
“Il messaggio principale di questa prima edizione della scheda di valutazione è che nessuna delle 18 aziende esaminate è attualmente ‘pronta per la transizione’, anche se due si stanno distinguendo rispetto alle altre”: si riassume così il nuovo rapporto di SteelWatch, organizzazione internazionale che monitora e promuove la decarbonizzazione del settore siderurgico globale.
Pubblicato oggi, 31 marzo, il documento valuta 18 grandi aziende siderurgiche con impianti produttivi distribuiti in 29 paesi, selezionate tra i principali produttori di acciaio a livello mondiale. Le realtà analizzate hanno sede in diverse aree geografiche (Europa, Asia, Nord America e Sud America) e offrono una panoramica rappresentativa dell'industria globale dell'acciaio.
Su un totale di 100 punti, nessuna azienda riesce a raggiungere la sufficienza: i punteggi oscillano tra l'8,3 della cinese HBIS e il 46,2 della svedese SSAB. “Sapevamo che la transizione era fuori rotta e che fosse difficile comprendere le azioni delle aziende dai dati, perché assistiamo a questa raffica di annunci continui, di marce indietro o di una copertura mediatica per così dire acritica. Per questo abbiamo voluto fare luce su ciò che sta realmente accadendo nel settore e stabilire criteri chiari su cosa significhi operare correttamente”, racconta a Materia Rinnovabile Caroline Ashley, direttrice esecutiva di SteelWatch. “Questa scheda di valutazione nasce per fissare uno standard, proiettato ben oltre la situazione attuale, perché stiamo parlando di una transizione di lungo periodo. Eppure, dopo aver esaminato i dati reali, siamo ancora sorpresi di quanto poca sia la differenza tra le aziende”.
Un mondo di acciaio
Dietro all'etichetta "hard-to-abate" si cela uno dei settori più emissivi al mondo: la produzione di ferro e acciaio è responsabile di circa un decimo delle emissioni globali di carbonio. Un materiale che permea ogni angolo dell'economia moderna, dalla costruzione di case, ospedali e scuole, ai trasporti, con ferrovie e automobili, fino ai macchinari industriali, agli elettrodomestici e a tutta l'infrastruttura necessaria per produrre energia, inclusa quella della transizione stessa. “Si tratta di 18 aziende davvero grandi e importanti, distribuite in tutti i principali paesi produttori. Il fatto che nessuna superi i 50 punti è un messaggio piuttosto negativo e mostra quanto sia diffuso il divario nella prontezza alla transizione”, continua Ashley.
“L'altro messaggio centrale è che stavamo cercando un cambiamento strutturale: aziende che ridefiniscano i propri investimenti, le proprie operazioni, il proprio modello di business. Questa è stata la nostra stella polare ed è alla base della metodologia che abbiamo utilizzato”.
L'analisi si basa su dati di dominio pubblico, ricavati principalmente dai report aziendali disponibili fino all'anno fiscale 2024. Le aziende sono state valutate in base a cinque aree chiave per la transizione del settore: uscita dal carbone, sviluppo delle soluzioni verdi, performance climatica, obiettivi e trasparenza, responsabilità sociale e ambientale. Queste aree sono state poi declinate in 21 indicatori complessivi, che spaziano da domande operative (per esempio, "L'azienda sta ampliando la capacità dei propri altiforni?") a misurazioni quantitative, come il volume di ferro a ridotto impatto carbonico (green iron, “ferro verde”) consumato in milioni di tonnellate. A completare il quadro, il cosiddetto transition readiness gap misura il divario tra il livello di impegno necessario per rendere credibile un percorso verso emissioni quasi nulle e le azioni che le aziende stanno effettivamente attuando.
In cima alla classifica SSAB e Thyssenkrupp, ma con riserva
Come sottolineato più volte nel documento, raggiungere gli obiettivi climatici richiede cambiamenti strutturali profondi, che nella grande maggioranza delle aziende analizzate restano ancora largamente insufficienti. Fanno eccezione i primi due posti del podio, la svedese SSAB e la tedesca Thyssenkrupp, che hanno già avviato alcune trasformazioni concrete.
“Le aziende hanno ottenuto punteggi diversi nelle diverse aree di valutazione. Un vero cambiamento strutturale, però, non si vede. L’eccezione sono le due aziende che stanno emergendo in testa alla classifica. Lì si intravedono segnali di trasformazione, anche se non sono ancora così distanti dalle altre in termini di punteggio. Ma il modo in cui sono in vantaggio è significativo”, sottolinea Ashley. Entrambe hanno obiettivi climatici verificati e allineati a 1,5°C, piani in corso per la dismissione dei propri altiforni e nessun investimento pianificato o recentemente effettuato in capacità produttiva basata sul carbone.
“È curioso notare che entrambe hanno piani molto interessanti per il ferro verde. Ma poiché non sono ancora in fase di implementazione, non hanno ottenuto molti punti sul tema. Se i loro piani andranno avanti, guadagneranno più punti nella classifica”, aggiunge Ashley. A Duisburg, città industriale tedesca che sorge alla confluenza del Reno e della Ruhr, Thyssenkrupp sta costruendo un nuovo impianto DRI (Direct Reduced Iron), il primo dell'azienda in grado di produrre ferro a emissioni quasi nulle.
Primo step: basta carbone
Gli altiforni a carbone producono circa il 70% dell'acciaio grezzo mondiale e sono responsabili del 90% delle emissioni dirette del settore. Le 18 aziende analizzate ne gestiscono complessivamente 175, e ogni intervento di ristrutturazione significa prolungare le emissioni per decenni. Come sottolinea il documento, per decarbonizzare il settore servirà una “dismissione accelerata, irreversibile e ben pianificata degli altiforni”.
Il problema non riguarda soltanto le aziende che espandono attivamente la propria capacità produttiva, come Baosteel, HBIS e JSW Steel, che hanno visto crescere sia i consumi di carbone che il numero di altiforni in esercizio. Riguarda anche quelle che semplicemente non pianificano il ritiro degli impianti. La maggioranza delle aziende analizzate rientra in quella che il rapporto definisce una fascia di status quo: non stanno costruendo nuovi altiforni, ma non hanno nemmeno annunciato quando dismettere quelli esistenti. Un risultato che si rivela più comune nei paesi dove non ci sono indirizzi politici sul tema della produzione di ferro a ridotto impatto carbonico e in quelli dove la domanda di acciaio è in crescita. In fondo alla classifica si trovano aziende che combinano una dipendenza strutturale dal carbone, espansione attiva degli altiforni e scarsa trasparenza sui dati. Eppure, anche da questa posizione, alcune hanno annunciato progetti sul green iron, che verranno monitorati nei prossimi anni da SteelWatch per vedere se si tradurranno in fatti.
Spostando lo sguardo dalla dimensione globale del rapporto alla regione europea, Ashley pensa “che ogni azienda europea dovrebbe già avere un piano di transizione e di dismissione per ogni altoforno. Entro il 2035, gli altiforni dovrebbero semplicemente essere fuori servizio”. Una scadenza che si intreccia con l’avvicinamento della progressiva eliminazione delle quote di emissione gratuite prevista dal sistema europeo di scambio delle emissioni (EU ETS), meccanismo tornato al centro del dibattito in queste settimane dopo che l'Italia ne ha chiesto una revisione in chiave di riduzione dei costi energetici.
La scommessa del ferro a ridotto impatto carbonico
Se smettere di utilizzare il carbone è il primo passo, quello successivo è l’impiego di green iron, definito da SteelWatch come la produzione di ferro con un livello massimo di emissioni di gas serra pari a 350 kgCO2e per tonnellata. “Ciò che è fondamentale sottolineare è che non riusciremo a decarbonizzare la produzione dell'acciaio se non passeremo al ferro verde, poiché la maggior parte delle emissioni proviene proprio dalla fase di produzione del ferro”, racconta l’esperta.
Quasi tutte le 18 aziende analizzate segnano zero o quasi in questa categoria. Il punteggio massimo raggiunto è 3,1 su 25, ottenuto dalla lussemburghese Ternium. Come si legge nel rapporto, molte aziende dichiarano obiettivi climatici di lungo periodo, ma pochissime li hanno tradotti nella produzione o nell'acquisto di ferro a ridotto impatto carbonico necessario per realizzarli.
Lo sviluppo industriale e l’interesse di Pechino, che produce circa la metà dell’acciaio a livello globale, per l’energia green potrebbero tuttavia essere un driver per supportare l’accelerazione dell’impiego di questo materiale. “Nell'ultimo anno, le aziende cinesi e asiatiche hanno iniziato a concentrarsi sulla produzione e scalabilità di ferro e acciaio verdi, e questo sta diventando una minaccia competitiva per l’Europa”, sottolinea Ashley. “Quando ho iniziato questo lavoro tre anni fa, non era così: Europa e Stati Uniti erano avanti. Ora sento sempre più aziende dire: se non stiamo attenti, quello che è successo con il fotovoltaico rischia di ripetersi nell'acciaio. Quindi l'Europa deve muoversi.”
C'è poi un elemento che potrebbe rivoluzionare l'intera filiera produttiva. Il ferro prodotto con l’idrogeno verde, a differenza della ghisa prodotta negli altiforni a carbone, è solido e non fuso: può quindi essere prodotto dove l'energia rinnovabile è abbondante e a basso costo e poi spedito via nave verso gli stabilimenti che producono acciaio. Insomma, si può fare il ferro in un posto e l'acciaio in un altro. Un possibile cambio di paradigma nella supply chain che la scorecard ha già anticipato: i punti vengono assegnati anche alle aziende che acquistano ferro a ridotto impatto carbonico, non solo a quelle che lo producono. Perché, alla fine, ciò che conta è che questo materiale a basse emissioni entri nella catena produttiva, in un modo o nell'altro.
Tra gli altri indicatori valutati, il rapporto sottolinea poi l'importanza spesso sottovalutata della trasparenza: senza raccolta e divulgazione dei dati da parte degli attori del settore, è quasi impossibile assicurarsi che le aziende siano responsabili delle proprie azioni. Per la valutazione finale, sono state misurate anche la performance climatica e la dimensione sociale e ambientale. Non è infatti possibile portare avanti una transizione credibile e duratura del settore senza gestire in modo corretto anche gli impatti sulle comunità e sull'ambiente, motivo per cui resta una componente essenziale della valutazione.
In copertina: Acciaieria Nippon Steel di Kashima © SteelWatch
