Che l’economia circolare sia nel dna dell’India è una constatazione evidente per chiunque ci sia stato. Nella nazione del Mahatma Gandhi, il vuoto a rendere non è una pratica d’avanguardia e il riuso, spesso molto ingegnoso e creativo, di materiali di scarto, componenti meccaniche e oggetti di seconda mano è parte della vita quotidiana.

Oggi, tuttavia, il Paese è impegnato in un salto di scala. L’ambizioso piano lanciato da Narendra Modi e battezzato Viksit Bharat (letteralmente “India sviluppata”) ne immagina la trasformazione in una nazione prospera e moderna entro il 2047, in tempo per il centenario dell’Indipendenza. Uno sviluppo accelerato che dovrà incorporare anche i principi della sostenibilità e circolarità, riuscendo a integrare un enorme settore informale con le più innovative tecnologie nel campo del riciclo e le più collaudate pratiche e normative.

Ne abbiamo parlato con Shalini Bhalla, fondatrice dell’International Council for Circular Economy (ICCE), autrice del primo libro edito in India sull’economia circolare (Circular Economy. (Re)emerging Movement) e direttrice della prima rivista indiana sul tema, il Journal on Circular Economy.

 

Quando il concetto di economia circolare ha fatto il suo ingresso ufficiale in India?

Il concetto di economia circolare è, di fatto, parte integrante della cultura indiana da secoli. Le nostre pratiche tradizionali – dal riuso di vecchi abiti e contenitori alla riduzione degli sprechi – riflettono la filosofia fondamentale di mantenere i materiali in uso il più a lungo possibile. Questa mentalità profondamente radicata nella cultura indiana trova la sua espressione moderna nell’iniziativa Mission LiFE (Lifestyle for Environment), che si ispira ai nostri antichi saperi e al nostro ingegno in materia di consumo consapevole. Tuttavia, in termini di riconoscimento formale, supporto legislativo e più ampio cambiamento di mentalità, il 2020 ha segnato un traguardo significativo. In quell’anno, infatti, il Primo Ministro Narendra Modi e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen hanno firmato una dichiarazione congiunta che annunciava la collaborazione tra India e Unione Europea sull'economia circolare. Quel momento ha posto le basi per un dialogo strutturato, lo scambio di conoscenze e l'integrazione delle politiche sulla circolarità in India. Da allora, il think tank governativo NITI Aayog (National Institution for Transforming India) ha avuto un ruolo determinante nell'accelerare questa trasformazione. Il suo impegno nella razionalizzazione dei flussi di rifiuti e nella definizione delle priorità per gli interventi circolari ha dato impulso a iniziative in diversi settori, dall'edilizia all'elettronica, dal tessile all'agricoltura. Il governo indiano ha inoltre attivamente valutato e implementato misure politiche che integrano i principi dell'economia circolare nell'agenda nazionale per lo sviluppo. Lo slancio a cui stiamo assistendo oggi, sia attraverso roadmap industriali, integrazione accademica o collaborazioni pubblico-privato, riflette questo sforzo in continua evoluzione. Pertanto, sebbene l'economia circolare non sia una novità culturale per l'India, il suo ingresso formale nel dibattito politico e strategico risale al 2020, un anno che ha catalizzato la cooperazione nazionale e internazionale sulla trasformazione sostenibile.

Ci sono dei dati sul tasso di circolarità dell’India?

Ad oggi, non esiste nessun report che fornisca un tasso di circolarità esatto per l'India. A differenza del tasso di circolarità globale del 7,2%, calcolato da Circle Economy, il flusso dei materiali in India è più complesso da quantificare a causa del vasto settore informale e dei diversi sistemi di gestione dei rifiuti. Tuttavia, diversi indicatori suggeriscono che il tasso di circolarità dell'India possa essere superiore alla media globale, proprio come in altre economie emergenti. L'India ha avuto un fiorente settore del riciclo negli ultimi 40-50 anni, trainato non solo dalle imprese formali, ma anche da un solido settore informale. Questo settore svolge un ruolo cruciale nel mantenere i materiali in uso il più a lungo possibile, garantendo che anche quelli con un valore economico modesto vengano raccolti, riutilizzati o riciclati utilizzando le tecnologie esistenti. Dai rottamatori e kabadiwalas alle officine di riparazione locali, questi attori decentralizzati costituiscono la spina dorsale delle pratiche circolari in India. Se l'India si basasse su queste fondamenta e promuovesse modelli di business circolari come il noleggio, la rivendita e il riutilizzo attraverso misure politiche favorevoli – tra cui incentivi fiscali, sussidi o supporto normativo – potrebbe sbloccare significative opportunità di green jobs, ridurre la dipendenza dalle materie prime vergini e rafforzare un'economia parallela che non solo supporta la sussistenza, ma contribuisce anche alla sostenibilità ambientale. In sostanza, sebbene l'esatto tasso di circolarità non sia ancora stato formalmente documentato, l'India si trova in una posizione di vantaggio strategico. La convergenza di pratiche consolidate e di politiche emergenti offre al Paese un'opportunità unica per creare un modello di economia circolare che sia al tempo stesso inclusivo e rigenerativo.

Se il settore informale è la base da cui partire, quale può essere invece il ruolo dell'empowerment femminile in questo ambito?

È una buona domanda. In Paesi come l'India, e in molti altri, oggi parecchie donne stanno assumendo un ruolo da leader in materia di sostenibilità ed economia circolare. Se da un lato c'è una parte della popolazione femminile che necessita di supporto e di maggiore consapevolezza in materia di emancipazione, dall'altro le donne nelle metropoli guidano di fatto molte aziende e siedono nei consigli di amministrazione. Sostanzialmente l'India è divisa in due: da una parte c’è l'India urbana, dove le donne lavorano e sono istruite, e hanno ruoli quasi alla pari rispetto agli uomini; dall’altra, c’è l'India rurale, dove c'è ancora parecchio lavoro da fare sull'emancipazione femminile.

Ultimamente si è molto sentito parlare di Viksit Bharat, la grande visione di Narendra Modi per lo sviluppo dell’India. In cosa consiste questo piano?

Il Viksit Bharat è uno dei principali motori dell'economia indiana in questo momento. Viksit significa sviluppo, e l’idea è di trasformare l'India in un Paese autosufficiente e prospero entro il 2047, anno in cui si celebreranno i cento anni di indipendenza della nazione.  Il primo obiettivo è quindi un’India in cui la maggior parte della popolazione esca dalla povertà, in cui tutti abbiano una casa e un salario minimo. A questo scopo il governo ha già cominciato ad adottare una serie di politiche. Ad esempio, il Pradhan Mantri Awas Yojana, un programma di credito governativo per fornire a tutte le famiglie sussidi per alloggi dignitosi o prestiti per costruirsi una casa. Oggi, se si esplora l'India rurale, si scopre che la maggior parte delle persone si sta trasferendo dalle kutcha, le case tradizionali fatte di fango, a più sicure abitazioni in muratura. Il secondo obiettivo è la diffusione di servizi igienici sicuri. La missione Swachh Bharat (o Clean India Mission), avviata dal governo già nel 2014, si è impegnata innanzitutto a eliminare la defecazione all'aperto, e poi a rendere l'India rurale e urbana più pulita e verde attraverso una corretta gestione dei rifiuti. La terza iniziativa riguarda lo sviluppo di infrastrutture di qualità per la popolazione, in particolare strade, autostrade e una estesa rete ferroviaria. Un recente rapporto suggerisce che il 75% dello sviluppo infrastrutturale delle città indiane deve ancora essere completato. Possiamo quindi immaginare quanto lavoro ci sia ancora da fare e quanti progetti dovranno essere implementati nei prossimi anni per rendere il Viksit Bharat una realtà e non solo una visione. È una grande sfida, ma credo che siamo sulla buona strada.

Il piano include anche iniziative per l’economia circolare?

Sì, ci sono una serie di politiche per fare in modo che questo sviluppo non avvenga a scapito dell'ambiente, ma sia uno sviluppo sostenibile e circolare. Per quanto riguarda il settore delle infrastrutture, ad esempio, il ministero competente sta valutando il riutilizzo dei rifiuti da costruzione e demolizione. In che modo sfruttarli? Come introdurre un approccio modulare nel settore edile in modo che gli edifici dismessi possano essere riutilizzati più e più volte? Si sta anche studiando come aumentare la durata di vita degli edifici, come riutilizzare un territorio dopo una demolizione, come aumentare il numero di appalti verdi in diversi settori.

Per quanto riguarda l’economia circolare, il think tank NITI Aayog ha formato 11 sottocomitati per diversi settori e diversi flussi di rifiuti. Questi sottocomitati hanno lavorato su strategie di gestione che fondamentalmente assomigliano agli schemi end-of-life europei, ma che si concentrano anche sulla riduzione del rifiuto. Analizzando i report strategici forniti dai sottocomitati, il governo ha dunque individuato cinque settori prioritari su cui ora sta elaborando politiche di circolarità.

Queste politiche comprendono l’applicazione di schemi di responsabilità estesa del produttore?

L'EPR è attualmente applicato in India a cinque diversi settori: plastica, pneumatici, e-waste e batterie, olio esausto, tessile. Nei prossimi anni gli schemi verranno però estesi anche ad altri settori. Inoltre, l'EPR per la plastica include l’obbligo di riutilizzare il 30% di plastica riciclata nelle bottiglie nuove (PET-to-PET), facendo quindi un passo avanti rispetto ai semplici obblighi di raccolta e gestione e contribuendo a ridurre la dipendenza dai combustibili fossili.

Il rapido sviluppo delle energie rinnovabili in India significherà dover gestire nei prossimi anni anche il fine vita dei pannelli solari. Ci sono già delle iniziative per la cosiddetta “solar circularity”?

L’India ha in effetti l’obiettivo di raggiungere i 500 GW di energia rinnovabile installata entro il 2030 e stiamo lavorando molto per questo. Al contempo, si sta valutando come recuperare i materiali dei pannelli già oggi installati, che hanno una prospettiva di vita di 10-15 anni. Diciamo che il governo è pienamente consapevole del problema ed è a caccia della giusta innovazione.

Quali saranno le maggiori sfide per i prossimi anni nello sviluppo dell’economia circolare indiana?

La prima sfida sono senza dubbio le politiche. La maggior parte delle politiche odierne, non solo in India ma a livello globale, puntano sulla gestione del fine vita. Ma avremmo bisogno di più politiche che si concentrino sulla fase di progettazione, promuovendo il design sostenibile. Invece di gestire i propri rifiuti, l'industria dovrebbe iniziare a pensare a come eliminarli. La seconda sfida riguarda le tecnologie per il riciclo. In India esista un enorme settore informale che si occupa di riciclo da decenni, ma le tecnologie sono vecchie e il valore che si riesce a estrarre dai materiali è minimo rispetto a ciò che si potrebbe effettivamente ricavare. Nuove tecnologie, come il riciclo chimico, potrebbero generare un valore molto maggiore e aumentare il tasso di riciclo, ma servono investimenti nell’innovazione. Poi c’è il capitolo delle competenze: per attuare le politiche servono persone capaci di farlo. Per questo è necessario puntare sulla formazione, sulla comunicazione, sull’esperienza sul campo, integrando questi aspetti nelle nuove startup che stanno nascendo in questo settore. La nostra organizzazione ICCE lavora proprio su questi aspetti: innovazione, formazione, promozione. Formiamo i giovani sui principi dell’economia circolare, ispiriamo le imprese e le startup affinché adottino modelli circolari, incoraggiamo l’adozione di nuove tecnologie e innovazioni per il settore e, a livello macro, facciamo advocacy per l’implementazione di politiche circolari.

Avete anche una rivista, il Journal on Circular Economy. E quindi, da collega a collega, vorrei sapere: che impatto riuscite ad avere sulla società, sull’economia e sulla politica?

Abbiamo di recente pubblicato una dichiarazione d’impatto per dar conto del nostro lavoro in questi quattro anni di attività: i Paesi in cui ci siamo fatti conoscere, le città coinvolte, i corsi di formazione organizzati, le startup e aziende aiutate. La risposta breve è che abbiamo creato qualcosa di straordinario, soprattutto se si considera che abbiamo iniziato in una situazione non facile, durante il lockdown. È bello vedere la risposta che riceviamo sia dal mondo dell'industria che dai policymakers, e il nostro lavoro è stato elogiato non solo da enti e istituzioni in India, ma anche all’estero. Insomma, quello che siamo riusciti a fare fino ad ora è fantastico, ma richiede ancora un lavoro ben strutturato per il futuro.

 

In copertina: Shalini Bhalla