Tutto è cominciato da un gruppo di studenti di giurisprudenza di un arcipelago che rischia di sparire dalla carta geografica. Vanuatu, 320.000 abitanti sparsi su 83 isole nel Pacifico meridionale, devastato nel 2023 da due cicloni di categoria 4 in una settimana. Da lì è partita la richiesta di un parere alla Corte internazionale di giustizia. Tre anni dopo, nella tarda serata del 20 maggio 2026, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato con 141 voti a favore, 8 contrari e 28 astensioni la risoluzione A/80/L.65 che recepisce e dà peso politico a quel parere consultivo, emesso dalla CIG nel luglio 2025: proteggere il sistema climatico è un obbligo giuridico, non una scelta discrezionale. L’inazione sulle fossili può costituire un illecito internazionale. Gli stati che violano questi obblighi possono essere chiamati a risarcire il danno.

La risoluzione non crea nuovi vincoli, ma certifica nero su bianco che quelli esistenti valgono. Tradotto: i governi non possono più nascondersi dietro i negoziati delle COP o invocare la vaghezza del diritto internazionale. La Corte dell’Aja ha parlato, e adesso l’Assemblea generale ha risposto. “Una forte affermazione del diritto internazionale, della giustizia climatica, della scienza”, ha commentato il Segretario generale António Guterres.

Nel marzo 2023, su iniziativa di Vanuatu, l’Assemblea generale aveva adottato per consenso la risoluzione che chiedeva alla CIG un parere sugli obblighi degli stati in materia climatica. L’Italia era tra i 132 co-sponsor di quel testo. La CIG ha ricevuto decine di migliaia di pagine di memorie scritte, ascoltato due settimane di udienze orali, e a luglio 2025 ha emesso un parere che ha fatto epoca: all’unanimità, i quindici giudici hanno stabilito che il diritto internazionale impone agli stati di ridurre le emissioni, regolare le imprese sotto la propria giurisdizione, cooperare in buona fede. Se non lo fanno, sono responsabili.

Ma un parere consultivo non è una sentenza esecutiva. Serve traduzione politica. Qui entra la risoluzione votata il 20 maggio, guidata da Vanuatu con un gruppo trasversale di paesi (Paesi Bassi, Kenya, Sierra Leone, Singapore, Barbados, Isole Marshall, Micronesia, Palau, Giamaica, Filippine, Burkina Faso). Il testo finale, pubblicato il 1° maggio, è frutto di quasi una dozzina di consultazioni ed è già un compromesso: la proposta originale prevedeva l’istituzione di un Registro internazionale del danno per raccogliere prove e richieste di risarcimento, ma è stata sacrificata per allargare il consenso.

Chi ha votato contro, chi si è astenuto

Contrari: Stati Uniti, Russia, Arabia Saudita, Iran, Israele, Bielorussia, Yemen, Liberia. Un club che mette insieme i maggiori emettitori storici e i maggiori produttori di petrolio. Washington si è opposta con convinzione. Già a febbraio, come rivelato dalla stampa internazionale, il Dipartimento di stato aveva inviato un cablogramma a tutte le ambasciate e i consolati statunitensi per fare pressione affinché Vanuatu ritirasse la bozza: l’adozione della risoluzione, scriveva la diplomazia Trump, “potrebbe rappresentare una grave minaccia per l’industria americana”. La viceambasciatrice Tammy Bruce, alla vigilia del voto, ha definito il testo “altamente problematico” e le sue richieste sui combustibili fossili “inappropriate”.

Tra gli astenuti spiccano la Turchia, paese ospitante della prossima COP31 a fine anno, l’India e i produttori di petrolio Qatar e Nigeria. L’astensione turca è un segnale particolarmente significativo: Ankara si prepara a guidare il prossimo vertice globale sul clima evitando di prendere una posizione netta sugli obblighi giuridici che ne costituiscono la premessa.

Australia, Francia, Germania e Regno Unito hanno votato a favore. Anche l’Italia, che era tra i 132 co-sponsor della risoluzione del 2023 da cui è partito l’intero iter, ha votato sì. Un esito coerente con la posizione assunta tre anni fa, anche se nei giorni precedenti il silenzio di Roma aveva fatto temere il peggio: il think tank ECCO aveva segnalato l’anomala assenza dell’Italia dalla lista dei paesi che avevano già dichiarato pubblicamente il proprio sostegno, a differenza di Austria, Belgio, Francia, Germania e Grecia.

Cosa cambia adesso

La risoluzione esorta gli stati a seguire le migliori conoscenze scientifiche disponibili: triplicare la capacità delle rinnovabili e raddoppiare il tasso di miglioramento dell’efficienza energetica entro il 2030, abbandonare i combustibili fossili nei sistemi energetici in modo giusto ed equo per raggiungere le emissioni nette zero entro il 2050, eliminare i sussidi inefficienti alle fossili. Il testo prevede anche che il segretario generale presenti un rapporto su come avanzare la compliance con il parere della CIG, una clausola che ha irritato particolarmente gli Stati Uniti.

Ma il vero impatto si misurerà nelle aule dei tribunali. Il parere della CIG, ora avallato politicamente dall’Assemblea generale, diventa un riferimento che i giudici possono (e stanno già cominciando a) citare nei contenziosi climatici nazionali. In Italia, dove la riforma costituzionale del 2022 ha inserito la tutela dell’ambiente “nell’interesse delle future generazioni” all’articolo 9, il pronunciamento dell’Aja potrà essere invocato da chi contesta in sede giudiziaria le politiche fossili dello stato.

Le reazioni

Tasneem Essop, direttrice esecutiva di Climate Action Network International (CAN), ha definito il voto “un segnale politico storico” che conferma la disponibilità dei governi a rispondere alla chiarezza giuridica fornita dalla CIG. “I grandi emettitori, e in particolare quelli storici, non possono più ignorare la più alta corte del mondo quando si parla dei danni causati dal cambiamento climatico”, ha dichiarato. “La sfida ora è trasformare gli obblighi giuridici in azioni concrete, coerenti con il principio di equità, le responsabilità comuni ma differenziate, e la protezione dei diritti umani. Il vero test inizia adesso, e CAN vigilerà affinché questo impegno politico si traduca nell’azione che il diritto esige.”

Per il WWF, il voto “segna una svolta storica per l’azione climatica, riconoscendo il dovere di prevenire danni ambientali significativi come condiviso, tangibile e radicato nella legge”. L’organizzazione ha sottolineato che la risoluzione “rende omaggio alla straordinaria leadership dei giovani e delle comunità del Pacifico, che hanno trasformato l’esperienza diretta della crisi climatica in un appello globale alla giustizia”.

Il CIEL (Center for International Environmental Law), che ha partecipato attivamente al processo della CIG con memorie legali e briefing agli stati, ha accolto il voto come “la conferma che la crisi climatica non è al di fuori della portata della giustizia”.

Vanuatu, Tuvalu, Nauru: il Pacifico che affonda e che resiste

“Dobbiamo essere onesti gli uni con gli altri sul perché questo sia importante”, ha detto Odo Tevi, ambasciatore di Vanuatu alle Nazioni Unite, prima del voto. “Il danno è reale ed è già presente, lungo le nostre isole e coste, per le comunità che affrontano la siccità e i cattivi raccolti. Gli stati e i popoli che sopportano il peso maggiore sono molto spesso quelli che hanno contribuito meno al problema.”

A Tuvalu − altitudine media due metri sul livello del mare − oltre un terzo della popolazione ha richiesto un visto per la migrazione climatica verso l’Australia, ma ogni anno ne vengono accettati pochi. Entro la fine del secolo, gran parte del paese sarà sommersa dall’alta marea. A Nauru, il governo ha iniziato a vendere passaporti a ricchi stranieri per finanziare possibili piani di reinsediamento.

Il primo ministro di Vanuatu, Jotham Napat, ha ringraziato i 141 paesi favorevoli e i 90 co-sponsor della risoluzione: “Questo risultato è una potente affermazione dell’impegno della comunità internazionale per lo stato di diritto, la cooperazione multilaterale e la giustizia climatica, in un momento in cui questi princìpi sono messi alla prova”.

Vishal Prasad, direttore di Pacific Islands Students Fighting Climate Change, l’organizzazione nata proprio dal gruppo di studenti che ha avviato l’intera campagna, ha definito il voto un impegno a “trasformarlo in realtà”.

Resta da vedere se la realtà seguirà. Il parere della CIG non è vincolante. La risoluzione dell’Assemblea generale nemmeno. Ma quando uno stato insulare di 320.000 abitanti riesce a costringere i grandi inquinatori del pianeta a tre anni di negoziati, a consultazioni infinite e a un cablogramma riservato del Segretario di stato statunitense, vuol dire che qualcosa nel meccanismo funziona ancora. La leva giuridica è più corta di quanto vorrebbero le isole del Pacifico, ma è più lunga di quanto temano Washington e Riad.

 

In copertina: immagine di repertorio: la delegazione di Vanuatu alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi 2024 in Francia, foto di Xinhua/ABACAPRESS.COM/Jiang Wenyao/Agenzia IPA