Il 22 agosto 2025 è stata una data nera per l’industria eolica offshore americana. Mancavano poche settimane al traguardo finale, ma in quel giorno il progetto Revolution Wind di Ørsted ha ricevuto un ordine di stop federale che ha di fatto bloccato tutti i lavori in mare. Il progetto, terminato all’80% con 45 delle 65 turbine già installate, avrebbe dovuto alimentare oltre 350.000 abitazioni tra Rhode Island e Connecticut a partire dal 2026.

Come una biglia su un piano inclinato, quelle poche righe vergate su carta intestata della Casa Bianca hanno scatenato reazioni a catena fino ad avere un impatto immediato e devastante sui mercati: le azioni del colosso danese sono subito crollate del 17% raggiungendo i minimi storici, e portando le perdite da inizio anno al 45%.

Sono gli effetti concreti di quella presa di posizione annunciata da Trump subito dopo la sua elezione. Il tutto mentre la Cina sta costruendo il più grande parco solare al mondo in Tibet, un progetto da 610 km², pari all’area di Chicago, che alimenterà 5 milioni di famiglie con oltre 7 milioni di pannelli solari.

Il Bureau of Ocean Energy Management (BOEM) ha giustificato la decisione citando vaghe "preoccupazioni di sicurezza nazionale", senza peraltro specificare le motivazioni concrete. Un déjà-vu che nasconde una battaglia più ampia tra l’amministrazione Trump e l'industria delle energie rinnovabili, con Ørsted che si trova in prima linea in uno scontro che va oltre la semplice politica energetica per toccare interessi economici consolidati.

Il gigante verde sotto assedio

Possiamo dire senz’altro che Ørsted rappresenta oggi il simbolo della transizione energetica globale. Con sede a Fredericia, in Danimarca, l’azienda conta circa 8.900 dipendenti ed è quotata al NASDAQ di Copenhagen con un fatturato al 2023 di 79,3 miliardi di corone danesi (10,6 miliardi di euro). Ma il dato più significativo è la sua posizione dominante nel settore: Ørsted detiene circa il 30% della capacità eolica offshore installata a livello mondiale, confermandosi come leader indiscusso del settore.

La storia dell’azienda è emblematica della trasformazione energetica europea. Nata nel 1972 come Dansk Naturgas per gestire le risorse di gas e petrolio del Mar del Nord, diventa poi DONG Energy negli anni Novanta. La svolta arriva nel 2017, quando decide di abbandonare completamente i combustibili fossili, vendendo le attività petrolifere e del gas a Ineos per 1,05 miliardi di dollari. Il cambio di nome in Ørsted, in onore dello scienziato danese Hans Christian Ørsted, simboleggia questa metamorfosi radicale.

I riconoscimenti internazionali confermano il successo della strategia: Corporate Knights ha incoronato Ørsted come "azienda più sostenibile del mondo", mentre il Carbon Disclosure Project l’ha inserita nella lista 'A' delle aziende più virtuose per impatto ambientale. Con il 50,1% delle quote di proprietà del governo danese, Ørsted genera oggi il 90% della sua energia da fonti rinnovabili e mira ad aumentarla oltre il 99% entro il 2025, con l’obiettivo di raggiungere emissioni nette zero entro il 2040.

La spirale negativa dei precedenti

Il blocco di Revolution Wind non è un caso isolato, ma l’ultimo anello di una catena di attacchi sistematici alle energie rinnovabili iniziata con l’insediamento di Trump. Il precedente più inquietante riguarda il progetto Empire Wind 1 della norvegese Equinor: ad aprile 2025, il BOEM aveva emesso un ordine di stop simile, causando perdite per 763 milioni di dollari prima che l’ordine venisse revocato dopo un mese di intense negoziazioni politiche.

La cronologia degli attacchi di Trump all’eolico è impressionante nella sua sistematicità. Il 20 gennaio 2025, primo giorno di mandato, firma un memorandum che sospende tutte le approvazioni federali per progetti eolici e ordina una revisione completa dei progetti esistenti. Ad agosto, l’amministrazione include le turbine eoliche tra i prodotti soggetti a dazi del 50% su acciaio e alluminio, colpendo direttamente la catena di fornitura del settore. Parallelamente, viene lanciata un’indagine federale sugli aerogeneratori per “determinare gli effetti sulla sicurezza nazionale”, senza fornire prove concrete delle presunte minacce.

Il culmine di questa campagna arriva il 20 agosto, quando Trump pubblica su Truth Social: “Eolico e solare = LA TRUFFA DEL SECOLO!”, accompagnando il post con accuse di legami tra energia rinnovabile e costi elettrici più alti, una narrativa smentita da tutti i dati economici disponibili.

Per Ørsted, gli impatti finanziari si sono accumulati in una spirale negativa devastante. L’azienda aveva annunciato un aumento di capitale da 60 miliardi di DKK (8,9 miliardi di dollari) per rafforzare la posizione finanziaria e completare il portafoglio di progetti da 8,1 GW entro il 2027, ma ora questo piano è sotto revisione. I problemi si aggiungono alle difficoltà del 2023, anno in cui Ørsted ha riportato una perdita netta di 20 miliardi di corone danesi (2,7 miliardi di euro), che ha portato alla sospensione dei dividendi e al licenziamento di 800 dipendenti.

Tra speranza e incertezza: gli scenari futuri

Nonostante la gravità della situazione, il precedente di Empire Wind offre alcuni motivi di ottimismo. Il progetto di Equinor era stato bloccato con motivazioni simili, ma la revoca dell'ordine dopo negoziazioni tra il governatore di New York e la Casa Bianca ha dimostrato che le decisioni possono essere ribaltate attraverso pressioni politiche e compromessi.

Revolution Wind gode di alcuni fattori favorevoli che potrebbero facilitare una risoluzione positiva. Il progetto è completamente approvato dopo un iter burocratico di nove anni, con tutti i permessi federali e statali ottenuti durante l'amministrazione Biden. I contratti ventennali da 400 MW per il Rhode Island e 304 MW per il Connecticut sono già firmati, creando obblighi contrattuali difficili da ignorare. Inoltre, il progetto adiacente South Fork Wind, che utilizza la stessa tecnologia di turbine Siemens Gamesa, sta operando con un capacity factor del 53% nel primo semestre 2025, in linea con le fonti di energia di base dello stato di New York.

In un comunicato ufficiale, l'azienda ha fatto sapere di star "valutando tutte le opzioni per risolvere rapidamente la questione, inclusi ricorsi legali e negoziazioni con le autorità competenti". Dalla sua parte ha il governatore del Connecticut Ned Lamont, che ha espresso la volontà di “lavorare con l'amministrazione Trump per riavviare la costruzione”, mentre il governatore del Rhode Island Dan McKee ha definito l'ordine una decisione che “mina gli sforzi per espandere la fornitura energetica e ridurre i costi per famiglie e imprese”.

Jacob Pedersen, analista di Sydbank, rimane ottimista: “Lo scenario più probabile è che la questione venga risolta a favore di Ørsted, con l'aiuto della politica oppure in tribunale”, ma ammette che l'incertezza potrebbe protrarsi per mesi.

La rete nascosta delle lobby petrolifere

Mentre l'attenzione si concentra sulle decisioni politiche di Washington, il professor J. Timmons Roberts e il suo Climate & Development Lab della Brown University hanno pubblicato uno studio esplosivo che rivela le connessioni tra gruppi apparentemente ambientalisti e l'industria petrolifera.

La ricerca ha identificato una fitta rete di studi legali finanziati da compagnie petrolifere che operano attraverso finti gruppi ambientalisti per diffondere disinformazione contro i progetti eolici. L'obiettivo è chiaro: “mantenere lo status quo a favore del consumo di petrolio”, mascherando interessi economici dietro preoccupazioni ambientali fittizie.

Un caso emblematico è quello dei "Nantucket Residents Against Turbines" (successivamente rinominato "ACK for Whales"), gruppo guidato da Vallorie Oliver che si oppone al progetto Vineyard Wind sostenendo di proteggere le balene franche nordatlantiche. Il gruppo è supportato da David Stevenson, direttore del Caesar Rodney Institute (CRI), un think tank conservatore del Delaware che riceve finanziamenti da compagnie petrolifere. Stevenson guida anche l’American Coalition for Ocean Protection e ha servito nel team di transizione EPA dell'amministrazione Trump.

Il Caesar Rodney Institute finanzia un'intera rete di organizzazioni apparentemente locali come "Save Our Beach View", "Save Long Beach Island" e "Protect Our Coast NJ", tutti presentati come movimenti grassroots spontanei ma in realtà collegati agli stessi finanziatori fossili. Come ha documentato Popular Information, i media "routinariamente non riescono a menzionare le connessioni con CRI quando scrivono sui gruppi residenti, diffondendo invece molte delle loro affermazioni fuorvianti sull'energia pulita".

Il caso di Revolution Wind è emblematico di questo modus operandi. Lo studio legale Marzulla Law, che rappresenta il gruppo Green Oceans (uno dei principali oppositori del progetto), è al centro di una rete che collega personaggi politici conservatori, gruppi di pressione e, alla base, finanziatori dell'industria fossile. La reazione alla pubblicazione della ricerca è stata immediata e aggressiva: Marzulla Law ha inviato una lettera di minaccia alla Brown University chiedendo il ritiro dello studio e minacciando azioni legali per sospendere i finanziamenti all'università.

Fortunatamente, la Brown University ha risposto sostenendo la libertà di ricerca del proprio personale docente, ma il tentativo di censura rivela la sensibilità del tema. La ricerca documenta come questi gruppi utilizzino tattiche sofisticate: creano organizzazioni dal nome accattivante che si presentano come difensori dell'ambiente, diffondono studi pseudoscientifici sui rischi delle turbine eoliche, e organizzano campagne mediatiche per influenzare l'opinione pubblica locale.

Il fenomeno non è limitato agli Stati Uniti. Strategie simili sono state documentate in Europa e altri mercati chiave per l’eolico offshore, suggerendo un coordinamento internazionale degli sforzi anti-rinnovabili. Un modo che si sta rivelando molto efficace per rallentare, se non bloccare, la transizione energetica.

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In copertina: immagine Envato