Sul muro del cortile della casa di Fred Maloba c’è ancora la traccia: una linea marrone che segna quanto in alto è arrivata l’acqua prima di ritirarsi. Maloba ha 29 anni, vive da undici a Kihoto, insediamento a basso reddito sulle rive del lago Naivasha, in Kenya, e lavora in una piantagione di fiori lì vicino. Nell’ultima stagione delle piogge l’acqua lo ha costretto fuori di casa: ha chiuso la porta con dentro tutto quello che aveva e si è accampato da un amico, per settimane, prima di poter rientrare. Ma è il lago stesso a inquietarlo più della pioggia. Lo ha visto salire anche in periodi senza precipitazioni significative su Naivasha, un fenomeno che i residenti non sanno spiegarsi del tutto. Con l’arrivo di un El Niño previsto eccezionale, che dovrebbe portare piogge abbondanti su tutto il Corno d’Africa, si prepara a una stagione che teme di non potersi permettere. Non può trasferirsi altrove. “Mi sento spaventato”, dice.

Poco più in là, Janet Njeri, madre single di due figli e venditrice ambulante di frutta, vive in un caseggiato di stanze singole condivise con una decina di altri inquilini, latrine e lavatoi in comune. Quando arriva la piena, le sue cose, pentole, biancheria, finiscono sott’acqua. A differenza di alcuni vicini che possono permettersi di trasferirsi temporaneamente in un’altra zona della città, lei no. Le latrine straripano e restano poche alternative a fare i bisogni nell’acqua stessa. Mantenere l’igiene diventa impossibile, garantire la salubrità del cibo o della casa pure. Njeri si è ammalata due volte per quella che crede acqua contaminata, e i suoi figli, sei e otto anni, prendono raffreddori e disturbi intestinali ogni volta che il livello sale.

Le due storie sono ora al centro di una domanda che i tribunali keniani stanno affrontando, e che potrebbe cambiare il modo in cui lo stato è tenuto a rispondere alla crisi climatica: cosa significa, in termini legali, dichiarare qualcosa “disastro nazionale”?

Una delle cause pende davanti alla Environment and Land Court di Kisumu, il tribunale specializzato in materia ambientale e fondiaria, presentata da cinque agricoltori, tra cui l'ex giudice Matthew Emukule. Chiedono alla corte di dichiarare formalmente il cambiamento climatico un disastro nazionale, e circa un miliardo di scellini keniani, poco più di 7,7 milioni di dollari, come risarcimento per le perdite subite.

Il Kenya ha già una cornice normativa sul clima. Il Climate Change Act del 2016, aggiornato nel 2023, ha istituito un Consiglio nazionale per il cambiamento climatico e un fondo dedicato, pensati per finanziare ricerca, adattamento, mitigazione e supporto alle contee: l’articolo 15 obbliga gli enti pubblici a integrare l’azione climatica nelle proprie strategie e a rendicontarla. A questo si è aggiunto di recente il National Disaster Risk Management Act, la legge sulla gestione del rischio da disastri firmata a giugno, insieme al Public Finance Management Act, la legge sulla gestione della finanza pubblica. Entrambe legano finanziamenti d'emergenza e procedure di trasferimento accelerate proprio alla dichiarazione formale di disastro. Senza quella dichiarazione, i meccanismi restano sulla carta.

Brian Awuonda, l’avvocato dei petitori di Kisumu, tiene a precisare che la richiesta di dichiarazione è una sola delle 46 contenute nella causa: le altre riguardano questioni costituzionali, istituzionali e di accountability più ampie. E chiarisce che la sola dichiarazione non farebbe comparire soldi dal nulla. L'obiettivo, spiega, è che la corte riconosca il cambiamento climatico come una crisi nazionale presente e continuativa, non una futura questione di policy, rafforzando così la base legale per pretendere azione coordinata dello stato, uso trasparente delle risorse per i disastri, protezione delle comunità più esposte.

In un caso parallelo, la Environment and Land Court di Naivasha ha già stabilito, a gennaio, che il governo aveva fallito nel proprio dovere verso gli sfollati di Kihoto. Ha ordinato mobilitazione di risorse d’emergenza, opzioni di risarcimento, un piano di ricollocazione e la creazione di una task force multi-agenzia, mantenendo potere di supervisione sull’esecuzione. La corte ha anche respinto la difesa storica del governo, secondo cui gli sfollati occupavano abusivamente terreno ripario, cioè la fascia di terra lungo la riva di un fiume o di un lago. In Kenya, come in molti altri ordinamenti, la legge la definisce riserva pubblica: non edificabile, non appropriabile privatamente, pensata come margine libero per quando l’acqua sale. Una specie di corsia che il lago si tiene di riserva. Peter Mbae, ex membro dell’assemblea della contea di Nakuru e petitore capofila, racconta che l’argomento è stato utilizzato proprio per provare a evitare la dichiarazione di disastro: senza quella, lo stato non è tenuto a intervenire con evacuazioni o fondi d’emergenza.

Però la sentenza favorevole non si è ancora tradotta in qualcosa di concreto. A luglio l’Attorney General, la più alta carica legale del governo keniano, ha chiesto di riaprire il caso, mentre pende parallelamente una richiesta di condanna per oltraggio alla corte presentata dai petitori. Entrambe le istanze saranno discusse nell’arco del mese di settembre.

Lo stesso spostamento si osserva, con bersaglio diverso, a migliaia di chilometri di distanza, dall’altra parte dell’oceano Indiano. Il 26 agosto un collasso di ghiaccio e roccia sul fiume Bhote Koshi, in Nepal, ha travolto villaggi nei distretti di Nuwakot, Rasuwa e Dhading. Le vittime accertate sono ormai vicine al migliaio, e tra Nepal e Tibet i dispersi arrivano a circa 4.500. Il conto dei danni supera i 5 miliardi di euro, oltre un decimo dell’economia nazionale. A una settimana dal disastro il governo di Katmandu ha smesso di parlare di aiuti e ha inviato a Cina, Stati Uniti e India, i tre maggiori emettitori mondiali di gas serra, una richiesta formale di risarcimento climatico.

Il ministro degli esteri Shisir Khanal l’ha motivata rivendicando “una crisi globale che non abbiamo creato”. In questo caso c’è stato proprio un cambio di terminologia usata: dall’aiuto al risarcimento, ed è un nuovo scenario, non solo una scelta semantica più precisa. La richiesta si appoggia sul Fondo perdite e danni (Loss and Damage Fund), il meccanismo nato in seno alle Nazioni Unite proprio per situazioni come questa, dal Meccanismo di Varsavia del 2013 fino al lancio operativo alla COP28 di Dubai nel 2023. Ventisette paesi hanno finora messo sul piatto, in promesse, 822 milioni di dollari; il fabbisogno stimato è di almeno 100 miliardi l'anno. Meno dell’1% del necessario. Lo stesso squilibrio si vede a Naivasha, dove la sentenza esiste da oltre sette mesi e non ha ancora spostato risorse reali verso chi ha perso casa.

Restano differenze di bersaglio: il Kenya chiede al proprio stato di riconoscere un obbligo verso i cittadini, attivando meccanismi già scritti nella sua legge; il Nepal chiede a governi che con Rasuwa non hanno alcun rapporto diretto di pagare per un danno maturato a migliaia di chilometri di distanza. La mossa giuridica di fondo però è la stessa: un evento o una condizione climatica, finora derubricati a questione di policy o di solidarietà internazionale, diventano un fatto che genera un obbligo esigibile.

 

In copertina: un uomo davanti a una casa danneggiata dalle devastanti inondazioni improvvise a Devighat, Nuwakot, in Nepal, il 27 agosto 2026. Foto di Sunil Pradhan/ABACAPRESS.COM, Agenzia IPA