In Italia non sarà più possibile vendere piatti, stoviglie e cannucce etichettate come riutilizzabili in modo ingannevole. A renderlo legge è il decreto PNRR pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 20 aprile, che introduce nuovi criteri tecnici che stabiliscono finalmente se un prodotto è riutilizzabile oppure no.
Il provvedimento va quindi a colmare un vuoto normativo che consentiva di eludere la direttiva sulla plastica monouso (Single use Plastic Directive): pur vietando alcuni prodotti in plastica monouso, la normativa europea non specifica i requisiti di riuso di un manufatto. Così per anni, alcuni produttori si sono approfittati di questa lacuna continuando a commercializzare prodotti in plastica leggermente più spessi e lavabili, ma sostanzialmente analoghi ai vecchi monouso.
I nuovi criteri variano in base al prodotto: i piatti non devono eccedere una serie di quozienti tra diametro e peso, mentre per posate, cannucce e agitatori per bevande il parametro di riferimento sarà il rapporto tra peso e lunghezza, che dovrà risultare superiore a 0,5 grammi per centimetro.
Quando un prodotto può essere definito davvero riutilizzabile
Erano due anni che Assobioplastiche, l’associazione italiana di produttori di bioplastica, chiedeva alle istituzioni una chiara definizione di “riutilizzo” per bloccare il fenomeno dei prodotti “pseudo riutilizzabili", in competizione con quelli biodegradabili e compostabili.
Dopo l’avvio di un tavolo tecnico, nell’estate del 2025 il Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica (MASE) ha inviato alla Commissione europea una proposta di regola tecnica per la definizione dei requisiti di riutilizzabilità dei prodotti in plastica destinati a entrare in contatto con gli alimenti. Qualche mese dopo la richiesta ha superato la procedura TRIS (Technical Regulations Information System).
“Il lavoro non è partito da una definizione teorica di riutilizzabilità, ma da una ricognizione del mercato, con l’obiettivo di capire cosa fosse realmente presente a scaffale, come i prodotti venissero comunicati e quale utilizzo ne venisse effettivamente fatto”, dice a Materia Rinnovabile Luca Bianconi, presidente di Assobioplastiche. “Nella definizione della regola tecnica è emersa anche una riflessione più ampia sul concetto stesso di riutilizzo. Ovvero che non conta solo che un prodotto sia tecnicamente idoneo a essere usato più volte, ma anche che questa caratteristica sia riconoscibile e credibile per il consumatore.”
Il provvedimento porterà effetti immediati sulla GDO, dove gli scaffali del monouso ospitano da anni linee di piatti e posate in plastica rigida etichettate come riutilizzabili ma che spesso non soddisfano reali criteri di riutilizzabilità, tra cui numeri di lavaggi e temperature.
Secondo un’indagine dell’associazione ambientalista Legambiente diffusa a marzo 2025, su 317 prodotti esaminati il 38% non specifica il numero di lavaggi massimi o consigliati per il riutilizzo; solo l’8% dei prodotti riporta informazioni coerenti circa la possibilità d’uso in lavastoviglie e nel microonde; sono presenti certificazioni solo nel 35% dei prodotti e nel 70% dei casi non riguardano la riutilizzabilità.
Per verificare la reale riutilizzabilità, nel 2021 alcuni volontari dell’associazione Rethink Plastic Alliance hanno messo i piatti in lavastoviglie: dopo pochi cicli la plastica ha cominciato a scheggiarsi e a contaminare il cibo.
“Per anni il mercato italiano è stato prigioniero di un paradosso: stoviglie identiche ai vecchi piatti in plastica, ma mascherate da un’etichetta che prometteva un riutilizzo quasi mai reale”, ha dichiarato Andrea Zanini, CEO di SignorBIO. “Finalmente restituiamo verità ai consumatori, che per troppo tempo hanno acquistato prodotti convinti di fare una scelta ecologica, mentre si trovavano tra le mani semplici plastica monouso.”
Concorrenza sleale e dumping fanno calare il fatturato
Dopo un decennio di crescita costante, tra il 2012 e il 2022, l’industria italiana delle bioplastiche nell’ultimo biennio (2023/2024) ha registrato una pesante inversione di tendenza. Il fatturato complessivo è sceso a 704 milioni di euro (-15% rispetto al 2023) nonostante una leggera crescita nei volumi. Secondo Assobioplastiche a frenare il comparto sarebbero soprattutto fattori distorsivi: la competizione sleale da parte di sacchetti illegali e stoviglie “pseudo-riutilizzabili", l’importazione di shopper e manufatti a basso costo e di dubbia qualità dall’Asia.
“Al momento non sono ancora disponibili i dati definitivi del 2025, ma dai segnali raccolti sembra confermarsi la tendenza negativa già registrata nel 2024”, spiega Bianconi. “La cosa non ci sorprende, era previsto che le cose non cambiassero sostanzialmente. Ci aspettiamo però un’inversione di tendenza per i prossimi anni, grazie anche alle novità normative che riguardano le stoviglie e gli imballaggi.”
Nonostante molte delle bioplastiche prodotte in Italia derivino da fonti rinnovabili, la crisi geopolitica ed energetica dello stretto di Hormuz non risparmiano il settore: energia, logistica e disponibilità di alcune componenti incidono anche sui costi industriali.
Secondo Bianconi la competitività oggi dipende sempre meno dal costo della singola materia prima e sempre di più dalla stabilità delle filiere, dalla disponibilità di infrastrutture e dalla capacità di offrire soluzioni conformi alle nuove regole di mercato. Tuttavia, conclude, in alcuni casi le filiere delle bioplastiche hanno mostrato una maggiore resilienza grazie a catene di approvvigionamento più integrate e meno esposte alle oscillazioni di breve periodo.
In copertina: immagine Envato
