Nella maggior parte del mondo è in corso un genocidio ecologico e, dopo un po’, al resto del mondo smette di importare. Per chi stiamo facendo crescere l’economia mondiale? Quali sono le storie che usiamo per giustificarla? E che prezzo dovrà pagare l’umanità?
È con queste domande che si apre The Cost of Growth, il documentario evento che mette sotto la lente il costo della cosiddetta “crescita verde”, realizzato dalle attiviste Anuna De Wever e Lena Hartog, con la regia di Thomas Maddens, appena rilasciato in streaming su OpenDDB.
Il film costruisce un discorso unitario che intreccia voci e storie di resistenza nella lotta comune alla crisi climatica e sociale che stiamo vivendo. E lo fa raccogliendo le voci delle persone che stanno lottando insieme, anche se a distanza, contro ingiustizie diverse ma etichettate sotto il grande cappello del “costo della crescita”.
L’obiettivo, spiegano le creatrici De Wever e Hartog in apertura, non era tanto realizzare un documentario, quanto tracciare un filo per unire le persone e le loro storie nel mondo, creando una mappa delle lotte combattute sullo stesso fronte. Dalle battaglie locali contro l’estrattivismo in Serbia alla democratizzazione del lavoro in Italia, fino al focus sulla colonizzazione del territorio Sápmi in Norvegia. Tre storie che, insieme, fanno da spunto a un dibattito più grande che punta il dito contro la causa strutturale della policrisi: un sistema economico che insegue un obiettivo di crescita infinita in un mondo in cui le risorse sono finite. La redazione di Materia Rinnovabile ha avuto il piacere di vederlo e di raccontarvelo.
Tre storie e il racconto di una generazione
“Il mondo in cui viviamo è l’ombra di quello che potremmo avere”, recita una delle frasi che ci ha maggiormente colpito, fra le molte interviste raccolte da Hartog e De Wever, che coinvolgono esperti, attivisti, ricercatori e giornalisti da tutto il mondo. Il documentario si apre sul volto simbolo di una generazione di attivisti, quello di Greta Thunberg. Quando le viene chiesto qual è lo stato attuale dell’emergenza climatica, la risposta arriva con un sorriso stremato: “Non so nemmeno da dove iniziare”.
The Cost of Growth inizia il suo racconto da qui, dal sentimento comune di più generazioni che, per la prima volta nella storia, sperimentano gli effetti collaterali della policrisi e le conseguenze dell’ecoansia: confusione, abbattimento, paura.
Crescita economica, crisi climatica, estrattivismo, land grabbing, genocidi, corsa al riarmo, migrazioni, sfruttamento del lavoro. C’è uno stretto legame tra questi grandi temi e non possiamo ignorarlo. Cambiare il sistema è possibile e molte realtà lo stanno già facendo, ma non basta. La domanda è: come unire gli sforzi e far convergere i movimenti verso proposte concrete e condivise per il cambiamento? Come cambiare la mentalità ai vertici delle istituzioni che danno la precedenza alla crescita economica nel breve periodo? La risposta di Thunberg è lapidaria: “Tanto loro non saranno più vivi: che gli importa?”.
Le lotte contro l’estrattivismo in Serbia
Qual è il costo occulto di questa cosiddetta crescita verde? E chi dovrà pagarlo? Se la nostra economia dipende da una crescita costante, sempre più luoghi saranno trasformati in zone sacrificate. Un esempio emblematico è quello che sta accadendo in Serbia, dove la popolazione della valle dello Jadar protesta per opporsi all’apertura di miniere di litio, minerale chiave per l’industria europea dell’auto elettrica.
Esemplificative sono le parole di Nina Djukanovic, geografa ecologica dell’Università di Oxford, che spiega nella sua intervista il cuore della questione. La storia inizia nel 2004, quando la Rio Tinto, una delle più grandi aziende minerarie al mondo, scoprì un minerale mai visto prima, che prese il nome di jadarite, dal fiume Jadar, e che conteneva concentrazioni eccezionali di litio. In breve tempo iniziarono a scavare una miniera di litio, quella che sarebbe presto diventata una delle più grandi d’Europa. Questo aprì ad anni di grandi proteste, le più imponenti nel 2021 e nel 2022, fra le mobilitazioni più vaste della storia serba.
È un racconto che fa riflettere su quanto l’Unione Europea dipenda dalle nazioni del Sud del mondo per il proprio fabbisogno di materiali. Una storia di estrattivismo destinata a espandersi. La richiesta delle “materie prime essenziali” è tale, spiega Djukanovic, che aziende come Rio Tinto cercheranno di creare miniere ovunque ci sia la possibilità di farlo, per quanto minima. Ma basta guardare ai dati per capire che non è affatto detto che il mondo abbia abbastanza materie prime essenziali da permettere la transizione ecologica per come è pensata ora. Da qui la domanda: come può il Green Deal essere davvero “green” se sacrifica terre fertili e acqua potabile per l’estrazione del litio?
Contro la colonizzazione del territorio Sápmi in Norvegia
Nel 2023, l’occupazione di un gruppo di giovani attivisti in abiti tradizionali sápmi dentro il Ministero del petrolio e dell’energia norvegese, inizialmente prevista di sole otto ore, si trasforma in un’azione di 91 ore capace di attirare l’attenzione dei media di tutto il mondo. È con queste immagini che si apre il capitolo del documentario dedicato alla colonizzazione del territorio sápmi in Norvegia e al tema più ampio etichettato come “colonialismo verde”.
Le proteste erano contro le turbine eoliche dichiarate illegali due anni prima, ma ancora in funzione. La Corte Suprema norvegese aveva infatti stabilito che due parchi eolici costruiti nella penisola di Fosen, nell’ovest del paese, su terreni usati dai sami per l’allevamento delle renne, erano illegali perché violavano i diritti del popolo indigeno, garantiti dalle Nazioni Unite. In sostanza, ostacolavano la transumanza e minacciavano l’economia e la cultura indigena.
Questa storia, riportata attraverso le testimonianze della giornalista e poetessa Ida Benonisen e dell’attivista Ella Marie Hætta Isaksen, ci porta di fronte al paradosso per cui progetti considerati ecologici, in questo caso l’eolico, si scontrano con la tutela delle culture indigene e della biodiversità locale. Non solo, come viene sottolineato nel documentario, si aggiunge il controsenso della presenza di industrie, come la Nordic Wind israeliana, che sfrutta i ricavi per finanziare Israele nella sua guerra.
La democratizzazione del lavoro: il caso dell’ex GKN di Campi Bisenzio in Italia
Il documentario ci mostra anche uno scorcio d’Italia, raccontando il caso della lotta dei lavoratori dell’ex GKN di Campi Bisenzio, a Firenze, quando, a seguito della chiusura dello stabilimento, vennero licenziati senza alcun preavviso oltre 400 operai e operaie. Da lì nacque il Collettivo di fabbrica dei lavoratori e delle lavoratrici ex GKN, un’organizzazione operaia nata dal basso non semplicemente per contrastare la chiusura dello stabilimento, ma per unire le lotte contro l’ingiustizia sociale e quella ambientale.
Come viene raccontato attraverso la testimonianza di Dario Salvetti, portavoce del Collettivo di fabbrica GKN, l’obiettivo divenne presto quello di riappropriarsi dello spazio e reindustrializzare la fabbrica attraverso una riconversione industriale, abbandonando la produzione di componenti per l’automotive tradizionale, che produceva per Alfa Romeo, Maserati, Ferrari, e dedicandosi alla riconversione ecologica e alla ripresa produttiva secondo le reali necessità del territorio. Una vera transizione nel settore della mobilità, scegliendo di produrre biciclette e pannelli solari. Un nuovo modello di fabbrica basato sulla sostenibilità e sulla riconversione industriale.
In copertina: © The Cost of Growth
