Un terzo del cibo prodotto nel mondo non viene mai mangiato. Se lo spreco alimentare fosse un paese, sarebbe il terzo emettitore di gas serra al mondo e, non a caso, ridurre lo spreco alimentare è una delle azioni più rapide ed efficaci per combattere la crisi climatica. A dirlo sono FAO, UNEP e Project Drawdown, che hanno nei propri report più volte espresso quanto sia ampio il fenomeno dello spreco alimentare. La Giornata nazionale di prevenzione dello spreco alimentare, celebrata il 5 febbraio, punta a sottolineare quanto lo spreco non sia solo di cibo: è uno spreco di risorse, energia e lavoro, con effetti diretti sull’ambiente, sull’economia e sulla nostra sicurezza alimentare.

Secondo l’Osservatorio Waste Watcher International, lo spreco alimentare domestico italiano raggiunge 555,8 grammi a settimana pro capite, ma la distribuzione geografica evidenzia alcune differenze: si spreca meno al Centro (490,6 g) e al Nord (515,2 g), mentre il Sud registra i valori più alti (628,6 g). Anche la composizione dei nuclei familiari influisce: le famiglie con figli sprecano in media il 17% in meno, e i grandi comuni il 9% in meno rispetto ai centri più piccoli.

La classifica dei cibi più sprecati vede in testa frutta fresca, verdura fresca e pane, seguiti da insalata, cipolle, aglio e tuberi. Come i dati evidenziano, gli sprechi sono fortemente legati alla gestione domestica, ma anche a problemi strutturali della filiera e alla logistica distributiva.

Una sfida europea

La situazione, tuttavia, non è molto migliore in Europa. Secondo l’Eurostat, ogni anno vengono sprecati circa 58 milioni di tonnellate di cibo, pari a circa 130 kg pro capite, per un costo economico stimato in oltre 130 miliardi di euro. Allo stesso tempo, però, oltre 42 milioni di persone non possono permettersi un pasto di qualità ogni due giorni.

Se all’interno dell’Unione Europea oltre la metà dello spreco alimentare si concentra a livello domestico, il problema attraversa l’intera catena del valore: produzione agricola, trasformazione, distribuzione, ristorazione e consumo finale. Viste le proporzioni del problema, la Commissione europea ha inserito la riduzione dello spreco alimentare tra le priorità del Green Deal e dell’Agenda 2030, con l’obiettivo di contribuire al raggiungimento dell’Obiettivo di sviluppo sostenibile 12.3, che punta a dimezzare lo spreco alimentare pro capite entro il 2030.

Negli ultimi anni, accanto alle politiche comunitarie e ai quadri normativi in evoluzione, sono emerse numerose iniziative locali che dimostrano come la prevenzione possa diventare una leva concreta di sostenibilità, innovazione e coesione sociale.

Dalle mense scolastiche alle città: esempi virtuosi

Le soluzioni esistono e l’Europa ne offre esempi concreti. Nel nord della Francia, l’area metropolitana di Lille ha avviato un programma di monitoraggio e riorganizzazione delle mense scolastiche che ha portato a una riduzione degli sprechi fino al 30% in un solo anno. L’intervento si è basato su una migliore pianificazione dei pasti, sull’adeguamento delle porzioni e sul coinvolgimento diretto di studenti e famiglie, dimostrando come anche piccoli cambiamenti organizzativi possano generare risultati significativi.

Gli sforzi fanno parte di una strategia più ampia delineata nel Programma locale per la prevenzione dei rifiuti domestici e simili (PLPDMA) che risponde alla crescente necessità di ridurre i rifiuti nell'area metropolitana di Lille (MEL). Adottato inizialmente nel 2016, il programma è stato rivisto nel 2021 per allinearlo agli obiettivi fissati per il 2030 nel piano generale di gestione dei rifiuti della MEL e alla legge francese antisprechi del 2020, che prevede una riduzione del 15% dei rifiuti domestici pro capite tra il 2010 e il 2030.

A Tallinn, in Estonia, lo spreco alimentare è stato integrato in una più ampia strategia di economia circolare urbana. La città ha sostenuto sistemi di raccolta e redistribuzione delle eccedenze alimentari provenienti da supermercati, ristoranti e cittadinanza, in collaborazione con il banco alimentare locale. Il risultato è un modello che riduce i rifiuti e, allo stesso tempo, rafforza le reti di solidarietà sul territorio.

In Portogallo, nel comune di Almada, la cooperativa di consumatori Fruta Feia (frutta brutta), mette in contatto i produttori con eccedenze di frutta e verdura, che non soddisfano gli standard estetici dei principali rivenditori, con i consumatori che possono acquistare cesti alimentari a prezzi ridotti. Il comune ha contribuito mettendo a disposizione spazi pubblici per la gestione della distribuzione, e il progetto è ora attivo in 14 punti di consegna in tutto il Portogallo. L’iniziativa ha messo in contatto oltre trecento produttori con circa ottomila consumatori, evitando lo spreco di più di tremila tonnellate di cibo.

Quando l’innovazione incontra il consumo

Accanto alle iniziative governative locali, regionali e nazionali, anche le soluzioni digitali stanno giocando un ruolo crescente. È il caso di Too Good To Go, piattaforma nata in Danimarca e oggi diffusa in gran parte d’Europa, che consente a ristoranti, panifici e supermercati di vendere a prezzo ridotto le eccedenze invendute. L’app ha contribuito a salvare milioni di pasti, trasformando lo spreco in una scelta quotidiana accessibile ai consumatori.

Un altro esempio interessante arriva dall’Ungheria, dove il Project Wasteless, cofinanziato dall’Unione Europea, ha combinato campagne di sensibilizzazione e misurazione sistematica dei rifiuti domestici. Il progetto ha dimostrato come una maggiore consapevolezza dei comportamenti individuali possa tradursi in una riduzione concreta dello spreco alimentare nelle famiglie.

Anche oltre i confini europei, non mancano le aziende che hanno raccolto la sfida. Tra di esse, figurando la ghanese Agromyx, che trasforma scarti alimentati in farine e altri prodotti confezionati che hanno una durata di conservazione più lunga, e la keniana Farm to Feed, che aggrega prodotti imperfetti, di recupero e in eccedenza da una rete di migliaia di piccoli agricoltori in tutto il paese e, attraverso una piattaforma digitale, li distribuisce B2B a clienti come programmi di alimentazione, mercati al dettaglio e trasformatori alimentari a prezzi accessibili. Nato come programma di emergenza Covid, il progetto è cresciuto fino a diventare un'impresa sociale autosufficiente incentrata sulla riduzione degli sprechi alimentari.

Le diverse esperienze mostrano che la prevenzione dello spreco alimentare è un’opportunità per ripensare il funzionamento dei sistemi alimentari locali. Politiche pubbliche, innovazione tecnologica, modelli di business alternativi e cambiamento dei comportamenti individuali possono convergere verso un obiettivo comune: dare valore al cibo lungo tutta la filiera.

 

In copertina: immagine Envato