L’estate del 2026 è stata segnata da ondate di calore estreme e lunghi periodi di siccità che hanno interessato più volte il continente. Secondo i dati di Copernicus, entro la fine dell’estate il 52% del territorio europeo è stato interessato da uno stress da caldo definito “molto intenso”, associato a temperature percepite pari o superiori ai 38°C. Gli effetti del caldo e della siccità si sono fatti sentire anche sui fiumi europei, che durante l’estate, la più calda registrata finora, hanno registrato le portate più basse da oltre trent’anni.
Le ondate di calore hanno causato decine di migliaia di morti e hanno avuto conseguenze pesanti sulla salute delle persone. Le temperature estreme hanno inoltre messo sotto pressione l’agricoltura e diverse attività industriali. E mentre gli effetti del caldo estremo diventano sempre più evidenti, i modelli climatici aiutano a capire come questi fenomeni potrebbero evolvere nei prossimi anni e quali aree dell’Europa potrebbero essere maggiormente interessate.
Di questo si è parlato in un incontro online dedicato all’estate del 2026, alle previsioni dei modelli climatici e al ruolo delle informazioni sul clima nelle decisioni prese a livello locale, a cui ha partecipato anche Materia Rinnovabile. L’evento è stato organizzato da EXPECT e Impetus4Change (I4C), due progetti di ricerca finanziati dal programma europeo Horizon. Il primo lavora per migliorare la comprensione e la previsione dei cambiamenti climatici su scala regionale, mentre il secondo si impegna a tradurre le più recenti scoperte della scienza del clima in informazioni climatiche utilizzabili a livello locale, proprio dove vengono messe a terra le misure di adattamento climatico.
“Tutti gli indizi suggeriscono che eventi come quelli dell'estate del 2026 diventeranno più frequenti nei prossimi anni”, ha spiegato Stefan Sobolowski, a capo del progetto Impetus4Change, professore di ricerca presso NORCE e responsabile di ricerca presso il Bjerknes Center for Climate Research. “Sulla base delle nostre attuali conoscenze, è molto probabile che qualsiasi stima della ‘frequenza’ sia sottostimata.”
Un’Europa sempre più calda
Negli ultimi decenni l’Europa è stata il continente che si è riscaldato più rapidamente, con un aumento medio della temperatura di 0,56°C per decennio, superata solo dalla regione artica, dove il ritmo ha raggiunto gli 0,75°C. Nello stesso periodo, la media globale è aumentata di 0,27°C. Il riscaldamento del continente è dovuto alle emissioni di gas climalteranti, ma anche ad altri processi regionali che ne amplificano gli effetti. Il rapido riscaldamento estivo è dovuto a cambiamenti su larga scala nella circolazione atmosferica, influenzati da diversi fattori, come le teleconnessioni oceaniche e la fusione dei ghiacci della Groenlandia.
Se a livello globale i modelli climatici riescono a fornire previsioni piuttosto accurate, su scala regionale la situazione è più complessa. E come spiega Markus Donat, professore di ricerca ICREA, group leader presso il Barcelona Supercomputing Center (BSC) e responsabile del progetto EXPECT, “la ricerca mostra che i cambiamenti su larga scala degli andamenti meteorologici contribuiscono ad amplificare il riscaldamento estivo in Europa. Rispetto a quanto osservato, gli attuali modelli climatici sottostimano questi cambiamenti a livello regionale. Ciò significa che potrebbero fornire stime troppo conservative del riscaldamento previsto nei prossimi anni. Dovremmo quindi aspettarci, e prepararci ad affrontare, estati in Europa ancora più calde di quanto previsto oggi”.
Tutti questi elementi fanno pensare che nei prossimi anni l’Europa sarà costretta a fare i conti con ondate di calore ed eventi meteorologici estremi sempre più frequenti, con conseguenze negative non solo per la salute delle persone, ma anche per un’economia europea che non sta attraversando uno dei suoi momenti migliori. La prospettiva di nuove perdite di vite umane e dei costi economici necessari per affrontare i danni provocati dagli eventi estremi nei prossimi decenni porta a riflettere non solo sull’importanza della mitigazione, ma anche, considerato il rapido riscaldamento del continente, sulla necessità di investire nell’adattamento. Ridurre le emissioni resta essenziale, ma altrettanto importante sarà preparare città, infrastrutture e territori a condizioni climatiche che, almeno in parte, sono ormai inevitabili.
Del resto, come ha ricordato anche un recente rapporto dell’UNEP, la risposta alla crisi climatica deve tenere assieme mitigazione e adattamento, dando priorità alle misure capaci di contribuire a entrambi gli obiettivi: rendere i territori più resilienti e, allo stesso tempo, ridurre le emissioni di CO₂ e degli altri gas climalteranti.
Il caso di Barcellona
Nonostante rimangano alcuni elementi di incertezza, le previsioni climatiche riferite a specifiche aree territoriali sono fondamentali per orientare le decisioni sull’adattamento a livello locale. Rendere queste informazioni accessibili significa dare alle pubbliche amministrazioni la possibilità di prepararsi per tempo, invece di intervenire soltanto quando gli effetti della crisi climatica sono già evidenti, e di mettere in campo misure capaci di limitarne le conseguenze più gravi.
Un esempio arriva da Barcellona, dove i bollettini di previsione sub-stagionali vengono utilizzati dalle autorità comunali per prepararsi alle ondate di calore intenso. Le informazioni sulle condizioni attese nelle settimane successive aiutano a organizzare i rifugi climatici, a gestire le attività sportive e a adottare misure specifiche per proteggere le comunità più vulnerabili. In questo modo, le previsioni climatiche diventano uno strumento concreto per anticipare gli effetti del caldo, anziché limitarsi a descriverli quando si sono già verificati.
In copertina: Roma, agosto 2026, foto di Vincenzo Landi/MDPhoto, Agenzia IPA
