Nello stesso decreto che cambia le regole sulle ferie non godute dei dipendenti pubblici, sposta al 31 ottobre le verifiche sulla nautica da diporto e finanzia l’emergenza del bradisismo ai Campi Flegrei, c’è un comma che riguarda lupi, cinghiali, tortore e allodole. È il comma 8 dell’articolo 1 del decreto-legge 144 del 7 agosto 2026, il cosiddetto decreto PA (pubblica amministrazione). Riscrive per intero l’articolo 8 della legge 157 del 1992, la norma che da sempre regola in Italia la protezione della fauna selvatica e la caccia, e dà una base di legge al Comitato tecnico faunistico-venatorio nazionale (CTFVN) che voleva il ministro Lollobrigida.

È una storia che sembra tecnica, ma riguarda la tutela della biodiversità in Italia. Lunedì prossimo, 28 settembre, la Camera voterà il provvedimento con la questione di fiducia: il governo lega la propria sopravvivenza all’approvazione e il testo non si può più emendare. La conversione va chiusa entro il 6 ottobre, al Senato resteranno pochi giorni. Il comma, insomma, passerà com’è scritto.

Il Comitato è un organo consultivo del Ministero dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste, presieduto dal ministro o da un suo delegato. Il decreto fissa il numero di diciassette componenti. Due sono designati dai ministeri dell’agricoltura e dell’ambiente, espressione quindi della parte politica di maggioranza, tre dalle regioni, uno dall’Unione delle province d’Italia. Il mondo venatorio ne esprime cinque: tre rappresentanti delle associazioni di cacciatori più numerose, uno del Consiglio internazionale della caccia e della conservazione della selvaggina, uno dell’Ente nazionale della cinofilia italiana, cioè gli allevatori e gli addestratori di cani, anche da caccia. Le organizzazioni agricole ne hanno due. Un solo posto va a tutte le associazioni di protezione ambientale riconosciute, un altro all’Ente nazionale protezione animali (ENPA). La componente scientifica conta due voti: l’Unione zoologica italiana e l’ISPRA, l’ente pubblico di ricerca a cui la legge affida il monitoraggio e la consulenza tecnica sulla fauna selvatica.

Ogni anno le Regioni approvano il calendario venatorio, che stabilisce quali specie si possono cacciare, in quali giorni, in quale quantità. Dal 2024 la legge chiede loro di acquisire due pareri, quello dell’ISPRA e quello del Comitato. Entrambi vanno resi entro trenta giorni, trascorsi i quali si considerano acquisiti. La Regione può discostarsene con una motivazione. Ecco due esempi di cosa succede nella pratica: a luglio il Consiglio di stato, pronunciandosi sul calendario delle Marche, ha chiarito che la legge non assegna alcuna superiorità al parere dell’ISPRA: sono due pesi della stessa taratura sulla bilancia della Regione, qualunque sia la competenza di chi li ha messi lì. Poche settimane dopo un tribunale amministrativo ha respinto la sospensiva contro un calendario 2026/2027 in cui la Regione aveva seguito il Comitato e si era discostata, motivando, dall’istituto scientifico.

Il punto tocca anche gli obblighi europei. La Direttiva uccelli e la Direttiva habitat impongono che la caccia non interferisca con la riproduzione e con la migrazione di ritorno delle specie, sulla base dei dati scientifici disponibili. Le associazioni ambientaliste temono che un parere tecnico diluito esponga l'Italia a nuovi contenziosi e a procedure di infrazione.

Il Comitato esisteva sulla carta dal 1992 ma era fermo da circa dodici anni. Lo ha riattivato la Legge di bilancio 2023, che al comma 453 autorizzava il ministro dell’agricoltura a riorganizzare con un proprio decreto gli organismi del Ministero. Il decreto ministeriale del 22 maggio 2023 ne ha ridisegnato la composizione, lasciando fuori Arcicaccia, l’unica associazione venatoria vicina al centrosinistra, e gran parte delle sigle ambientaliste. Arcicaccia ha fatto ricorso. Il Tribunale amministrativo del Lazio lo ha respinto nel 2024, il Consiglio di stato invece, con l’ordinanza 1.336 pubblicata il 19 febbraio 2026, ha rimesso la questione alla Corte costituzionale: una norma di legge, l’articolo 8 della legge 157, era stata di fatto riscritta da un atto del ministro, in contrasto con la riserva di legge prevista dalla Costituzione.

Adesso il comma 9 del decreto PA risolve il problema di costituzionalità: scioglie il vecchio Comitato dall’8 agosto, e lo ricrea per legge. Secondo le associazioni che si oppongono, la questione davanti alla Consulta rischia così di perdere il suo oggetto. L’8 settembre, in audizione davanti alle commissioni ambiente e bilancio della Camera, Annamaria Procacci, responsabile fauna selvatica dell’ENPA e tra gli estensori della legge 157, ha chiesto la soppressione del comma: secondo l’associazione la nuova composizione resta sbilanciata verso il mondo venatorio.

Massimo Labra è professore ordinario di botanica generale all’Università di Milano-Bicocca e dal 2024 direttore scientifico del National Biodiversity Future Center (NBFC), il primo polo nazionale di ricerca sulla biodiversità, voluto dal Ministero dell’università e della ricerca con i fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR). Il centro non siede nel Comitato, e Labra lo considera un problema di metodo. “Le associazioni venatorie hanno persone competenti”, dice a Materia Rinnovabile. “Ma avere una visione totale dell’ecosistema, e non solo venatoria, aiuterebbe. Non bisogna ragionare solo su aprire e chiudere la caccia. Non stiamo parlando di questo, e porre la questione in tali termini è riduttivo.” La pressione sul tavolo, osserva, arriva anche dal mondo agricolo oltre che da quello venatorio.

Il suo esempio sono i cinghiali. “Bisogna attivare il contenimento, e la caccia può essere uno strumento. I cacciatori, tra l’altro, sono ottimi conoscitori del territorio. Noi non siamo contro la caccia, siamo contro la distruzione dell’ecosistema.” Il contenimento, insomma, è una parte della tutela: “La tutela può passare anche dal contenimento, ma non si esaurisce lì”. Il contributo dell’ISPRA è importante, spiega, e la conoscenza scientifica potrebbe avere nel Comitato un peso più consistente, anche nel disegnare le strategie di contenimento.

Sullo sfondo c’è anche un obiettivo internazionale. L’accordo di Kunming-Montreal sulla biodiversità, firmato nel 2022, e la Strategia europea per la biodiversità chiedono di proteggere il 30% delle terre e dei mari entro il 2030. “Siamo lontani, per ora siamo al 21% delle aree terrestri e all’11% di quelle marine.” Una stretta del genere, che incide su chi decide anche i calendari venatori, insomma, non aiuta ad avvicinarsi agli obiettivi europei.

L’NBFC ha scritto linee guida fondate sull’articolo 9 della Costituzione, che dalla riforma del 2022 impegna la Repubblica a tutelare l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi anche nell’interesse delle future generazioni. “Qui non si tratta di essere un cacciatore o non esserlo, si tratta di essere un cittadino che rispetta la Costituzione”, conclude Labra. “Il cacciatore può essere un tutore della natura? Questa è la domanda che possiamo farci. Non dobbiamo contrapporre il cacciatore all’uomo di scienza: dobbiamo chiederci se il comitato così formato abbia le competenze per portare avanti la tutela della natura in base all’articolo 9, tutelando il lascito per le future generazioni.”

Leggi anche: Più tempo per sparare, meno tutele e sicurezza: cosa prevede il DDL caccia 2026

 

In copertina: Francesco Lollobrigida fotografato da Stefano Carofei, Agenzia IPA