Mitigare le emissioni di carbonio, evitando il rilascio di gas serra in atmosfera, rappresenta il passo più urgente e necessario per contrastare il cambiamento climatico. Farlo richiede però consapevolezza e trasparenza, che passano anche attraverso la misurazione puntuale della carbon footprint. La riduzione delle emissioni, tuttavia, non basta da sola: per raggiungere il traguardo del net zero, diventa indispensabile la rimozione attiva della CO₂ dall'atmosfera.
La Padova Climate Action Week, in programma fino a domenica 19 aprile con un denso calendario di eventi dedicati all'azione per il clima, ha scelto di affrontare entrambe le questioni nella stessa giornata, con due appuntamenti che esplorano il tema del carbonio, ciascuno da un diverso punto di vista. Il primo illustra il percorso che conduce alla definizione e alla verifica della carbon footprint di prodotto e di organizzazione, il secondo entra nel merito dell’ecosistema italiano ed europeo della Carbon Dioxide Removal.
Misurare per migliorare
L’evento Misurare per migliorare: il valore della carbon footprint di prodotto e di organizzazione organizzato da Aequilibria, società di consulenza e formazione sul carbon management, ha guidato i partecipanti dall'impostazione metodologica al processo di verifica, fino alle testimonianze dirette delle aziende che stanno portato avanti questo percorso.
Misurare la propria impronta carbonica è il punto di partenza per capire dove si è, prima ancora di decidere quali azione intraprendere per ridurre il proprio impatto sul clima. Sul piano metodologico, la distinzione fondamentale è quella tra carbon footprint di prodotto (CFP), qualsiasi bene o servizio, e carbon footprint di organizzazione (CFO): due strumenti diversi, ma necessari per costruire un quadro completo delle emissioni associate a un'impresa e ai suoi prodotti.
"La CFP rende visibile ciò che normalmente rimane nascosto: l'impatto ambientale di ciò che produciamo e utilizziamo ogni giorno”, racconta durante l’evento Marta Mancin, consulente di Aequilibria. “L'obiettivo è arrivare a un futuro in cui ogni prodotto abbia la propria impronta carbonica certificata, quindi verificata da enti terzi, credibile e confrontabile.” La carbon footprint di organizzazione, l’inventario delle emissioni di gas a effetto serra di un'azienda, calcolato per comprendere l'impatto climatico delle proprie attività, si lega a quella del prodotto.
“Anche nel contesto aziendale, i dati confermano che gli impatti maggiori si concentrano nelle materie prime: è ciò che entra in azienda a pesare di più sull'inventario complessivo. Per questo è fondamentale che ogni input sia quantificato attraverso la CFP, con dati reali e verificati”, sottolinea Lucia Granini, consulente di Aequilibria. “Le aziende che già lavorano in tale direzione ottengono un doppio vantaggio: costruiscono la propria impronta carbonica di prodotto e, al tempo stesso, dispongono di un inventario basato su dati concreti, misurabili e conformi agli standard ISO.”
Superata la verifica da parte di un ente terzo accreditato, è possibile registrare la CFP nel programma nazionale Carbon Footprint Italy (programme operator italiano di carbon management), che consente di comunicare in modo trasparente e credibile la quantificazione e la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra associate a prodotti e organizzazioni. Sia Chiesi, gruppo internazionale biofarmaceutico, che Crocco, azienda veneta specializzata nella produzione di imballaggi flessibili, hanno condiviso la propria esperienza nell'utilizzo di questi strumenti all'interno del proprio percorso di decarbonizzazione.
Carbon removal: l’Italia si mette in moto
Dopo aver misurato l’impronta carbonica di organizzazione e prodotto, si pone poi una domanda diversa: come possiamo rimuovere ciò che è già presente in atmosfera? A questa sfida ha cercato di rispondere l'evento Rimozione carbonio: la soluzione che la neutralità climatica non può ignorare, organizzato dalla Negative Emissions Platform (NEP), associazione con sede a Bruxelles che rappresenta l'ecosistema europeo della Carbon Dioxide Removal (CDR). Un appuntamento che ha provato a fare chiarezza in un campo in rapida evoluzione, al crocevia tra ricerca scientifica, innovazione tecnologica, mercati del carbonio e politiche pubbliche.
Anche azzerando oggi ogni emissione antropica di gas serra, la CO₂ già presente nell'atmosfera continuerebbe a produrre i propri effetti per molto tempo ancora. “Il ricorso alla carbon dioxide removal (CDR) per controbilanciare le emissioni difficili da eliminare è inevitabile se si vuole raggiungere l'obiettivo di emissioni nette pari a zero di CO₂ o di gas serra”, sottolineava nel 2022 l'Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC).
L'Europa si conferma all'avanguardia su questo fronte. Con il Regolamento Carbon Removals and Carbon Farming (CRCF) ha istituito il primo quadro di certificazione volontaria a livello europeo per la rimozione permanente del carbonio, il carbon farming e lo stoccaggio del carbonio nei prodotti. Gli strumenti a disposizione sono molteplici: dai metodi basati sulla natura (riforestazione, ripristino degli ecosistemi umidi, gestione forestale e dei pascoli), ai cosiddetti metodi ibridi come biochar, BECCS ed ERW, fino alle soluzioni tecnologiche più avanzate come la DACCS e i materiali carbonatici. “Le soluzioni che integrano tecnologia e natura possono rispondere a più bisogni contemporaneamente”, ha spiegato Silvia Scozzafava, ecologa d'impresa, nel corso dell'incontro. “Il biochar, ad esempio, viene già utilizzato da diversi operatori per migliorare la salute dei suoli, oltre che per la mitigazione climatica.”
L’Italia non dispone ancora di una strategia nazionale dedicata esclusivamente alla rimozione del carbonio, nonostante un elevato potenziale in questo ambito. Per colmare il vuoto è nata di recente la Rete italiana rimozione carbonio (RIRC), il primo ente nazionale dedicato esclusivamente allo sviluppo, alla governance e alla comprensione pubblica della rimozione del carbonio. L’obiettivo è agire su tre fronti: promuovere un quadro normativo solido fondato su standard di integrità ambientale; sviluppare le competenze degli operatori del settore e favorire lo scambio di informazioni; costruire una comunità che unisca istituzioni, ricercatori e società civile attorno al tema.
A testimoniare la vivacità dell'ecosistema italiano, durante l'evento si è svolto un panel dedicato alle startup nazionali attive nella rimozione della CO₂. Tra le realtà presenti: BioKW, impegnata nello sviluppo di soluzioni a base di biochar per la stabilizzazione del carbonio nel suolo e nei materiali; Limenet, che punta sull'aumento dell'alcalinità per incrementare la capacità dell’oceano di assorbire anidride carbonica; CarpeCarbon, la prima azienda italiana che sviluppa tecnologie di cattura diretta dall’aria (DAC), e 17tons, che sviluppa sistemi digitali per il tracciamento, la rendicontazione e la verifica delle rimozioni di carbonio.
In copertina: vista della città di Bielsko-Biała dalle pendici del Magurka nei Beskidi Minori, in Polonia. Immagine Envato
