Trecento chilometri a monte della diga che non c’è più, alla periferia di Zaporizhzhia, il biologo Vadym Maniuk cammina su un terreno secco e scricchiolante. Sotto i suoi piedi, milioni di conchiglie di cozze d’acqua dolce ricoprono quello che fino al 6 giugno 2023 era il fondale del bacino di Kakhovka. “Qui c’erano quattro metri d’acqua”, dice. “Miliardi di organismi viventi sono stati uccisi all’improvviso, in pochi giorni, quando il bacino si è svuotato.” Più a sud, nella regione di Kherson, il procuratore Vladislav Ignatenko coordina centinaia di investigatori ecologici che piantano bandierine rosse nel terreno, raccolgono campioni di terra, li sigillano in sacchetti di plastica con il logo della polizia ucraina. “Il prossimo punto è qui, in questo distretto di Kherson”, dice indicando la mappa. “Io lì non ci vado, è troppo pericoloso”, risponde un membro della sua squadra. La città è sotto bombardamento russo costante da quando l’Ucraina l’ha riconquistata nel novembre 2022.
È in questo paesaggio, tra fondali fossili e zone di guerra, che si sta scrivendo un capitolo inedito del diritto internazionale. L’Ucraina è il primo paese al mondo a portare in tribunale l’accusa di ecocidio commesso in tempo di guerra. Ma a quattro anni dall’invasione su larga scala, la distanza tra l’ambizione giuridica e la realtà probatoria si rivela più ampia di quanto il racconto mediatico lasci intendere.
Il conto dei danni: 145 miliardi di dollari
Come raccontato da Materia Rinnovabile, l’Ucraina ha presentato alla comunità internazionale una richiesta di 43 miliardi di dollari per i soli danni climatici causati dalla guerra: la prima richiesta di riparazioni climatiche legate a un conflitto armato nella storia, basata sul rapporto Climate Damage Caused by Russia’s War in Ukraine - 36 months, che calcola 294 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente generati dal conflitto, più delle emissioni annuali di 175 paesi.
Ma quel dato è solo una frazione del quadro complessivo. A gennaio 2026, il Ministero dell’economia, ambiente e agricoltura di Kiev ha completato un database di 10.668 crimini ecologici, portando la stima totale dei danni ambientali a 6.400 miliardi di grivnie ucraine, circa 145,6 miliardi di dollari. Secondo l’Ispettorato ambientale di stato, il conto si articola così: 1.320 miliardi di grivnie per contaminazione del suolo, 962 miliardi per incendi forestali, quasi 178 miliardi per inquinamento delle acque. Tre milioni di ettari di foreste sono stati danneggiati e il 20% del patrimonio forestale nazionale è sotto occupazione. Oltre 800 siti protetti − il 20% dell’intera rete di conservazione ucraina − sono stati colpiti. Più di 75.000 animali sono morti e oltre 80 specie sono a rischio di estinzione.
“Documentiamo ogni fatto di ecocidio per garantire l’inevitabilità della responsabilità dell’aggressore e il ripristino delle risorse naturali del nostro stato”, ha dichiarato l’Ispettorato ambientale di stato ucraino.
Due soli casi con prove complete
Davanti ai tribunali, però, la realtà è molto più selettiva. Dei 14 procedimenti classificati come ecocidio dalla Procura generale, solo due dispongono di un corpo di prove completo e sono attualmente in fase dibattimentale: il bombardamento sistematico dell’Istituto di fisica e tecnologia di Kharkiv, sede dell’installazione nucleare subcritica “Neutron Source”, colpita 74 volte tra marzo e settembre 2022; e la distruzione deliberata della diga di Oskil, fatta saltare dalle truppe russe in ritirata nel settembre dello stesso anno per impedire l’avanzata ucraina. L’indagine sulla distruzione della diga di Kakhovka − la catastrofe ecologica più devastante del conflitto − è ancora in corso.
Il problema è strutturale. Come emerge da un’inchiesta dell’Institute for War and Peace Reporting (IWPR) pubblicata a marzo 2026, nel diritto ucraino l’ecocidio è un reato penale autonomo ai sensi dell’articolo 441 del Codice penale, ma non è classificato separatamente come crimine di guerra. La soglia probatoria è alta: occorre dimostrare che le azioni “possono causare una catastrofe ambientale”, il che esclude molti danni pur gravissimi.
L’inquinamento massiccio del fiume Seim nell’agosto 2024, causato da scarichi dal villaggio russo di Tyotkino e responsabile di una moria di pesci su scala regionale − incluse specie inserite nella lista rossa ucraina, con danni stimati in 1,4 miliardi di dollari − è stato classificato come danno ambientale, non come ecocidio. Lo stesso vale per i bombardamenti di depositi petroliferi, gli incendi forestali nelle zone di combattimento, il colpo di drone che il giorno di Natale 2025 ha rilasciato quasi otto tonnellate di inquinanti nell’atmosfera di Chernihiv.
“Siamo pionieri e non esiste precedente nel sistema internazionale”, ha dichiarato Maksym Popov, consigliere speciale per i crimini ambientali del Procuratore generale. “Non puntiamo a un processo nel breve o medio termine; ora si tratta di accumulare prove.” A dicembre 2025, 35 paesi e l’Unione Europea hanno firmato all’Aia la Convenzione del Consiglio d’Europa che istituisce una Commissione internazionale per i risarcimenti. Il meccanismo − costruito sul Registro dei danni già operativo dal 2023 e con oltre 86.000 richieste ricevute − è un passaggio storico: per la prima volta, un sistema di compensazione per danni di guerra include esplicitamente la dimensione ambientale. Il Consiglio d’Europa ha avviato il comitato preparatorio a febbraio 2026, e la Convenzione entrerà in vigore dopo 25 ratifiche.
Ma c’è un paradosso che la dice lunga sulle priorità: al 1° marzo 2026, la categoria per i danni ambientali non era ancora aperta nel registro. Il meccanismo esiste, ma l’ambiente resta in lista d’attesa.
Il greenwashing bellico del parco nazionale fantasma
Ma la Russia non si limita a distruggere. In una mossa che ha pochi precedenti nella storia dei conflitti, riscrive la geografia della conservazione a proprio vantaggio.
A gennaio 2026, il governo di Mosca ha istituito un parco nazionale di 16.700 ettari nei territori occupati della regione di Zaporizhzhia. I suoi confini coincidono esattamente con quelli del Parco nazionale ucraino di Velykyi Luh, il “Grande Prato”, un paesaggio che per gli ucraini è molto più di un’area protetta. Velykyi Luh era la terra dei cosacchi zaporoghi, il luogo della Sich, la culla dello stato ucraino. Il paesaggio originario − un labirinto di isole fluviali, foreste alluvionali, bracci del Dnipro − fu sommerso negli anni Cinquanta dalla costruzione del bacino di Kakhovka, e 37.000 abitanti di 90 villaggi furono deportati.
Per 70 anni Velykyi Luh è rimasto sepolto sott’acqua. Poi, il 6 giugno 2023, la distruzione della diga di Kakhovka da parte delle forze russe ha svuotato il bacino in poche settimane. Ed è successo qualcosa di inatteso: l’ecosistema ha cominciato a rigenerarsi. Le isole sono riapparse, la vegetazione è tornata, i tracciati dei cosacchi sono riemersi. Per i biologi ucraini, in particolare quelli dell’Ukrainian Nature Conservation Group, era un’opportunità straordinaria: ripristinare in oltre 200.000 ettari l’ecosistema più diversificato del paese, compensando almeno in parte le perdite di biodiversità della guerra.
La risposta russa è stata creare un parco nazionale russo sullo stesso identico territorio, un territorio che è zona di combattimento attivo. La logica, documentata dal gruppo di ricerca UWEC (Ukraine War Environmental Consequences Work Group), è duplice: da un lato, legittimare il controllo russo sui territori occupati agli occhi della comunità internazionale; dall’altro, costruire uno scudo propagandistico. Se le zone di conservazione ottengono riconoscimento, qualsiasi tentativo ucraino di liberarle militarmente potrebbe essere presentato come un crimine contro la natura.
Come la Russia strumentalizza la centrale di Zaporizhzhia
Non è un’ipotesi teorica: nel corso del 2025, Mosca ha accusato ripetutamente l’Ucraina di attaccare la centrale nucleare di Zaporizhzhia, ma un’indagine di Greenpeace Ucraina non ha trovato prove a supporto di tali accuse. Al contrario, è la Russia a trasformare sistematicamente le infrastrutture civili in asset militari.
È il caso, appunto, della centrale nucleare di Zaporizhzhia, la più grande d’Europa, con una capacità di 6.000 megawatt, paragonabile all’intero parco nucleare di paesi come la Slovacchia o l’Ungheria. Occupata militarmente dal marzo 2022, con i suoi sei reattori spenti, è diventata il caso più estremo di strumentalizzazione ambientale del conflitto. Secondo le analisi satellitari commissionate da Greenpeace Ucraina a McKenzie Intelligence Services tra il 2024 e il febbraio 2026, la centrale somiglia ormai a una base militare: il bacino di raffreddamento si è ridotto di 100.000 metri quadri, bunker rinforzati sono stati costruiti lungo le sponde, fortificazioni e reti anti-drone circondano il perimetro. A dicembre 2024, le immagini satellitari avevano rivelato postazioni di lanciarazzi multipli BM-30 Smerch e BM-27 Uragan nelle immediate vicinanze dell’impianto.
“La militarizzazione della centrale di Zaporizhzhia è al suo quarto anno e diventa sempre più sistematica. La costruzione di bunker, trincee, fortificazioni anti-drone e l’interferenza con il sistema di raffreddamento sono segni chiari dello sforzo russo per mantenere il controllo militare a lungo termine su un impianto nucleare”, ha dichiarato Jan Vande Putte, esperto nucleare di Greenpeace Ucraina.
Al World Atomic Forum del settembre 2025, Putin ha affermato che “garantire la sicurezza nucleare è una priorità assoluta” per la Russia. Nello stesso periodo, Rosatom confermava i piani per rendere operativa la centrale e collegarla alla rete elettrica russa. La popolazione di Enerhodar, la città satellite della centrale, è crollata da 50.000 a circa 10.000 abitanti. L’organizzazione Truth Hounds ha documentato 226 casi di detenzione illegale tra residenti e lavoratori dell’impianto.
Non è neppure il solo caso di repressione legata all’ambiente nei territori controllati da Mosca. A gennaio 2026, lo scienziato russo Alexei Dudarev è stato arrestato con l’accusa di tradimento, probabilmente per aver partecipato alla stesura di un rapporto sull’Artico nell’ambito dell’Arctic Monitoring and Assessment Program. In Crimea, nel settembre 2025, il biologo marino ucraino Leonid Pshenichnov era stato arrestato dalle autorità di occupazione. Per Mosca, la ricerca ambientale è diventata un terreno di sicurezza nazionale.
Il quinto crimine che ancora non esiste
La partita ucraina si gioca su un doppio binario. Sul piano nazionale, i processi procedono, anche se lentamente, con prove raccolte sotto le bombe, laboratori ucraini insufficienti e la necessità di coinvolgere strutture estere per le analisi. Sul piano internazionale, l’obiettivo resta l’inserimento dell’ecocidio come quinto crimine nello Statuto di Roma della Corte penale internazionale, accanto a genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra e aggressione. Nel febbraio 2024, il procuratore della CPI Karim Khan ha lanciato una consultazione pubblica per una nuova politica sui crimini ambientali; un segnale importante, ma ancora lontano da una modifica dello Statuto.
La strategia ucraina è quella che potremmo chiamare “il metodo Lemkin”: creare prima la realtà giuridica attraverso la prassi nazionale, poi la norma internazionale. Esattamente come fece il giurista polacco Raphael Lemkin con il genocidio: prima il concetto, poi la Convenzione del 1948.
Ma il giurista Yakovliev, intervistato dall’IWPR, aggiunge una considerazione decisiva: la difficoltà di provare l’ecocidio non cambia il fatto che l’aggressione è illegale e che le sue conseguenze devono essere risarcite. “Il problema oggi non è solo la distruzione delle foreste, ma dell’intero ecosistema. È un problema grave che la Russia conduca una guerra che distrugge ogni forma di vita sul suo cammino.”
Come ha scritto il Procuratore generale ucraino Andriy Kostin sulla rivista dell’International Bar Association: “Gli ucraini sanno bene che ogni crimine di guerra ha un nome, e noi conosciamo i nomi di chi semina morte sulle nostre città e devasta le nostre foreste, i nostri fiumi e i nostri prati. Conosciamo anche il loro indirizzo: 103132, Mosca, Russia. Il Cremlino”.
Ma il tempo lavora contro le prove: i suoli si trasformano, le acque diluiscono gli inquinanti, le foreste bruciate diventano terreno per specie invasive che cancelleranno l'ecosistema originario. Cento anni per sminare, secondo Greenpeace Ucraina. Due o tre generazioni di alberi pionieri prima che le foreste tornino a somigliare a foreste. La natura non aspetta i tribunali.
In copertina: un vigile del fuoco sul luogo di un incendio divampato a seguito di un attacco missilistico russo a Vasyshcheve, nella regione di Kharkiv, in Ucraina, il 30 luglio 2025. Foto di Viacheslav Madiievskyi/Ukrinform, Agenzia IPA
