Apple ha ottenuto una vittoria rilevante in una causa per greenwashing negli Stati Uniti relativa al claim “carbon neutral” utilizzato per pubblicizzare alcuni modelli di Apple Watch. Il 20 febbraio, la giudice distrettuale Noël Wise del tribunale federale della California settentrionale ha infatti respinto la class action promossa da un gruppo di consumatori che metteva in dubbio l’effettiva compensazione delle emissioni legate ai dispositivi.

I ricorrenti sostenevano che l’azienda non avesse acquistato un numero sufficiente di crediti di carbonio per bilanciare l’impatto ambientale dei prodotti e contestavano l’affidabilità di quattro progetti ambientali su cui Apple basava le proprie dichiarazioni, oltre alla validità delle metodologie di calcolo adottate dall’ente di certificazione Verra, organizzazione non profit specializzata nella verifica delle compensazioni. Tuttavia, il tribunale ha stabilito che non vi fossero prove sufficienti per dimostrare che le affermazioni ambientali dell’azienda fossero false o intenzionalmente ingannevoli. I ricorrenti avrebbero tempo fino al 13 marzo per presentare una versione modificata dell’atto di citazione, ma hanno scelto di non proseguire.

Crediti di carbonio e responsabilità aziendale

La decisione si inserisce in un contesto particolarmente attivo per il contenzioso climatico. Le cause per greenwashing sono quasi raddoppiate dal 2020, raggiungendo circa 2.700 casi nel 2025. Secondo diversi esperti legali, la sentenza Apple in California fornisce alle imprese indicazioni utili su come comunicare ai consumatori l’uso dei meccanismi di compensazione.

L’Environmental Defense Fund (EDF), associazione ambientale statunitense senza scopo di lucro che ha sostenuto Apple in tribunale con una memoria in suo favore nel maggio 2025, ha sottolineato che una sentenza negativa avrebbe potuto disincentivare le aziende dall’investire nei mercati volontari del carbonio e dal fare affidamento su sistemi di verifica indipendenti. “Le aziende devono sapere che, con la dovuta diligenza e documentazione, tali affermazioni sono difendibili,” ha dichiarato Holly Pearen, responsabile legale per il carbon pricing di EDF.

Normative frammentate e approcci divergenti

Il caso evidenzia anche la frammentazione normativa a livello internazionale. Negli Stati Uniti le Green Guides della Federal Trade Commission, che disciplinano la comunicazione ambientale, sono in attesa di aggiornamento. In Europa, invece, proseguono i negoziati sulla Green Claims Directive e diversi paesi hanno adottato interpretazioni più restrittive.

Questa divergenza ha già prodotto esiti giudiziari opposti. Nell’agosto 2024 Apple ha perso una causa analoga in Germania davanti al tribunale regionale di Francoforte, su ricorso dell’organizzazione ambientalista Deutsche Umwelthilfe, che però poggiava su basi differenti. I giudici hanno infatti ritenuto ingannevoli le dichiarazioni di neutralità carbonica perché i progetti forestali utilizzati da Apple per la compensazione in Paraguay erano garantiti solo fino al 2029, mentre un consumatore può ragionevolmente aspettarsi impegni climatici estesi almeno al 2050.

Il tribunale ha inoltre evidenziato criticità ecologiche, tra cui l’uso di piantagioni monoculturali di eucalipto, vulnerabili a siccità e incendi e con capacità limitata di stoccaggio a lungo termine della CO₂. Di conseguenza, ad Apple è stato vietato di pubblicizzare l’Apple Watch come prodotto a zero emissioni in Germania, ma l’azienda ha già iniziato a eliminare l’uso di alcune espressioni come “carbon neutral” anche fuori dai confini tedeschi, in vista delle future normative europee.

Le due sentenze, comunque, mostrano come il controllo legale sulle dichiarazioni ambientali stia diventando sempre più rigoroso. Se negli Stati Uniti prevale la valutazione dell’intenzionalità ingannevole, in Europa cresce l’attenzione sulla solidità scientifica dei progetti di compensazione e sulle aspettative dei consumatori.

 

In copertina: Tim Cook, foto di John Angelillo/UPI/Shutterstock (15360850ac), Agenzia IPA