Disinformazione, polarizzazione sociale, eventi climatici estremi, ineguaglianza, erosione dei diritti umani, conflitti armati, inquinamento. Questi sono alcuni dei rischi a breve termine che il mondo economico dovrà affrontare secondo l’importantissima analisi sui rischi sistemici pubblicata ogni anno dal World Economic Forum in occasione dell’incontro di Davos. Sul lungo termine invece dominano soprattutto le questioni ambientali (clima, perdita di biodiversità, trasformazione dei sistemi terrestri) seguite da quelle sociali (disinformazione, polarizzazione sociale, ineguaglianza).

Il Global Risks Perception Survey (GRPS) è un’analisi globale che raccoglie l’opinione di 1.300 esperti e capitani d’impresa globali. Lo scenario che restituisce è indubbiamente preoccupante: con i rischi globali che continuano a crescere in termini di portata, interconnessione e velocità, il 2026 segna l'inizio di un'era di forte tensione geoeconomica. Con il crollo dei meccanismi di cooperazione e il ritiro dei governi dai quadri multilaterali delle Nazioni Unite, la stabilità internazionale è sotto assedio. Si sta delineando un panorama multipolare conteso, in cui il confronto sta sostituendo la collaborazione, e la fiducia, valuta della cooperazione, sta perdendo il suo valore di fronte alla policrisi globale.

Nel suo etimo greco, il concetto di crisi ha un significato molto più ricco e meno negativo di quello comune oggi. Mentre oggi siamo terrorizzati dal cambiamento e dalle instabilità, la crisi, che deriva dal greco κρίσις (krísis) − concetto che deriva dal verbo κρίνω (krínō), cioè separare, distinguere, giudicare, decidere − indica un momento di giudizio, un momento di scelta irrevocabile. Gli antichi, quando affrontavano un periodo difficile, erano consapevoli che diveniva necessario scegliere una chiara direzione per non soccombere alle avversità, traendo giovamento dalla trasformazione.

Oggi di fronte alla crisi del vecchio ordine internazionale, che cercava troppo lentamente di trasformarsi inseguendo la transizione e i valori repubblicani e universali (diritti umani, sviluppo sostenibile, libertà), stiamo rimanendo inermi a subire forze oscure e destabilizzanti incarnate da tiranni illiberali e autoritari alla guida di USA, Russia, Israele, Iran e Arabia Saudita, potenze petro-militari, viriliste, messianiche, interessate a espandere il proprio Lebensraum, lo spazio vitale geopolitico e geoeconomico, anche usando il κράτος, la bruta forza impositiva, alimentata dalla furia del fuoco (fossile).

Esattamente nell’istante in cui si è sconfitto il diritto internazionale, l’organizzazione delle Nazioni Unite e le altre organizzazioni sovranazionali, nel cuore nasce la volontà di rifondare l’internazionalismo del terzo millennio, delle regioni, dei popoli, dei territori, dell’autonomia e dell’universalismo. Ogni elemento è chiamato a fare la propria parte: politica, cittadinanza, imprese. Difendere ed espandere le strategie ESG è un imperativo morale e una strategia di resilienza economica di lungo termine.

Potenziare la governance, istituire percorsi di miglioramento delle performance sociali, investire in soluzioni ambientali efficaci e non di facciata, è una strategia di differenziazione e identità. Stiano lontano dalle mode, dal push mediatico della “sostenibilità”, dal green e social washing, dai consulenti ESG improvvisati, le aziende che decidono di imbarcare un percorso di miglioramento reale basato sull’analisi delle performance sociali, di governance, ambientali, per cogliere la crisi e prepararsi al mondo che inevitabilmente nascerà da questo pessimo, passeggero, nuovo ordine geoeconomico.

 

In copertina: illustrazione di Emanuele Del Rosso