Per il terzo anno consecutivo cala la spesa pubblica per le attività dannose per l’ambiente, con una riduzione nel 2025 di 1,3 miliardi di euro. È ciò che emerge dall’ottava edizione del Catalogo dei sussidi ambientalmente dannosi e dei sussidi ambientalmente favorevoli pubblicato dal MASE venerdì 17 luglio.
Lo scorso anno il governo italiano ha erogato infatti 22,4 miliardi di euro in sussidi ambientalmente dannosi (SAD), tra agevolazioni ed esenzioni fiscali. Raddoppiano in due anni i sussidi a basso impatto ambientale raggiungendo quota 82 miliardi di euro, mentre calano di circa 3 miliardi i SAI, quei sussidi difficili da inquadrare poiché possono essere sia dannosi che positivi a seconda delle valutazioni. Dei 127 miliardi analizzati, 20,6 hanno ridotto artificialmente i costi dei combustibili fossili per ragioni economiche.
Non c’è ancora una definizione universale di sussidi ambientalmente dannosi, ma dal 2015 il catalogo è diventato uno strumento di trasparenza essenziale per capire dove finiscono le risorse pubbliche e con quali effetti ambientali. “Il catalogo è uno strumento importante nel perseguire un riallineamento tra le politiche fiscali e di bilancio, le politiche energetiche e climatiche, e la sostenibilità della finanza pubblica”, spiega a Materia Rinnovabile Caterina Molinari, analista di ECCO, il think tank italiano per il clima. “Si dovrebbe però affiancare una programmazione di medio termine, trasparente e con tempistiche chiare, per una riforma e l’eliminazione della totalità dei sussidi ambientalmente dannosi.”
Stop all’esenzione di accisa sull'inquinante gasolio
La riduzione dei SAD nel 2025 è stata trainata, tra le altre cose, dal riallineamento dell’accisa sul diesel con quella della benzina nel trasporto privato. Oltre a risparmiare 600 milioni di euro, il governo ha smesso di privilegiare fiscalmente un carburante molto inquinante: nel 2022 i veicoli a gasolio sono infatti stati responsabili del 68,9% delle emissioni di gas serra da trasporto su strada rispetto al 22,5% di quelli a benzina.
Tuttavia, l’aumento del prezzo del gasolio ha messo in difficoltà le imprese di autotrasporto di merci e passeggeri, che dipendono molto da quel carburante. Per attenuare l’impatto, il governo ha quindi stanziato rimborsi per 1,3 miliardi di euro, vanificando in parte i risparmi e i potenziali benefici climatici ottenuti dal ripristino dell’accisa.
“Uniformare l'imposizione di due prodotti energetici usati per lo stesso scopo ha eliminato un segnale di prezzo ingiustificato dal punto di vista climatico”, precisa Molinari. “Questo approccio va esteso. Oggi l'elettricità, il vettore più efficiente e più rapido da decarbonizzare, sconta un’imposizione di tasse e oneri sistematicamente superiore a quella dei corrispettivi fossili in tutti i settori. È una distorsione che il Catalogo dovrebbe iniziare a riconoscere e misurare come sussidi ambientalmente dannosi a tutti gli effetti, aprendo la strada a una riforma della fiscalità energetica che sostenga, e non ostacoli, l'elettrificazione.”
I SAD da “rimodulare”
Nel 2025 la metà dei SAD (11,6 miliardi di euro) ha supportato prodotti energetici, soprattutto carburanti. Dall’esenzione dell’accisa sul cherosene, l’aviazione (anche commerciale) ha ottenuto sussidi per 1,6 miliardi di euro, in costante aumento dal 2021. Mentre il settore marittimo ne ha riscossi 612 milioni.
“Accogliamo con favore il calo, ma alcuni sussidi dannosi continuano a non essere registrati o a non essere quantificati, e non capiamo perché dal 2019 le esenzioni dal pagamento delle royalties per le estrazioni del gas ammontano sempre a 5 milioni indipendentemente dalla quantità di gas estratto”, spiega a Materia Rinnovabile Katiuscia Eroe, responsabile energia di Legambiente, associazione ambientalista che da 10 anni esamina scrupolosamente ogni edizione del catalogo. La franchigia riguarda solo le quantità prodotte annualmente inferiori a 10 milioni di metri cubi a terra e 30 milioni offshore. Tuttavia, secondo una stima di Legambiente, il valore totale delle esenzioni risulterebbe più alto di 5 milioni e comunque variabile nel tempo, cosa che dal catalogo non emerge.
Un altro sussidio concesso al mondo del fossile che secondo Legambiente andrebbe segnalato nel catalogo, e poi eliminato, riguarda i canoni troppo generosi delle concessioni per la ricerca e le estrazioni di idrocarburi. Oggi in Italia per un permesso di prospezione (studio preliminare e non esclusivo) le imprese pagano appena 92,50 euro a kmq, 185,25 euro a kmq per un permesso di ricerca e 1.481 euro a kmq per l'estrazione. Se i canoni venissero adeguati a quelli di altri paesi europei, lo stato italiano nel 2024 avrebbe potuto incassare 148,5 milioni di euro.
Dai 17 miliardi di euro registrati nel 2020, i sussidi dannosi hanno raggiunto il picco nel 2023, con 26 miliardi e mezzo. In questi anni la pandemia da Covid-19, l’invasione russa in Ucraina e ora la chiusura dello stretto di Hormuz non hanno certo accelerato il faticoso processo di eliminazione dei SAD. Gli effetti economici e sociali delle crisi energetiche vengono spesso tamponate con misure emergenziali come la riduzione delle accise sui carburanti a favore di cittadini e imprese energivore. Eroe lo reputa un approccio miope, che non velocizza il phase out dei sussidi alle fossili: "Distribuire risorse pubbliche riduce l’effetto dei costi ed è una misura socialmente corretta durante una crisi energetica, ma se non rimoduliamo questi sussidi a favore della transizione energetica torneremo sempre al punto di partenza”.
I sussidi ambientalmente favorevoli sono inefficienti?
Rispetto al 2024 aumentano di 12,5 miliardi i sussidi considerati favorevoli, ovvero quelle agevolazioni e quegli incentivi che mirano principalmente a tagliare le emissioni di gas serra, l’inquinamento atmosferico e i consumi energetici: sono inclusi anche i sussidi con un impatto positivo dal punto di vista sociale e ambientale.
Trainati da un incremento significativo dei bonus di riqualificazione energetica dei condomini (bonus condomini da 15,4 miliardi), dalla misura Transizione 5.0 e dai sussidi per l’agricoltura sostenibile (7,8 miliardi di euro), sulla carta lo stato non ha mai sovvenzionato così tanto la transizione ecologica.
Tuttavia, secondo ECCO, questa spesa pubblica, in termini di supporto diretto e mancate entrate, si presenta in realtà come particolarmente inefficace, poiché l’Italia si conferma in ritardo rispetto agli obiettivi europei di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra. Ciò significa che l’Italia spende (o non preleva) annualmente risorse che non riescono ad avere un impatto positivo in termini di obiettivi climatici e di transizione. Riformare la fiscalità eliminando i sussidi alle fonti fossili è quindi il primo passo per accelerare la transizione ecologica.
Ci sarebbero poi da eliminare anche quei SAD che in piena crisi climatica hanno ancor meno senso di esistere. Come gli incentivi allo snowfarming, l’innevamento artificiale per le piste da sci che richiede grandi quantità d’acqua ed energia, spesso in località montane particolarmente vulnerabili al riscaldamento globale. Il MASE li inserisce tra i sussidi dannosi perché non presentano alcun requisito ambientale, intanto, però, le sovvenzioni al settore crescono ogni anno.
In copertina: immagine Envato
