Quasi 50%: il tasso di riciclo degli imballaggi in plastica in Italia sfiora il target europeo, la raccolta differenziata cresce, il sistema COREPLA copre il 98% della popolazione. Numeri che meritano però di essere letti dentro un quadro più ampio: il mercato europeo del riciclo sta cambiando rapidamente, le dinamiche globali dei prezzi della plastica vergine pesano sulla filiera, e una serie di novità normative − dal Regolamento imballaggi al deposito cauzionale, fino alla possibile inclusione dei rifiuti nell’ETS − ridisegnerà le regole del gioco nei prossimi mesi.

Il Consorzio ha avviato a riciclo 1.180.000 tonnellate di imballaggi in plastica, di cui 970.000 effettivamente riciclate: il 49,6% dell’immesso al consumo, a meno di mezzo punto dal target europeo del 50% al 2025. La raccolta differenziata urbana è salita a quasi 1,3 milioni di tonnellate, 27 kg pro capite (+3,75% sul 2024), con una copertura di 7.534 comuni e il 98% della popolazione.

La classifica regionale premia la Sardegna per il quarto anno consecutivo (36,7 kg pro capite), seguita dalla Liguria (35 kg, gonfiata però dall’ingresso di comuni toscani nei bacini convenzionati liguri), dal Veneto (30,9 kg) e dalla Campania (30,6 kg). In coda il Trentino-Alto Adige (17,9 kg) e la Basilicata (18,8 kg): la forbice si restringe, ma resta. Giovanni Cassuti, presidente uscente del consorzio, ha sottolineato la capacità del modello COREPLA di tenere insieme crescita della raccolta, qualità del riciclo ed efficienza industriale. I numeri gli danno ragione. Quello che non dicono è in quale mare nuota la filiera.

Un milione di tonnellate di capacità persa

Secondo Plastics Recyclers Europe (PRE), l’industria del riciclo plastico in Europa sta attraversando la contrazione più severa mai registrata. Tra il 2023 e la fine del 2025, il continente ha perso impianti per quasi un milione di tonnellate di capacità installata, una cifra equivalente all’intera capacità di riciclo della Francia. In Germania, Veolia ha chiuso il complesso di Bernburg uscendo del tutto dal riciclo plastico tedesco; nel Regno Unito, Viridor ha fermato l’impianto di Avonmouth a due anni dall’inaugurazione. Nei Paesi Bassi, sette aziende del settore hanno cessato l’attività nel solo 2024.

La causa principale è il prezzo. Cina e Stati Uniti hanno costruito nuovi impianti di produzione petrolchimica su larga scala, immettendo sul mercato globale plastica vergine a costi con cui i riciclatori europei, già schiacciati da bollette energetiche elevate, non riescono a competere. Il risultato: magazzini pieni di riciclato invenduto, investimenti congelati, impianti chiusi.

Le contromisure di Bruxelles

La Commissione europea è intervenuta il 23 dicembre 2025 con una comunicazione (COM/2025/805) che riconosce la crisi del settore e delinea misure di breve termine. Sul fronte commerciale, il punto più delicato riguarda le importazioni: la Commissione ha riconosciuto esplicitamente che i codici doganali attuali non distinguono tra polimeri vergini e riciclati, impedendo alle autorità di monitorare in modo adeguato i flussi di importazione.

In assenza di tracciabilità, la plastica vergine può entrare nel mercato UE classificata come riciclata, falsando la concorrenza e compromettendo la credibilità dei target di contenuto riciclato. Il problema è stato segnalato dalla stessa Commissione nella comunicazione di dicembre e confermato dalla commissaria all’ambiente Jessika Roswall in dichiarazioni pubbliche successive.

Le contromisure previste sono specifiche. La Commissione ha annunciato la creazione di codici doganali separati per plastica vergine e riciclata e l’avvio di un monitoraggio dei mercati UE e globali, i cui risultati potranno fondare eventuali misure commerciali nel corso del 2026. Una task force di sorveglianza sulle importazioni opererà per tutto il 2026, con poteri di audit sugli impianti di riciclo anche fuori dall’UE. Intanto, l’indagine anti-dumping sul PET cinese − aperta dalla Commissione il 30 marzo 2023 su denuncia dell’associazione PET Europe − si è già tradotta in dazi, dopo aver accertato che le importazioni venivano vendute a prezzi tali da costringere i produttori europei a operare in perdita. In totale, la Commissione ha imposto finora sei misure commerciali su prodotti legati alla plastica, compresi dazi anti-sussidio sul PET indiano e sull’rPET.

La variabile petrolio e l’inversione possibile

Il quadro si muove anche dal lato del prezzo del feedstock fossile. Tra febbraio e marzo 2026, il Brent è salito da 75 a oltre 115 dollari al barile, con un impatto stimato sul costo della resina vergine tra 0,20 e 0,32 dollari per libbra. In teoria, petrolio caro significa vantaggio per il riciclato, la cui struttura di costi dipende da raccolta, selezione e logistica più che dalla materia prima fossile. Secondo alcune proiezioni di mercato, in uno scenario di shock energetico e pressione regolatoria combinati, la plastica vergine potrebbe salire a circa 1.840 dollari per tonnellata contro i 1.430 del riciclato. Ma l’inversione, per ora, è congiunturale. Quando il greggio torna nei ranghi, il vantaggio svanisce. Senza un obbligo di contenuto riciclato effettivamente applicato, il mercato continuerà a premiare il polimero più economico.

Il PPWR e il deposito cauzionale

Il Regolamento imballaggi e rifiuti di imballaggio (PPWR) diventerà pienamente applicabile il 12 agosto 2026. Dal 2030, le soglie minime di contenuto riciclato obbligatorio si applicheranno a vari tipi di imballaggio plastico, con percentuali tra il 30% e il 65% a seconda della categoria. Se rispettate, queste soglie creeranno domanda strutturale di riciclato. Ma tra il 2010 e il 2024 la quota di materiali riciclati nell’economia UE è cresciuta di appena l’1,5%, lontanissima dal target del 24% di circolarità al 2030.

In Italia, uno strumento complementare potrebbe arrivare dal deposito cauzionale (DRS), il sistema di restituzione con cauzione su bottiglie e lattine già adottato da 18 paesi europei. Il 20 maggio, nella Sala Matteotti della Camera, si è tenuto un convegno bipartisan organizzato dal vicepresidente Sergio Costa (M5S) e dal vicepresidente Fabio Rampelli (FdI), con i parlamentari Massimo Milani, Silvia Roggiani, Devis Dori, autori delle diverse proposte di legge sul tema.

La maggioranza, attraverso Rampelli, ha assunto l’impegno di calendarizzare la proposta per un lavoro trasversale che punti all’approvazione prima della fine della legislatura. L’Italia, che nel 2021 aveva fissato con il Decreto semplificazioni bis una scadenza per le norme attuative, non ha ancora legiferato, mentre la direttiva sulla plastica monouso impone il 90% di raccolta delle bottiglie in PET entro il 2029.

L’ETS e i rifiuti: un altro pezzo del puzzle

Lo stesso 20 maggio, a Strasburgo, il commissario UE al Clima Wopke Hoekstra ha indicato che la revisione del sistema ETS prevista per luglio potrebbe includere il settore dei rifiuti tra i comparti coperti dal meccanismo di scambio delle emissioni. Se confermata, l’inclusione cambierebbe radicalmente l’economia dell’incenerimento rispetto al riciclo: bruciare plastica diventerebbe più costoso, e il riciclato guadagnerebbe competitività per via regolatoria. Hoekstra ha citato anche le emissioni negative e i crediti internazionali di carbonio tra le novità allo studio, sottolineando la necessità di garantire parità di condizioni per le imprese all’interno dell’ETS e del CBAM.

L’Italia di COREPLA, col suo 49,6%, gioca in apparenza una partita diversa dal resto d’Europa. Ma il modello consortile, fondato sul contributo ambientale CONAI e sugli accordi con i comuni, vive nello stesso mercato globale. Se il prezzo del riciclato crolla perché la plastica vergine costa meno, anche gli operatori italiani che trasformano il materiale raccolto da COREPLA si troveranno con i margini compressi e i magazzini saturi. E se il DRS non arriva e l’ETS non copre i rifiuti, lo scarto tra raccolta e riciclo reale continuerà a dipendere più dalla regolazione che dal mercato.

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