il segnale che le pressioni dell’industria energivora europea hanno trovato ascolto a Bruxelles. Lo step era stato annunciato a metà marzo dalla presidente von der Leyen in una lettera al Consiglio europeo, nella quale aveva scritto di voler accelerare il lavoro sulla prossima revisione dell’ETS e definire una traiettoria di decarbonizzazione più realistica oltre il 2030.
Sempre il 5 maggio, la Commissione ha approvato ai sensi delle norme sugli aiuti di stato i regimi di compensazione per i costi indiretti dell’ETS presentati da Austria e Spagna. Per Vienna, si tratta di un regime da 900 milioni di euro che coprirà i costi sostenuti tra il 2025 e il 2029, con un rimborso fino al 75% dei costi indiretti delle emissioni per le imprese di settori ad alta intensità energetica ed esposti al commercio internazionale: siderurgia, alluminio, cartario, chimica. Per poter beneficiare dell’indennizzo, le aziende dovranno dimostrare di investire almeno l’80% dell’aiuto ricevuto in misure di efficienza energetica o decarbonizzazione.
Per la Spagna, la Commissione ha autorizzato una modifica al regime esistente, estendendo l’ammissibilità a nuovi settori a rischio di delocalizzazione e aumentando l’intensità massima dell’aiuto dal 75% all’80% dei costi indiretti, all’interno di un budget invariato di 8,51 miliardi di euro. Entrambe le misure mirano a ridurre il rischio di carbon leakage − la delocalizzazione verso paesi con politiche climatiche meno stringenti − mantenendo però il vincolo di reinvestimento nella transizione.
La coincidenza temporale non è casuale. Nello stesso giorno in cui FMI e Commissione si muovono sull’ETS, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni è a Baku per negoziare nuove forniture di gas dall’Azerbaigian, nel tentativo di colmare il vuoto lasciato dalla crisi del Golfo. Ma, secondo l’ultima analisi del think tank ECCO, la risposta non sta in nuovi contratti di approvvigionamento fossile. I dati Terna aggiornati a marzo 2026 ci dicono che in Italia ci sono 11,6 GW di solare ed eolico con contratto di connessione già stipulato, autorizzati e pronti ad avviare i lavori, equivalenti a circa 2,9 miliardi di metri cubi all’anno di gas evitato: più del doppio degli 1,2 miliardi di metri cubi all’anno aggiuntivi che il TAP può erogare. Come scrive ECCO, “la sicurezza dai prezzi si costruisce uscendo dal gas, non aggiungendo contratti su di esso”. La partita resta aperta: la revisione formale dell’ETS è attesa per l’estate 2026, e il punto di equilibrio tra protezione dell’industria e credibilità del segnale di prezzo del carbonio è tutt’altro che trovato.
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