Giovedì 1° ottobre il Governo italiano ha adottato un decreto che obbliga i produttori a rendere compostabile una serie di imballaggi in plastica monouso: dai contenitori per alimenti e bevande destinati al consumo nei locali di alberghi, ristoranti e catering, alle confezioni monodose di condimenti, fino alle bustine di cosmetici e articoli per l’igiene impiegati nelle strutture ricettive. È prevista un’esenzione temporanea, invece, per i packaging (reti, sacchetti, vassoi) in plastica che avvolgono verdura e frutta sotto gli 1,5 kg.
Ma mentre l’industria e buona parte della politica spingono per incentivare la compostabilità, le associazioni ambientaliste chiedono, quando è possibile, di dare priorità al riutilizzo degli imballaggi come previsto dal regolamento sugli imballaggi e sui rifiuti di imballaggio (PPWR).
Obbligo di compostabilità ma non per l’ortofrutta
Entro il 12 febbraio 2027 la Commissione europea dovrebbe valutare se l’obbligo di compostabilità previsto per questi articoli sia compatibile con l’articolo 9 del PPWR, approvato definitivamente ad aprile. La verifica riguarderà in particolare l’effettiva possibilità di raccogliere i rifiuti biodegradabili e compostabili insieme alla frazione organica, e la disponibilità di sistemi di raccolta adeguati.
I paesi dotati di una filiera del compostaggio sviluppata, come l’Italia, non dovrebbero quindi incontrare particolari difficoltà. Il regolamento lascia infatti agli stati membri la facoltà di ampliare l’elenco degli articoli, che per ora comprende soltanto le capsule di caffè e le bustine di tè.
Le reazioni al decreto da parte del mondo politico e industriale sono state miste. Assobioplastiche accoglie il fatto che per la prima volta l’Italia si è dotata di una regola chiara sulla compostabilità e considera la deroga temporanea sugli imballaggi dell’ortofrutta “un tassello provvisorio per dare più tempo alle imprese per riconvertirsi in attesa degli orientamenti della Commissione europea”, come ha scritto il presidente Luca Bianconi in una nota.
L’opposizione del governo, invece, ha attaccato l’esenzione, reputandola un passo indietro: “È un errore restare arroccati sul modello del riciclo e sottovalutare il compostaggio e il riuso, che invece dovrebbero andare in parallelo”, ha dichiarato in aula la senatrice del Movimento 5 stelle Gisella Naturale.
Per le ONG il decreto va contro lo spirito del regolamento
Sostituire la plastica fossile usa e getta con quella compostabile oppure imporre il riutilizzo degli imballaggi? Dipende dai casi. Ma il principio delineato dalla Commissione europea è piuttosto chiaro: quando il contesto lo permette, i paesi dovrebbero anzitutto prevenire la produzione di rifiuti promuovendo il riutilizzo rispetto al monouso. Che siano fatti di carta, plastica o alluminio, gli imballaggi superflui devono essere eliminati, oppure rimpiazzati da alternative riutilizzabili.
Tuttavia, il governo italiano sembra aver imboccato una strada diversa, talvolta incompatibile con la legge europea. È il caso della direttiva SUP sulla plastica monouso, che l’Italia ha aggirato esentando le stoviglie biodegradabili dal divieto di immettere sul mercato piatti, cannucce e posate. Pensata per prevenire l’abbandono di rifiuti plastici di piccole dimensioni, la direttiva include ogni tipo di polimero, anche quelli biodegradabili e compostabili. Il motivo è che non esistono ancora garanzie sufficienti sulla loro biodegradabilità in ambiente marino, ovvero non è certo che le bioplastiche si decompongano nell’acqua in breve tempo senza causare danni all'ambiente.
Secondo Silvia Ricci, responsabile della campagna nazionale A buon rendere, anche l’ultimo decreto si limita a sostituire la plastica convenzionale con altri materiali monouso che non risolvono la crisi ambientale. “Le confezioni monodose di condimenti per il consumo in loco incarnano proprio quegli imballaggi superflui che il PPWR ci chiede di eliminare perché sono sostituibili da erogatori riutilizzabili”, dice Ricci a Materia Rinnovabile. “Anche le confezioni di shampoo monodose sono state sostituite in molti alberghi da erogatori. Come potremmo chiedere ai cittadini di ridurre il consumo pro capite di imballaggi se la politica dà priorità ai desiderata dell’industria del monouso sul breve termine?”
Secondo Giorgio Bagordo, esperto del ciclo della plastica per WWF Italia, la vera soluzione è ridurre l’immissione di imballaggi a monte, più che cambiare il materiale degli stessi. “Il rischio è quello di considerare le bioplastiche compostabili una soluzione sufficiente al problema della dispersione dei rifiuti”, ha dichiarato in un’intervista rilasciata a Il Salvagente.
Come sta l’industria delle bioplastiche
Non tutto ciò che è usa e getta può diventare riutilizzabile. Per esempio, i film per la pacciamatura agricola, gli imballaggi a diretto contatto con alimenti freschi e i sacchetti per la raccolta dei rifiuti organici sono packaging intelligenti che, se gestiti correttamente, riducono il peso climatico della plastica fossile. L’Italia è stata uno dei primi paesi a inventarli e a immetterli sul mercato, creando le fondamenta di una nuova industria del packaging più ecologica.
Negli ultimi due anni però, dopo un decennio di crescita costante (tra il 2012 e il 2022), l’industria delle bioplastiche ha registrato un’inversione di tendenza. Secondo il report più recente di Assobioplastiche, il fatturato del 2024 è calato del 5% rispetto al 2022, anche a causa dell’esplosione dei costi energetici a seguito dell'invasione russa dell’Ucraina.
Ma la frenata non è soltanto italiana. Nel 2024 il tasso globale di utilizzo della capacità produttiva di bioplastiche è sceso di dieci punti percentuali, dal 68% al 58%. E anche le previsioni di crescita si sono ridimensionate: nel 2018 si stimava che la capacità mondiale avrebbe superato i 2,6 milioni di tonnellate entro il 2023; si è invece fermata a circa 2 milioni, quasi un quarto in meno rispetto alle attese. Resta da vedere se, con l’entrata in vigore del PPWR, i bilanci delle imprese torneranno positivi come prima.
In copertina: immagine Envato
