Il tempo di un caffè al bancone, un paio di minuti, e in Italia altri 380 metri quadrati di terra, poco meno di un campo da basket, sono finiti sotto asfalto, cantieri o pannelli. Moltiplicato per un anno intero, il conto del 2025 arriva a 102,4 chilometri quadrati, il 22,4% in più dell'anno precedente, e al netto dei ripristini si ferma a 95, quattro quinti del comune di Napoli e il valore più alto da quando, nel 2012, il Sistema nazionale per la protezione dell'ambiente (SNPA) ha cominciato a misurarlo.
L'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA) ha presentato oggi, martedì 27 ottobre, il rapporto 2026 sul consumo di suolo con un'esclamazione, “Si può fare!”, e con una cifra di segno opposto: oltre 2.100 chilometri quadrati di superfici in cui l'Italia potrebbe creare nuovo verde urbano, depavimentare piazzali, piantare alberi. Il record, nel comunicato, scivola nel sommario. Ogni giorno spariscono 280.000 metri quadrati, l'equivalente di una quarantina di campi da calcio, e in dieci anni la velocità è raddoppiata: nel 2016 il suolo consumato cresceva dello 0,22% l'anno e, al netto dei ripristini, si perdevano meno di tredici ettari al giorno, mentre oggi la crescita è dello 0,44% e gli ettari quotidiani sono ventisei. Il recupero procede a un passo molto più corto. I 746 ettari restituiti alla natura nello stesso anno valgono il 7,3% di quanto è stato consumato, e per ogni ettaro recuperato quasi quattordici sono finiti sotto il cemento.
Il dato che pesa di più, nella sintesi del rapporto, riguarda il regolamento europeo sul ripristino della natura (Nature Restoration Regulation), che impone ai 2.761 comuni italiani classificati come città, piccole città e sobborghi di azzerare entro il 2030 la perdita netta di spazi verdi e di copertura arborea rispetto al 2024. Dopo dodici mesi di applicazione, 2.183 di quei comuni, quasi otto su dieci, hanno registrato un aumento netto del consumo di suolo. In quei territori sono spariti 4.231 ettari di verde urbano e 320 ettari di chiome, e lì si sono concentrati oltre due terzi del consumo nazionale, 6.979 ettari. Roma guida la classifica dei grandi comuni con 53 ettari di verde perso, seguita da Bari, Venezia, Milano e Cagliari.
Il contesto politico rende il quadro più fragile. L'Italia ha votato contro il regolamento al Consiglio dell'Unione Europea il 17 giugno 2024, invocando il peso degli oneri per l'agricoltura, ha mancato la scadenza del 1° settembre 2026 per l'invio a Bruxelles del Piano nazionale di ripristino, trasmesso in ritardo a metà mese e di cui a oggi l'unica versione pubblica resta la prima bozza, e l'Associazione nazionale dei comuni italiani (ANCI) aveva chiesto in estate di modificare proprio la parte sugli ecosistemi urbani. Il rapporto ISPRA fotografa l'esito di questa traiettoria nei comuni che quell'articolo dovrebbe vincolare.
La COP17 di Yerevan
Il rapporto arriva mentre a Yerevan, in Armenia, è in corso fino al 30 ottobre la COP17 della Convenzione delle Nazioni Unite sulla diversità biologica, la prima verifica globale del Quadro di Kunming-Montreal, l'accordo del 2022 che ha fissato 23 obiettivi per la natura al 2030.
Il bilancio presentato alla vigilia, che ha spinto il segretario generale dell'ONU António Guterres a dire che la guerra alla natura è lontana dall'essere finita, conta meno della metà degli obiettivi nazionali in linea con i tempi. Due di quei target descrivono quasi alla lettera ciò che il rapporto ISPRA misura. Il primo chiede di portare vicino allo zero entro il 2030 la perdita delle aree di grande valore per la biodiversità attraverso la pianificazione del territorio, il dodicesimo di aumentare estensione, qualità e accessibilità del verde nelle città e nelle aree densamente abitate.
L'Unione Europea si è presentata ai negoziati chiedendo un'attuazione più rapida degli impegni e rivendicando una strategia comune, mentre l'Italia, dentro quella strategia, porta un territorio urbano che in un anno ha perso 4.231 ettari di verde. Le Nazioni Unite stimano che per ogni dollaro investito nella protezione o nel ripristino della natura circa trenta finiscano in attività che la degradano. Sul suolo italiano il rapporto tra ettari recuperati ed ettari consumati è di uno a quattordici.
Le aree recuperabili e la loro erosione
La novità metodologica di quest'anno, la mappa del potenziale di ripristino, individua 212.327 ettari dentro i perimetri urbani su cui valutare progetti di rinaturalizzazione, il 10,6% del territorio urbano nazionale. Quasi 161.000 ettari sono in mano privata, e per oltre la metà si tratta di edifici. Le aree gestite in prevalenza dal pubblico, quelle su cui i comuni potrebbero intervenire in tempi brevi senza espropri né trattative, sono 35.119 ettari, di cui oltre 13.000 a loro volta occupati da fabbricati. Tolti gli edifici, la superficie pubblica immediatamente disponibile per nuovo verde scende a circa 22.000 ettari, poco più di un decimo della cifra che apre il comunicato.
Il rapporto integrale aggiunge che queste aree vengono consumate a loro volta: nell'ultimo anno ne sono spariti 292 ettari, 207 nelle zone private, 39 in quelle pubbliche e 45 tra gli ultimi residui di naturalità chiusi nel tessuto urbano. La sintesi riporta il dato in forma diversa, attribuendo i soli 207 ettari a tutte le aree potenziali dei principali comuni. In proporzione la perdita vale poco più di un millesimo del potenziale, ma da sola equivale a quasi il 40% di tutto il suolo che l'Italia è riuscita a ripristinare nello stesso anno.
Chi legge il dato del 2025 con gli occhi dell'industria energetica trova nella tabella regionale un elemento decisivo. I pannelli fotovoltaici a terra hanno occupato 2.798 ettari, il 27% di tutto il nuovo consumo e circa un terzo di quello reversibile, contro i 1.700 del 2024 e i 75 del 2021. Nel Lazio il fotovoltaico vale due terzi del nuovo suolo consumato (952 ettari su 1.436), in Sicilia più della metà.
Il rapporto classifica questi impianti come consumo reversibile e riconosce che gli impatti cambiano molto a seconda della tipologia, ma la sintesi tiene insieme nello stesso numero un impianto agrivoltaico rialzato e una distesa di moduli su terreno compattato. L'eolico, per confronto, ha consumato 118 ettari, quasi interamente piazzali e strade sterrate: le superfici impermeabilizzate dalle fondazioni degli aerogeneratori valgono poco più dell'1%.
L'aggettivo "reversibile" merita attenzione. La voce più grande del consumo annuale sono i cantieri, 5.387 ettari, il 52,6% del totale, che il rapporto descrive come aree in transizione destinate in gran parte a diventare edifici e infrastrutture. Il dato sull'impermeabilizzazione lo conferma: ai 14,6 chilometri quadrati di consumo permanente del 2025 si sommano 12 chilometri quadrati che nel 2024 erano classificati come reversibili e sono stati sigillati nell'ultimo anno, per un totale di 26,6 chilometri quadrati di nuovo suolo impermeabile. La terra coperta in via provvisoria si comporta come il calcestruzzo appena gettato, che resta lavorabile per poche ore prima di fare presa.
Il consumo si sposta anche verso i luoghi dove costruire costa di più in termini di rischio. Nelle zone a pericolosità da frana i nuovi ettari sono 707, quasi cento in più dell'anno precedente, e nelle aree a pericolosità idraulica media altri 1.106. Nelle aree protette la densità di consumo resta un decimo della media nazionale, eppure il totale perso è cresciuto del 25% in un anno, e nei siti Natura 2000 ha raggiunto 285 ettari.
Il rapporto traduce queste trasformazioni in un costo: la perdita di servizi ecosistemici vale tra 9,3 e 11,3 miliardi di euro l'anno, e la voce più pesante, tra 8,6 e 10 miliardi, è la regolazione dell'acqua, la pioggia che scivola sull'asfalto anziché infiltrarsi nel terreno. Il solo consumo del 2025 ha bruciato circa un miliardo e mezzo di capitale naturale, in gran parte capacità di produzione agricola.
Resta il paradosso demografico. In un anno sono state costruite circa 51.000 abitazioni, mentre gli alloggi non occupati censiti dall'ISTAT superano i 9,5 milioni, una categoria che raccoglie tutte le case prive di residenti, quindi anche le seconde case e quelle per le vacanze. Anche tenendo conto di questa cautela, il rapporto calcola che l'intera nuova produzione residenziale equivale allo 0,57% dello stock vuoto, e in Lombardia sono state costruite 14.943 abitazioni, consumando oltre cento ettari, in una regione che conta 1.165.630 alloggi non occupati, 78 volte tanto.
In copertina: veduta di La Spezia, foto Envato
