Lula è per la quarta volta presidente del Brasile. Al termine di una campagna elettorale durissima e non priva di scorrettezze, ieri, domenica 25 ottobre, ha superato di due punti lo sfidante di destra Flavio Bolsonaro, sostenuto − tra gli altri − da Donald Trump. Bolsonaro ha chiesto di annullare il voto perché l’orario di apertura dei seggi è stato prolungato di due ore (su richiesta dei comitati di entrambi gli schieramenti) per questioni logistiche legate ai mezzi di trasporto in alcuni stati chiave. Raramente un’elezione è stata più importante per gli equilibri del Sudamerica: la vittoria di Lula va a fermare l’ondata populista che si è infranta sul continente negli ultimi anni.

La sua prima vittoria arrivò nel 2002 dopo tre tentativi falliti, mentre i primi due mandati beneficiarono del boom delle materie prime che consentì di finanziare i programmi che permisero di tirar fuori dalla povertà decine di milioni di famiglie. Buone performance in termini di PIL anche nell’ultimo mandato. Per quello che va ad avviarsi, il presidente ha promesso “investimenti nell’economia digitale, verde e creativa”, anche per non dipendere da Stati Uniti e Cina.

Già, ma come sta l’ambiente nel paese sudamericano dopo quattro anni di Lula? E che ne è stato del Tropical Forest Forever Facility, il fondo che avrebbe dovuto salvare l’Amazzonia? Vediamo. Con la premessa che l’Amazzonia non è solo il polmone verde del mondo: è anche una risorsa strategica per il Brasile, che non accetta lezioni in merito.

Il paese negli anni si è profondamente deindustrializzato e tende piuttosto − come molti stati baciati dalla presenza di risorse −  ad affidarsi a un’economia estrattiva. Non solo: l’agribusiness ha un ruolo fondamentale nelle esportazioni, e la lobby relativa può contare su un potere di influenza enorme: per questi soggetti la foresta è in primo luogo un’opportunità di sviluppo e di business. E nessun governo può rinunciarvi del tutto, nemmeno l’esecutivo guidato da Lula. Una posizione chiarita nelle conferenze internazionali come le COP: al di là dei proclami di facciata, senza denari da parte della comunità internazionale il disboscamento andrà avanti.

Il fatto è che il Brasile non vuole essere penalizzato dalla geografia, gestendo da solo l’onere di una foresta che è il polmone verde del mondo; inutile dire che di aprire i cordoni della borsa gli altri stati fatica a sentir parlare, soprattutto se si tratta di donazioni regolari. Così, si sta cercando di creare una rendita che renda automatici i trasferimenti. Ma conviene partire dai numeri.

L’ambiente dopo quattro anni di Lula

I dati sembrano parlare chiaro: la deforestazione è diminuita con Lula. Il presidente socialista ha ridotto di molto il taglio degli alberi del polmone verde. Le cifre diffuse dalla ONG Observatório do Clima − un network di 172 organizzazioni che include ONG, istituti di ricerca e movimenti sociali − parlano di 3.335 km², dato più basso da quando le osservazioni satellitari sono cominciate nel 1988: un rallentamento del 41,81% rispetto ai dati del 2025 (5.731 km²) e del 71,2% sugli ultimi quattro anni.

Nella ecoregione del Cerrado, una grande savana tropicale e quella dove le motoseghe sono avanzate più velocemente, la superficie deforestata è arrivata al punto più basso da quando sono cominciate le rilevazioni, 5.516 km², con una riduzione del 23,76% dall’anno scorso e del 48,4% negli ultimi quattro anni. Il Cerrado era poco sfruttato fino alla metà degli anni Settanta, quando attività agricole dovute alle nuove tecniche, incendi dolosi e altre pratiche antropiche hanno aumentato fortemente la pressione sull’ecosistema.

“Ridurre la deforestazione è possibile”, scrive, dunque, la ONG. L’amministrazione di Lula si era insediata dopo quattro anni di politiche apertamente negazioniste di Jair Bolsonaro, “che hanno condotto alla più ampia deforestazione nel corso di un singolo mandato presidenziale di cui si abbia memoria”.  In totale, durante il terzo mandato di Lula l’Amazzonia ha perso 24.648 km² di foreste, il 46% in meno rispetto al totale perso sotto Bolsonaro (45.586 km²).

Ma “la volontà politica”, conclude Observatório do Clima, “è essenziale”. Il riferimento è all’impegno della ex ministra dell’ambiente  e del climate change Marina Silva per combattere il crimine ambientale, così come all’azione dell’IBAMA (l’Agenzia federale per l’ambiente), che comprende anche il monitoraggio satellitare.

Il Fondo Amazzonia e il Tropical Forest Forever Facility

Quella del monitoraggio non è una questione semplice. L’Amazzonia è grande quanto un continente, e servono mezzi e personale per metterlo in piedi e mantenerlo. Da anni esiste un Fondo Amazzonia col compito di raccogliere risorse per prevenire, monitorare e combattere la deforestazione e promuovere la conservazione e l'uso legale e sostenibile dell'Amazzonia. 

Ma la speranza più importante viene dal Tropical Forest Forever Facility (TFFF), istituito alla COP30 di Belém. La conferenza del clima del 2025 si è tenuta nello stato di Parà, in una atmosfera caratterizzata dalla vegetazione lussureggiante che ha portato moltissimi delegati a rendersi conto in prima persona in che cosa consista la foresta tropicale, fornendo slancio al negoziato. Non c’è da stupirsi che durante la conferenza sia stato lanciato questo fondo, appesantito da miliardi di dollari di impegni. Una iniziativa, recita il sito ufficiale, di quelle che capitano “una volta ogni generazione”.

Il principio è semplice: investire le risorse raccolte in maniera da garantire una rendita con cui  tutelare le foreste del pianeta, tra cui quella amazzonica. “Il TFFF ha la potenzialità di trasformare la conservazione in una asset class su cui è possibile investire e che può portare anche una varietà di benefici a clima, natura ed economia”, ha detto Abid Karmali, managing director del Global environmental group della Bank of America. “Il dialogo con le istituzioni finanziarie ci ha fornito insight di valore su come mobilitare i capitali da un set di investitori istituzionali il più vario possibile.” Vediamo, allora, come funziona.

Come funziona il fondo globale per salvare le foreste tropicali (e l’Amazzonia)

Il meccanismo è complesso e basato su due bracci, il Tropical Forest Investment Fund, o TFIF, e il Tropical Forest Forever Facility. Il primo è il braccio finanziario, con l’obiettivo di raccogliere 125 miliardi di dollari per creare un fondo in grado di generare rendimenti costanti nel tempo, e una composizione mista. I capitali, nelle intenzioni, verranno raccolti per il 20% (per un totale di 25 miliardi, sponsor investment) da stati, fondazioni e filantropia, e per l’80% (senior debt, 100 miliardi totali) sul mercato obbligazionario, quindi con l’emissione di obbligazioni acquistate da fondi sovrani e investitori istituzionali.

Si tratta di un meccanismo complesso: partiamo dei 25 miliardi che ci si aspetta dagli sponsor investment. Nelle intenzioni dovranno arrivare da quelli che potremmo definire simpatizzanti della causa delle foreste tropicali. La filantropia dei privati è benvenuta (un Bill Gates che decidesse di aprire i cordoni della borsa, per capirci, sarebbe gradito); dall’altro lato, però, ci si aspetta che siano gli stati a effettuare donazioni. Sono diverse quelle già promesse, e proprio con queste il fondo partirà. Ma i governi forniranno anche prestiti a lunga scadenza, preferibilmente a tassi agevolati: punto importante, questo, perché si tratta di capitali che, prima o poi, andranno rimborsati. Vedremo come.

Per quanto riguarda gli altri 100 miliardi di dollari, il fondo prevede di raccoglierli emettendo obbligazioni da piazzare sul mercato globale, in particolare a soggetti come fondi pensione, compagnie assicurative e fondi sovrani. Le obbligazioni offriranno un rendimento fisso agli acquirenti. Perché sarebbero appetibili? Per diversificare il portafogli, ma, soprattutto, per poter dire di contribuire a investire nella tutela del pianeta, quindi come leva di marketing, rendendo verde il proprio portafogli. Si vuole sfruttare, insomma, il mercato e in qualche modo l’attrattiva che il greenwashing esercita sugli operatori finanziari. È più o meno lo stesso approccio che guida il mercato del carbonio.

Il costo del denaro, per la parte di sponsor investment, nelle intenzioni dovrebbe rispecchiare quello del debito pubblico emesso dal Tesoro statunitense nei vari orizzonti temporali; quello del senior deb, invece, i tassi prevalenti per bond con rating alto al momento della loro emissione.

Lula alla COP27 a Sharm el-Sheikh nel 2022 © foto di Antonio Piemontese 

Si tratta di un fondo, quindi con dei rischi

Arriviamo al dunque: come prevede di fare ritorni e quindi utili il TFIF? Investendo sul mercato in progetti sostenibili a livello globale (green bond e blue bond, tra gli altri). Escluse, ovviamente, le fonti fossili. I guadagni verranno dalla differenza tra gli interessi da pagare (su prestiti e obbligazioni emesse) e i rendimenti che i gestori riusciranno a ottenere, dopo aver sottratto i costi di gestione. I soldi andranno ai paesi con foreste tropicali che avranno fatto richiesta di partecipare al meccanismo e che dimostreranno di aver tutelato il verde sulla base di verifiche indipendenti. 

A regime ci si attende rendimenti attorno al 7,6% l’anno, pari a circa 9,5 miliardi di dollari. Non male. Il 4,9% andrebbe a ripagare gli interessi agli investitori, mentre il 2,6% rimanente sarebbe la cifra chiave, cioè quella disponibile da distribuire agli stati che si impegnano attivamente nella tutela delle foreste.

Investire non è facile: perché aspettarsi che funzioni ? Perché il meccanismo è stato disegnato con l’aiuto di esperti consulenti finanziari. Ma resta uno strumento che risente delle oscillazioni del mercato, ed è esplicitamente spiegato che la priorità è rimborsare gli investitori, come è giusto che sia: se gli utili si ridurranno, si ridurranno di conseguenza anche i versamenti agli stati virtuosi.

I soldi verranno gestiti e distribuiti dall’altro braccio, il Tropical Forest Forever Facility. Previste penali per gli stati che deforestano: dai 400 agli 800 dollari detratti dai versamenti per ogni nuovo ettaro deforestato e 140 dollari per ogni nuovo ettaro degradato.

Quanti soldi ci sono ora

I dati aggiornati a giugno 2026 e raccolti da Plant for the Planet parlano di 6,8 miliardi di dollari promessi da Norvegia (3 miliardi), Germania (1,15), Brasile (1), Indonesia (1), Francia (577 milioni), Regno Unito (540 milioni) oltre a un contributo della Minderoo foundation. Il Lussemburgo (dove il TFFF avrà sede) ha promesso 50 milioni di dollari l’anno fino al 2030, con l’intenzione di continuare a contribuire anche dopo. Sessantasette paesi avrebbero manifestato supporto finora, assieme a una ventina di fondi sovrani. I principali beneficiari saranno Brasile, Colombia, Repubblica Democratica del Congo, Ghana, Indonesia e Malesia.

Il fondo è non è ancora operativo, ma il 2026 è definito, in un documento presente sul sito ufficiale, “un anno di transizione in cui ci si muoverà dallo slancio politico a una durevole architettura istituzionale” dellla facility che gestirà i capitali. Per quanto riguarda il fondo in sé, sempre secondo lo stesso documento, i paesi sponsor si starebbero muovendo “dalle promesse agli impegni di bilancio”, mentre il comitato di transizione che al momento gestisce il meccanismo sta “sottoponendo il modello a uno stress test” per verificarne la bontà e “raffinarlo”. In Lussemburgo si stanno facendo i passi legali necessari ad avviare la sede: una volta fatto questo, verrà aperto un conto bancario. Sul fronte della facility, invece, i paesi che si sono candidati a ricevere il denaro stanno preparando gli strumenti con cui effettuare il monitoraggio della deforestazione e i piani su come pensano di impiegare i soldi.

Se tutto funzionasse come previsto, con il tasso di deforestazione del 2024 il Brasile riceverebbe 864 milioni: se il disboscamento cessasse arriverebbe a 1,3 miliardi. La Repubblica democratica del Congo riceverebbe rispettivamente 228 milioni e 460 milioni; l’Indonesia 333 milioni e 447 milioni. Anche la Cina potrebbe essere tra i beneficiari in futuro.

L’obiettivo è rendere la conservazione più conveniente del disboscamento. L’economia, dunque, piegata all’interesse ambientale. Un approccio che affronta la mancanza di pragmatismo di molte iniziative. Certo, le cifre sono basse per un paese come il Brasile. E l’Amazzonia, per Lula, è prima di tutto questione di interesse nazionale. Il Tropical Forests Forever Fund avrà successo? È presto per dirlo. Ma perché non provarci?

I capitali sono privati, governativi e filantropici, e verranno reinvestiti in un portfolio ad alto rendimento; almeno il 20% dei fondi dovrà andare a comunità locali e popolazioni indigene; parte dei guadagni sarà trasferita a paesi che hanno sul territorio foreste tropicali sulla base dell’estensione e dei risultati di conservazione, con penali in caso la tutela venga a mancare e monitoraggio satellitare. Si parla di 125 miliardi al momento (100 da privati e 25 da investitori sovrani e filantropia), che verranno investiti in obbligazioni governative e di grosse compagnie private, mentre l’amministrazione finanziaria sarà gestita da banche multilaterali di sviluppo dotate di rating alto, che devono ancora essere decise.

 

In copertina: Luiz Inácio Lula Da Silva, Carneiro Images, Agenzia IPA