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Il riscaldamento globale si può ignorare, come hanno deciso numerosi governi, ma non si arresta: continua a seguire la propria traiettoria, determinando un aumento costante delle temperature medie e una crescente frequenza di eventi meteorologici estremi. Tra i vari effetti c’è l’impatto sulle foreste. L’aumento delle temperature genera condizioni di stress per molte specie arboree, spesso non adattate a periodi prolungati di calore intenso. Parallelamente, si osserva una riduzione delle precipitazioni annue, soprattutto nei momenti cruciali per la crescita vegetativa. Non è solo la quantità di pioggia a cambiare, ma anche la sua distribuzione: eventi più brevi e intensi riducono la capacità del suolo di trattenere l’acqua, favorendo l’erosione e limitando l’assorbimento da parte delle radici.

A questo scenario si aggiunge la crescente diffusione di parassiti e patologie forestali. Inverni più miti non garantiscono più quel naturale contenimento di insetti e funghi patogeni che in passato contribuiva a mantenere l’equilibrio degli ecosistemi. Gli alberi, già indeboliti da stress idrici e termici, risultano quindi più vulnerabili, aumentando il rischio di degrado e perdita di superficie forestale.

“Le foreste stanno reagendo al cambiamento climatico, ma lo stanno facendo sotto pressione. E quando un ecosistema perde equilibrio, perde anche la capacità di adattarsi”, osserva Riccardo Fraccaro, CEO di Carbon Planet.

Secondo uno studio del Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici (CMCC), le foreste italiane sono destinate a cambiare profondamente composizione. Le specie si stanno progressivamente spostando verso quote più elevate alla ricerca di condizioni climatiche favorevoli. Nelle aree nord e nord-orientali degli Appennini, abete bianco, faggio europeo, nocciolo e rovere potrebbero lasciare spazio a specie come il larice europeo e il cerro. Un vero e proprio “trasloco” che altera gli equilibri ecologici, riduce la biodiversità e aumenta la vulnerabilità degli ecosistemi mediterranei.

In questo contesto critico, l’Italia presenta però un paradosso. Il paese sta diventando sempre più forestale: oggi circa il 38% del territorio è coperto da boschi, in gran parte cresciuti su terreni agricoli abbandonati. Tuttavia, questa espansione non coincide necessariamente con un miglioramento dello stato degli ecosistemi, perché non è accompagnata da una gestione adeguata. Solo il 18% delle foreste è dotato di un Piano di gestione forestale e appena il 10% è certificato. Ciò significa che la maggior parte del patrimonio forestale non è gestita in modo attivo. “Abbiamo più boschi, ma senza gestione, il bosco diventa una vulnerabilità, non una risorsa”, sottolinea Fraccaro.

Un ecosistema non gestito è, infatti, più esposto a incendi, patologie e dissesti idrogeologici. Secondo Legambiente, nel 2025 sono andati distrutti circa 94.000 ettari di aree forestali, il doppio rispetto all’anno precedente, con Sicilia, Calabria e Puglia tra le regioni più colpite. Gestire le foreste significa prevenire incendi, ridurre i rischi, migliorare la salute degli ecosistemi e generare valore per le comunità locali. Significa, in altre parole, trasformarle da elemento passivo a infrastruttura attiva.

“Il vero cambio di paradigma è questo: non scegliere tra conservazione e utilizzo, ma gestire per conservare”, osserva ancora Fraccaro. In questa direzione si muovono anche i nuovi strumenti normativi: il Regolamento europeo CRCF e le linee guida del Registro italiano dei crediti di carbonio forestali che introducono, per la prima volta, un quadro di regole strutturato. La gestione forestale sostenibile viene riconosciuta come attività in grado di generare crediti certificati, a condizione che rispetti criteri rigorosi di trasparenza, addizionalità e permanenza.

I crediti, tuttavia, non rappresentano solo uno strumento ambientale per quantificare la CO2, ma anche un flusso di risorse finanziarie verso il territorio, perché si inseriscono nei percorsi di decarbonizzazione delle imprese: dopo aver ridotto il più possibile le proprie emissioni dirette e indirette, utilizzano questi strumenti per compensare le emissioni residue, con l’obiettivo di raggiungere la carbon neutrality, a livello aziendale o di prodotto.

“In un percorso di decarbonizzazione, i crediti non sostituiscono la riduzione delle emissioni: la completano. Sono uno strumento per accelerare la transizione, non per evitarla”, spiega Fraccaro. Si crea così un ciclo virtuoso per la cura delle foreste: le imprese finanziano la transizione acquistando crediti di carbonio, i proprietari boschivi hanno nuove entrate per poter gestire i loro territori, le foreste aumentano la propria capacità di assorbire CO₂ e il sistema nel suo complesso diventa più solido. “È questo il vero valore dei crediti forestali: non solo compensare le emissioni, ma attivare una gestione attiva e continuativa del territorio”, conclude Fraccaro.

Le foreste, oggi, non possono più essere considerate soltanto come spazio naturale da proteggere o come risorse economiche da sfruttare. Sono infrastrutture naturali complesse, che richiedono visione, gestione e investimenti. Ed è proprio nella capacità di governare questa complessità che si gioca la possibilità di trasformare una crisi in opportunità.

 

In copertina: immagine Envato