
Sulle mappe, le acque del Mar Tirreno al largo della Toscana e quelle del Mar Ionio di fronte alla Puglia rientrano nella rete Natura 2000, il network europeo per tutelare habitat e specie vulnerabili. Sott’acqua, però, le reti a strascico continuano a venire trascinate sui fondali, con profondi impatti ambientali.
A settembre ClientEarth e Legambiente, con il supporto di Blue Marine Foundation, hanno avviato un’azione legale nei confronti delle autorità italiane per queste due aree marine protette (AMP), chiedendo di applicare la direttiva Habitat dell’Unione Europea attraverso la valutazione degli impatti della pesca a strascico e, dove necessario, la sua limitazione. L’iniziativa fa parte di una più ampia strategia europea per difendere le AMP in sede giudiziaria, portata avanti dalla MPA Legal Coalition: undici organizzazioni non governative, tra cui ClientEarth, Environmental Justice Foundation, Oceana, Seas At Risk e Blue Marine, che coordinano le azioni legali nazionali con la pressione a livello europeo.
Secondo i dati del governo italiano, le AMP coprono circa l’11% delle acque nazionali. Tuttavia, un’analisi di Greenpeace ha rilevato che le aree effettivamente protette sono meno dell’1%: una quota ancora molto distante dall’obiettivo del 30% fissato per il 2030. Il primo dei due siti, Tutela del Tursiops truncatus, si estende per circa 374.000 ettari al largo della Toscana, all’interno del Santuario Pelagos, un’area protetta internazionale dedicata ai mammiferi marini condivisa da Francia, Italia e Principato di Monaco, tra le più estese d’Europa. L’area è stata istituita come rifugio per il tursiope, ma le ONG la definiscono un “parco di carta”, perché la pesca a strascico vi è generalmente ancora consentita.
Il secondo sito, Litorale di Gallipoli-Isola di Sant’Andrea, si trova in Puglia e vi sono presenti praterie di fanerogame marine e scogliere. Gran parte della sua superficie non è mai stata mappata e i pescherecci a strascico continuano a operare al suo interno. Un dato particolarmente significativo: secondo ClientEarth, circa un terzo dei pescherecci a strascico del Mediterraneo batte bandiera italiana, esercitando una forte pressione sulle popolazioni ittiche e sugli habitat marini.
Il divario tra la protezione sulla carta e quella reale
“Questi due siti sono stati scelti perché presentano le stesse fragilità e le stesse criticità”, sottolinea Francesco Maletto, avvocato di ClientEarth specializzato nella tutela degli oceani. “Entrambe le AMP sono state istituite per proteggere praterie di posidonia e habitat coralligeni, ma in queste si pratica la pesca a strascico e manca la mappatura necessaria per gestirle. Il sito toscano, inoltre, è molto più piccolo del Santuario Pelagos, un’area di conservazione transfrontaliera con una regolamentazione scarsa e controlli inadeguati.”
L’azione legale promossa da ClientEarth e Legambiente non chiede nuove norme, ma l’applicazione effettiva di quelle esistenti. “Le regole ci sono e sono ambiziose, non serve cambiarle: bisogna applicarle e farle funzionare”, spiega Maletto, che individua un problema di attuazione, il cosiddetto enforcement gap, ovvero la distanza tra la protezione prevista sulla carta e quella garantita nella pratica.
La base giuridica è l’articolo 6 della direttiva Habitat, secondo cui le autorità devono prevenire il degrado degli habitat protetti. Qualsiasi attività che possa incidere su un sito può essere autorizzata solo dopo che il suo impatto è stato valutato ed è stata dimostrata l’assenza di effetti negativi. In Italia questa procedura è nota come VIncA (valutazione di incidenza). “In queste aree la pesca a strascico viene praticata in modo generalizzato, senza alcuna valutazione dei suoi impatti”, afferma Maletto. “Si tratta di una valutazione obbligatoria, che però per la pesca non viene effettuata. Sono obblighi già in vigore nel nostro ordinamento, ma spesso manca da parte della politica un’azione adeguata a farli rispettare.” Maletto evidenzia poi una distinzione tra i siti Natura 2000 e le AMP nazionali italiane. In queste ultime la pesca a strascico è già vietata, quindi il problema non si pone. La criticità riguarda i siti Natura 2000, dove le misure necessarie a tutelare gli habitat, come i divieti e la zonizzazione, non sono state adottate.
Dalle istanze amministrative al precedente del lago di Vico
Il caso legale italiano è ancora in una fase iniziale, dal momento che le organizzazioni non si sono ancora rivolte a un tribunale. Hanno infatti presentato delle istanze amministrative alle autorità regionali competenti, chiedendo di adottare le misure necessarie alla tutela dei due siti. “Se le autorità daranno seguito a questa richiesta, otterremo un cambiamento reale senza bisogno di ricorrere in giudizio”, spiega a Materia Rinnovabile John Condon, avvocato responsabile del team ecosistemi marini di ClientEarth. “In caso contrario, valuteremo se sia necessario portare la questione davanti al Tribunale amministrativo regionale (TAR) per ottenere un cambiamento concreto.”
La direttiva Habitat obbliga le autorità a adottare misure concrete per prevenire danni agli habitat, sia di propria iniziativa sia in seguito all’ordine di un tribunale. Una norma pensata per imporre interventi, come dimostra un precedente italiano. Nel 2024 ClientEarth ha ottenuto dal Consiglio di stato una sentenza storica sul lago di Vico, che per la prima volta ha riconosciuto la diretta applicabilità di questa parte della direttiva Habitat. Come aggiunge Condon, “il tribunale ha ordinato alla Regione Lazio di adottare entro sei mesi misure correttive concrete, e la sentenza non era impugnabile”. Un esito simile per i due siti marini, osserva, “potrebbe significare per le autorità l’obbligo giuridico di intervenire in modo significativo in mare, ad esempio mappando i fondali, valutando i rischi della pesca a strascico per l’area protetta e introducendo misure di tutela reali, comprese possibili restrizioni allo strascico”.
Una strategia legale su scala europea
Il caso italiano è parte di uno scenario più ampio, in cui alcuni contenziosi sulla pesca a strascico nelle aree protette sono in corso anche in Francia, Spagna, Paesi Bassi e Germania. A maggio il tribunale distrettuale dell’Aia ha stabilito che i pescherecci nederlandesi non possono più operare nell’area protetta del Dogger Bank senza un permesso e una valutazione ambientale. La MPA Legal Coalition è nata proprio per collegare queste iniziative e, secondo Condon, offre un valore aggiunto sotto tre aspetti. Il primo è il coordinamento: invece di procedere in modo isolato, le azioni nazionali convergono in una strategia europea più ampia.
Il secondo è una base di conoscenze condivisa. I membri delle diverse ONG si scambiano analisi giuridiche, evidenze scientifiche e lezioni apprese dai rispettivi casi, un elemento importante perché il diritto europeo richiede che le decisioni sui siti protetti si basino sulle migliori conoscenze scientifiche disponibili. Eppure, come fa notare Condon, “attività distruttive come la pesca a strascico continuano a essere autorizzate nelle aree marine protette nonostante le ampie evidenze sui loro potenziali impatti”.
Il terzo è la pressione sulla Commissione europea. I membri della Coalizione hanno presentato due denunce che riguardano sei stati membri: Danimarca, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi e Spagna. L’obiettivo è chiedere a Bruxelles di garantire il rispetto della direttiva Habitat e di esercitare, dove necessario, i propri poteri di controllo.
Secondo Condon, le cause nazionali e le denunce alla Commissione sono “strettamente connesse, ma rispondono a finalità diverse e complementari”. I casi nazionali come quello italiano riguardano siti specifici, ma le loro implicazioni possono andare oltre, perché gli obblighi derivano dal diritto comune dell’UE e una sentenza in un paese può costituire un precedente per gli altri. Le denunce alla Commissione agiscono invece su un altro livello: si rivolgono alle inadempienze sistemiche, e i siti citati fungono da esempi rappresentativi di carenze più diffuse. Se Bruxelles avvia una procedura d’infrazione, uno stato membro può essere obbligato a adeguare al diritto europeo l’intero sistema di governance, non soltanto la singola area interessata.
L’obiettivo del 30% al 2030
L’Unione Europea si è impegnata a proteggere il 30% dei propri mari entro il 2030, ma secondo la Coalizione le aree che esistono solo sulla carta non dovrebbero essere conteggiate ai fini di questo obiettivo. Una richiesta simile arriva anche da Legambiente, che chiede di eliminare la pesca a strascico dalle AMP entro il 2030, in linea con il piano d’azione europeo per la pesca del 2023.
Per Maletto e Condon le regole sono già scritte e ciò che manca è la loro applicazione, e le aule di tribunale sono solo una delle strade per arrivarci. “Il nostro approccio è costruttivo: il contenzioso è uno strumento importante, ma deve orientare buone politiche”, conclude Condon. “Collaboriamo a stretto contatto con i decisori politici a Bruxelles e in tutta Europa, fornendo raccomandazioni chiare e pragmatiche affinché le AMP funzionino sia per l’ambiente sia per le comunità costiere. Agire collettivamente ci permette di dimostrare che le carenze nella gestione delle AMP non sono problemi nazionali isolati, ma riflettono lacune più ampie nell’attuazione e nel rispetto delle norme in tutta Europa.”
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In copertina: immagine Envato

