Si è conclusa il 29 marzo, a Campo Grande, in Brasile, la quindicesima Conferenza delle parti della Convenzione sulle specie migratorie (CMS). Una settimana intensa di negoziati, con un obiettivo chiaro: rispondere a una crisi che si fa ogni anno più urgente. I dati, del resto, parlano da soli: il 49% delle specie protette dalla Convenzione è in declino e quasi una su quattro (24%) rischia l’estinzione.
Sul tavolo, oltre cento punti all’ordine del giorno. Dalle profondità degli oceani, con il tema sempre più discusso del deep-sea mining, fino al declino degli insetti, passando per la tutela degli habitat e delle rotte migratorie. Tra i segnali positivi che emergono dalla Conferenza troviamo l’aggiornamento delle Appendici della Convenzione, che si arricchiscono di 40 nuove specie.
La crisi delle specie migratorie
Conosciuta anche come Convenzione di Bonn, dal nome della città tedesca dove fu firmata nel 1979, la COP ha l’obiettivo di proteggere le specie migratorie in tutti i loro areali di distribuzione, a riprova di come la natura non conosca confini. A oggi conta 133 stati membri e si articola in due appendici. L'Appendice I tutela le specie in pericolo su tutto o gran parte del loro areale: gli stati membri sono tenuti a proteggerle rigorosamente, vietandone l'uccisione, la cattura o il disturbo, conservando e ripristinando gli habitat e rimuovendo o mitigando le barriere di ostacolo alla loro migrazione. L'Appendice II riguarda invece le specie con uno stato di conservazione sfavorevole che necessitano e che beneficerebbero di cooperazione internazionale. In questi casi, i paesi possono collaborare attraverso accordi per coordinare la gestione, condividere dati, implementare piani d'azione congiunti e proteggere gli habitat lungo le rotte migratorie.
Che solchino i mari, risalgano i fiumi, attraversino continenti o percorrano rotte aeree seguendo stagioni e venti, le specie migratorie sembrano accomunate da un destino sempre più incerto. I dati raccontano uno scenario che non lascia spazio all'ottimismo. A inizio marzo, un aggiornamento intermedio del rapporto State of the World's Migratory Species del 2024 ha evidenziato come il 49% delle popolazioni protette dalla Convenzione sia in declino, con ben cinque punti percentuali in più rispetto a soli due anni fa. In crescita anche le specie a rischio estinzione, passate dal 22 al 24%.
A fare da campanello d'allarme è anche il Global Assessment of Migratory Freshwater Fishes, pubblicato durante la COP15, che accende i riflettori sui pesci che migrano lungo i fiumi, arterie della terra che attraversano spesso più stati. L'analisi individua 325 specie che necessitano di un intervento coordinato a livello internazionale: il loro declino, causato da vari fattori, tra cui pesca eccessiva, inquinamento e crisi climatica, mette a rischio interi ecosistemi, il settore ittico e i mezzi di sussistenza di centinaia di milioni di persone.
“Molte delle più grandi migrazioni della fauna selvatica avvengono sott'acqua”, ha commentato il dottor Zeb Hogan, primo autore del rapporto. “Questa valutazione dimostra che i pesci migratori d'acqua dolce sono in seria difficoltà e che proteggerli richiederà la collaborazione tra i paesi per mantenere i fiumi connessi, produttivi e ricchi di vita.”
Quali risultati ha ottenuto la COP15
Un'agenda fitta, con oltre cento punti sul tavolo. I lavori della COP15 hanno spaziato dall'universo marino − con discussioni sugli impatti del deep-sea mining, il problema del bycatch e la protezione di cetacei, tartarughe, squali e razze − fino ai piani specifici per la tutela degli uccelli migratori, declinati per regioni geografiche. Spazio anche alle aree di conservazione transfrontaliere, alla connettività ecologica, al declino degli insetti e, inevitabilmente, agli impatti della crisi climatica.
“Le decisioni prese per rafforzare la connettività ecologica e salvaguardare le rotte migratorie rappresentano passi fondamentali per le persone e per la natura”, ha commentato in una nota stampa Colmán Ó Críodáin, responsabile delle politiche sulla fauna selvatica del WWF. “Gli accordi sui ‘corridoi blu’ per le tartarughe e le ‘rotte migratorie’ (flyways) per gli uccelli favoriscono il recupero delle specie, preservando al contempo gli ecosistemi essenziali per il sostentamento delle comunità locali. Eppure, con soli quattro anni rimasti per portare a termine la missione globale di arrestare e invertire la perdita di biodiversità entro il 2030, non c'è spazio per l'autocompiacimento. I progressi verso gli obiettivi globali per la natura saranno valutati nel corso di quest'anno, e le indicazioni attuali suggeriscono che i paesi non sono sulla buona strada.”
Tra i risultati più importanti della conferenza c’è l’aggiunta di ulteriori 40 specie, o popolazioni di specie, nelle Appendici I o II della Convenzione, che contano ora oltre 1.200 specie. Tra queste troviamo la lontra gigante (Pteronura brasiliensis), un mammifero sudamericano che fa parte della famiglia dei mustelidi, il gufo delle nevi (Bubo scandiacus), la iena striata (Hyaena hyaena) e lo squalo martello maggiore (Sphyrna mokarran). “Siamo arrivati a Campo Grande sapendo che metà delle popolazioni di specie protette da questo trattato sono in declino. Ne ripartiamo con protezioni più solide e piani più ambiziosi, ma le specie non possono aspettare il nostro prossimo incontro. L'attuazione deve iniziare domani”, ha commentato a conclusione della Conferenza la segretaria esecutiva del CSM, Amy Fraenkel. “Il nostro dovere ora è colmare la distanza tra ciò che abbiamo concordato e ciò che accade concretamente per questi animali.”
In copertina: immagine Envato
