Nonostante le resistenze di una parte dei produttori, lunedì 19 gennaio il sistema di deposito cauzionale per i contenitori di bevande monouso ha compiuto un primo passo formale in Parlamento, avviando ufficialmente il suo iter legislativo.

Dopo aver raccolto un consenso politico bipartisan, la proposta di legge depositata dal Partito democratico a firma dell’onorevole Roggiani è stata assegnata alla Commissione ambiente della Camera. Un passaggio che segna una possibile svolta, forse decisiva, verso l’introduzione in Italia di un meccanismo pensato per aumentare i tassi di raccolta degli imballaggi monouso e ridurre la dispersione dei rifiuti nell’ambiente.

Il Deposit Return System (DRS) si basa sul versamento da parte del consumatore di una piccola cauzione in aggiunta al prezzo di vendita del prodotto. Il deposito viene poi rimborsato interamente al momento della restituzione dell’imballaggio vuoto. Finora è stato introdotto in 18 paesi europei, con risultati eccellenti. La Germania, per esempio, che ha adottato il DRS nel 2003, viaggia a tassi di restituzione pari al 98%, i Paesi Bassi, il cui sistema include le bottiglie in plastica con formato da 1 litro in su, hanno raggiunto un tasso del 94%, mentre in Romania, secondo quando riporta il Guardian, i cittadini in due anni hanno restituito circa 7,5 miliardi di contenitori di bevande.

Dopo anni di campagne, dibattiti e valutazioni economiche, si sono susseguite in pochi mesi tre proposte di legge presentate da Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Fratelli d’Italia. Il file verrà assegnato alla Commissione ambiente che esaminerà e modificherà la legge prima della votazione alla Camera dei deputati.

Gli obiettivi della direttiva Single Use Plastic a rischio

L’Italia sconta un duplice ritardo sugli obiettivi della direttiva europea sugli imballaggi in plastica monouso (SUP), sia sulla raccolta delle bevande usa e getta che sul contenuto riciclato.

L’obbligo di immettere sul mercato bottiglie con almeno il 25% di PET riciclato, in vigore dall’inizio del 2025, resta disatteso per 7 punti percentuali. A pesare sono le congiunture economiche sfavorevoli, la mancanza di sanzioni e problemi di tracciabilità dei materiali. Anche il tasso di intercettazione mostra una crescita insufficiente: al 68% (dati CORIPET) nel 2024, con ogni probabilità l’Italia mancherà l’obiettivo del 77% previsto dalla direttiva SUP entro il 2025, risultando inoltre ampiamente fuori traiettoria rispetto al target del 90% fissato per il 2029.

Secondo la direttiva SUP, ogni stato membro può fare a meno del sistema di deposizione cauzionale solo dimostrando il raggiungimento degli obiettivi di raccolta previsti. Il Consorzio nazionale imballaggi CONAI ha sempre dichiarato che il DRS rappresenta “una duplicazione dei costi economici e ambientali” e che gli obiettivi sarebbero stati raggiungibili attraverso il potenziamento della raccolta differenziata: pronostico che non si sta rivelando esatto.

“Non esiste paese al mondo che abbia raggiunto il 90% di raccolta senza un DRS”, commenta Silvia Ricci della campagna nazionale A Buon Rendere che da anni spinge per l'introduzione del meccanismo. “Al contrario le evidenze delle recenti esperienze in corso dimostrano che l’Austria, partendo da un tasso di raccolta intorno al 70%, ha raggiunto l’80% in un anno e la Romania, partendo dagli ultimi posti in Europa come raccolta differenziata, sta superando l’80% a due anni dal suo avvio.”

CONAI ha stimato che la distribuzione sul territorio nazionale di circa 100.000 Reverse Vending Machine (RVS) comporterebbe un investimento iniziale di circa 2,3 miliardi di euro, e un costo di gestione di circa 350 milioni di euro all’anno. Mentre l’implementazione di un sistema informatico richiederebbe una spesa tra i 500 milioni e 1 miliardo di euro.

Calcoli che non tornano all’organizzazione ambientalista Comuni Virtuosi, che in uno studio del 2023 commissionato alla società di consulenza Eunomia, stima un fabbisogno inferiore alle 25.000 macchine RVS e una spesa sui 5 milioni di euro o poco più per l’infrastruttura informatica e antifrode.

I produttori di bevande italiane non si allineano alle associazioni europee

Lo scorso settembre la Natural Mineral Waters Europe (NMWE) e UNESDA Soft Drinks Europe hanno lanciato il DRS Playbook, un’approfondita guida su come progettare e finanziare un sistema efficace, in base alle caratteristiche e alle necessità di ciascun paese.

Tuttavia, nonostante l’approvazione dei maggiori produttori di bevande europee, la filiera italiana, unica eccezione, rimane dubbiosa. “Il DRS è una forma che facilita la restituzione, ma non è l’unica né sembra essere la panacea”, risponde via mail David Dabiankov Lorini, presidente di ASSOBIBE, l’associazione italiana delle bevande analcoliche. “In Italia esiste già un sistema consortile consolidato, come il CONAI, che garantisce risultati importanti in termini di recupero e riciclo degli imballi, pertanto eventuali progetti nuovi andrebbero disegnati con il coinvolgimento dei principali soggetti coinvolti”, ha aggiunto Dabiankov, che non però non ha fornito a Materia Rinnovabile ulteriori dettagli su come centrare gli obiettivi di raccolta senza DRS. Gianni Clerici, presidente di Mineracqua (Federazione italiana delle acque minerali naturali e delle acque di sorgente), non ha risposto alla nostra richiesta di commento.

Silvia Ricci e altre associazioni ambientaliste come Zero Waste Europe sostengono che la raccolta di materiali puliti raccolti separatamente è a sua volta la precondizione della circolarità per un riciclo “da bottiglia a bottiglia” e “da lattina a lattina” (che significa circolarità), tanto che, conclude Ricci, “la nostra campagna dal 2024 vede le lattine al secondo posto come materiale maggiormente disperso dopo la plastica e prima del vetro”.

 

In copertina: immagine Envato