A Reggio Emilia un bosco nato per caso divide la città: da un lato ci sono le ruspe e Conad, che vuole costruire un supermercato (l’ennesimo), dall’altro i cittadini che desiderano salvare il proprio parchetto. Al momento sembra aver vinto la solita logica. L’area è stata sigillata, i bulldozer hanno cominciato a lavorare il suolo, i militanti ambientalisti sono stati allontanati dalla zona. Conad ha presentato una denuncia contro ignoti per violenza e invasione di area privata, e la Questura ha allontanato i manifestanti da un terreno vicino, rendendo impossibili proteste e sit-in. Viene da chiedersi: è sicura Conad di non aver commesso un tragico errore di comunicazione e, in ultima analisi, commerciale? In altre parole, non pensa di aver fatto una figuraccia?
Un passo indietro. Nel 2006 l’Italia era un altro paese. Non c'erano gli smartphone, la crisi climatica era una roba a cui non pensava praticamente nessuno, e le ondate di calore estive (che pure c’erano) duravano meno e venivano dimenticate rapidamente. A Reggio Emilia, in quell'anno, il sindaco Graziano Delrio decise di approvare i documenti che autorizzavano a costruire all’interno di un’area di 45.000 metri quadri, dove sorgeva un ospizio abbandonato e poi demolito. Niente di speciale, urbanistica ordinaria: un buco nel tessuto cittadino da riempire. Nessuno protestò, nessuno si accorse di nulla. Il progetto prevedeva la classica operazione che si fa in questi casi: io Comune ti cedo il terreno, e tu privato potrai costruire su una parte dell’area, lasciando una parte per i servizi pubblici. Conad Centro Nord, una delle cooperative del celebre marchio della grande distribuzione, acquistò il terreno nel 2015 con l’idea di costruire un supermercato (il 62° nella provincia di Reggio) col suo parcheggio. Nessuna obiezione (anzi, collaborazione) da parte delle due successive giunte comunali, sempre di centrosinistra, che hanno concesso i permessi di costruire.
Poi sono passati vent'anni. E vent'anni, quando si parla di natura e clima in quest'era di Antropocene, cambiano tante cose. In quel terreno, dove c'erano macerie e abbandono, la natura ha lavorato da sola. Ben 322 alberi sono cresciuti spontaneamente, insieme a un sottobosco fitto, a un laghetto e a un po' di animali che qui hanno trovato rifugio. Chissà. Fatto sta che quello che per le carte urbanistiche restava un "vuoto da riempire", per l'ecologia è diventato un ecosistema.
Ma nel mese di febbraio del 2026, alla fine, seguendo i tempi della burocrazia, sono arrivati i permessi di costruire. Il progetto di Conad prevede un supermercato di 2.500 metri quadri con un comodo parcheggio, insieme a un edificio di cinque piani che ospiterà servizi di quartiere: una Casa della salute, una biblioteca e un Polo territoriale. Nascerà anche un parco pubblico di 23.000 metri quadri e verranno piantati oltre 1.500 alberi nuovi nuovi. Il 3 agosto, con l’avvio dei lavori, oltre cento cittadini hanno iniziato un presidio permanente per impedire alle ruspe di entrare. La protesta, pacifica e autorizzata, ha raccolto 42.000 firme contrarie e l'attenzione nazionale. Ma, nonostante firme e proteste, alla fine le ruspe sono entrate e hanno già iniziato a buttar giù questi alberi “imprevisti”. Alberi che bisogna abbattere (con una strana logica, bisogna dirlo) proprio per permettere di piantarne di nuovi. Tutti uguali, tutti messi alla stessa distanza, così come indicato nei progetti e nei rendering degli architetti.
"Nel raggio di un chilometro ci sono già cinque supermercati", ha spiegato ai giornali Alessia Busani, una militante dell'Assemblea Bosco Ospizio, un comitato di protesta nato nel 2024. "Non abbiamo bisogno del sesto”, dice. “È molto più importante mantenere questa area verde, che rappresenta l'unico rifugio climatico del quartiere.” Nelle estati sempre più torride, aggiunge, “molti cittadini che non possono permettersi l'aria condizionata hanno trovato fresco in questo bosco”. La zona di Reggio Emilia dove si trovava Bosco Ospizio una volta era un’area rurale, che nei decenni è diventata una periferia, stretta tra la via Emilia, la ferrovia e gli insediamenti industriali.
In questi vent’anni, tra l’altro, abbiamo imparato che un bosco cresciuto spontaneamente è molto diverso da uno piantato. Quello “naturale” ha una complessità biologica, una stratificazione, una capacità di assorbire CO₂ e di ospitare fauna che le nuove piantumazioni impiegano decenni a sviluppare. Lo hanno ribadito quindici docenti e ricercatori delle università di Bologna, Modena, Parma e Reggio Emilia, tra cui il meteorologo Luca Mercalli, schierandosi a difesa dell'area. "Spesso si pensa che l'abbattimento della vegetazione adulta possa essere compensato piantumando giovani alberi. Ma dal punto di vista scientifico le due cose non sono affatto equivalenti", si legge in uno dei due appelli. L'altro ricorda che "in una città e in una regione già fortemente segnate dal consumo di suolo e sempre più esposte alle conseguenze della crisi climatica" è necessario preservare le aree verdi "quali infrastrutture essenziali per la vivibilità presente e futura".
Il sindaco di Reggio Emilia Marco Massari si è trovato al centro di un bel pasticcio. Massari ha incontrato gli attivisti, ha promesso di "continuare il dialogo con Conad per ricercare ulteriori miglioramenti del progetto", ma ha anche chiarito che "un sindaco non può cancellare" lavori già autorizzati. A quanto risulta, in effetti, l'amministrazione ha fatto di tutto per convincere l’azienda a rinunciare ai suoi diritti edificatori, o almeno a modificare sostanzialmente il progetto. Senza successo. Conad ha scelto di andare avanti, accompagnata dalla polizia quando le ruspe sono finalmente entrate nell'area in questi primi giorni di ottobre.
Conad Centro Nord, la cooperativa che gestisce il progetto, risponde alle critiche con una campagna informativa. Ha creato un sito dedicato con video, documenti, factsheet e FAQ. La tesi è che l'area non sia mai stata un vero bosco: il TAR ha respinto la richiesta cautelare dell'Assemblea Bosco Ospizio di sospendere i lavori, non riconoscendo l'area come "bosco urbano". Una perizia commissionata da Conad al CNR-IBE (Istituto per la bioeconomia del Consiglio nazionale delle ricerche) dice che 54 alberi sono classificati come senescenti e che il 60% dell'area risulta oggi impermeabilizzato a causa delle vecchie fondamenta dell'ospizio demolito. Il progetto prevede l'abbattimento di 98 alberi, ma alla fine ci saranno 1.572 alberi nell'area, 1.250 in più rispetto alla situazione attuale. Il verde pubblico coprirà 23.000 metri quadrati, accessibili a tutti, mentre oggi l'area è chiusa e inaccessibile da vent'anni. Insomma, l'azienda sostiene che "non è un supermercato con un po' di verde intorno", ma "una rigenerazione urbana che restituisce alla città servizi essenziali". I locali per la biblioteca e il polo degli assistenti sociali saranno donati al Comune. Da registrare che un altro comitato di quartiere, il Circolo del Villaggio Sergio Stranieri, ha consegnato al sindaco oltre 400 firme a sostegno del progetto e ha espresso soddisfazione per l'avvio dei lavori, definendolo "un traguardo atteso da anni".
Una prima riflessione riguarda un tema più generale: i decenni di tagli ai finanziamenti agli enti locali hanno reso impossibile ai Comuni disporre di risorse proprie per realizzare interventi significativi. I sindaci che vogliono finanziare interventi di riqualificazione e servizi essenziali ormai non possono fare a meno di stipulare accordi con soggetti privati, che naturalmente badano ai propri interessi. Secondo punto: quando si parla di rigenerazione urbana, si può davvero affermare che ogni trasformazione edilizia rappresenti sempre e comunque un miglioramento? Quali interessi prevalgono, che valore si riconosce al patrimonio ecologico e sociale esistente? Infine, come ha detto il collega giornalista Ferdinando Cotugno, in teoria a livello europeo abbiamo approvato una legge sul ripristino della natura: e poi, quando la natura si ripristina da sé, la spianiamo per metterci un supermercato?
Infine, due domande per Conad, il principale operatore della grande distribuzione in Italia, i cui supermercati hanno come motto “Le persone oltre le cose”. Ma è stata davvero una buona idea avviare un cantiere con ruspe e polizia in assetto antisommossa, come se fossimo in Cisgiordania? Ne valeva la pena, anche dal punto di vista dell’immagine dell’azienda? I dubbi sono leciti.
In copertina: foto di Duilio Piaggesi, Agenzia IPA
